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“Scrivere storie fantastiche” – Laboratorio sul Racconto da martedì 8 Ottobre a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Questo laboratorio è pensato per chi si approccia alla scrittura breve ed è interessato a scoprire come funziona il mondo delle riviste letterarie italiane. Durante il laboratorio sarà possibile infatti conoscere dalla loro viva voce editori e autori delle riviste indipendenti come : EFFE, CRACK, ALTRI ANIMALI, RISME, etc.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti che saranno sempre in contatto durante il laboratorio.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima (solo per farvi un’idea):

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

DATE E COSTI

Ogni martedì a partire dall’ 8 ottobre dalle 19 fino 20.30. 12 incontri in totale. Costo 180 euro.

Dove?

Nella casa di scrittura, naturalmente.

(Ma se le sorprese e le promozioni non finiscono qui: seguite #casadiscrittura su instagram e facebook)

Invece se avete domande, scrivetemi pure: info@alessandraminervini.info
Vi aspetto!

“Scrivere storie fantastiche” – Il laboratorio sul racconto dal 30 aprile a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

ORARI e DATE: ogni martedì alle 18.30 fino alle 20.00 a partire dal 30 aprile (quindi fino al 4 giugno)

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare lafantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima:

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

Scrivere storie fantastiche – Laboratorio di scrittura sul racconto

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE

Laboratorio sul racconto

Bari, 6 febbraio – 27 marzo 2019

Ore 19.00 – 21.00

Da oggi fino al 31 dicembre chi si iscrivere al laboratorio “Scrivere storie fantastiche” riceverà in regalo l’editing di un racconto 

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere

relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima:

  • Sessanta racconti, Dino Buzzati

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Da dove sto chiamando, Raymond Carver

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

“Scrivere storie fantastiche” alla Libreria Nuova Macelleria Patella di Altamura

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE
Laboratorio sul racconto a cura di Alessandra Minervini

“Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà. Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”
{Flannery O’Connor}

• DURATA e FREQUENZA
3 incontri:
– sabato 29 settembre dalle ore 14.30 alle 19.30
– sabato 6 ottobre dalle ore 14.30 alle 19.30
– domenica 14 ottobre dalle ore 10.30 – 13.30 alle 14.30 – 17.30

• IL CORSO
Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe.
In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.
Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.
Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi).

• NUMERO DI ISCRITTI
Il laboratorio è rivolto a un minimo di 5 iscritti e un massimo di 12.

• TEMI DEL CORSO
Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:
1. Il senso del narrare (i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);
2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);
3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);
4. La riscrittura (editing)

• MODALITÀ DI ISCRIZIONE E COSTI
Per iscriversi o ricevere informazioni inviare una mail a libreria.nuovamacelleria@gmail.com o telefonare al 3470012007.
Il costo dell’intero laboratorio è di 150 euro. Per gli iscritti entro il 31 agosto 2018 il costo sarà di 125 euro.

Verrà fornita una bibliografia di riferimento (da leggere prima dell’inizio del laboratorio) a tutti gli iscritti, dopo la conferma dell’iscrizione.

“L’ingaggio” di Marco Marsigliano – #dopolavoroletterario n. 41

Marco Marsigliano è uno che spazia e si sposta e non sa stare fermo.  L’unica certezza è l’ironia. Non sai mai dove la sua scrittura arriva, chi punterà e tantomeno il motivo. Ha frequentato due laboratori, sia “Una Storia tutta per sé” che “Scrivere storie fantastiche”. La sua abilità narrativa si nutre di continui inizi, rilanci del destino e rincorse del suo talento. Questo ad esempio è racconto bellissimo, pieno di sorprese. Potrebbe essere uscito da uno dei miei laboratori come dal cilindro di un prestigiatore al posto di un coniglietto. (La foto pare sia dell’autore. ) Buona lettura!

L’ingaggio

di Marco Marsigliano

Quando Sandro ce lo disse pensammo subito a una fregatura.

Ci aveva convocati d’urgenza per riferirci una notizia che definiva sensazionale. Io e Giulio avevamo smesso di credergli il giorno stesso in cui l’avevamo conosciuto, quando ci raccontò che David Bowie lo aveva molestato nel corsello di un parcheggio con la scusa di una sigaretta.

You got a smoke? gli aveva chiesto ammiccando e, senza aspettare una risposta, si era messo a palpeggiarlo, facendogli scivolare una mano lungo il fianco mentre, con la lingua, si ripassava le labbra tumide.

«Ve lo giuro su quello che volete!» insisteva concitato. «Mia cugina ci ha chiesto di suonare alla sua festa!»

«E scommetto che ci vuole anche pagare!» commentò Giulio, sarcastico.

«Trentamila lire!» esultò Sandro, strofinandosi il pollice sull’indice. «Trentamila lire… a testa!»

Giulio si sdraiò sul letto e stiracchiò le gambe oziose.

«Ma Bowie viene per conto suo o lo dobbiamo passare a prendere?»

«Fate meno gli stronzi, quando fate gli stronzi» stilettò, seccato, Sandro.

Lo infastidiva che non lo prendessimo sul serio. A volte ci rimaneva male fino a piagnucolare, anche se col tempo aveva imparato a respingere i colpi più insidiosi. Giulio diceva che era un venditore di carote ma non lo faceva per cattiveria, soltanto non sapeva resistere alla tentazione di mostrarsi superiore anche quando non c’era nessuno con cui competere. Io avevo sempre evitato di domandargli da dove venissero quelle storie strampalate, pensavo che chiedere fosse una scortesia, un gesto di impertinenza, che i buoni amici, gli amici, se li tengono come sono, senza indagini, senza intromissioni. Ma io, anche se allora non lo sapevo, non ero mai stato un buon amico.

«Perché non ci sei andato?» domandò Giulio.

«Con chi?»

«Con David» riprese irriverente. «Era Bowie mica Scialpi!»

«Io il portone di dietro non me lo faccio scassinare nemmeno dal Duca».

«Per un miliardo?»

«No».

«Dieci miliardi?»

«None!»

Mentre Guido e Sandro contrattavano il prezzo della profanazione, realizzai che qualcosa sfuggiva dal ragionamento, e tentai un affondo:

«Ma scusa, Sandro, com’è che tua cugina ha deciso di chiamare proprio noi?»

«Perché le piace la nostra musica!» rispose Sandro con l’ingenuità di un tonno.

«E quando l’ha sentita la nostra musica?» proclamai con decisione, convinto di avere smascherato l’ennesima sballonata.

«Le ho dato una nostra demo» si difese Sandro.

«Una demo? Che demo?» dissi incrociando lo sguardo perplesso di Giulio che intanto si era raddrizzato sul bordo del letto.

Sandro afferrò una cassetta abbandonata sulla scrivania e la infilò nello stereo. Clic.

«L’ho fatto col walkman, settimana scorsa, durante le prove» disse orgoglioso. «A vostra insaputa».

L’espressione a vostra insaputa ci fece pensare che quella cassetta, qualsiasi cosa contenesse, non sarebbe dovuta esistere.

Dopo alcuni secondi di silenzio statico, la stanza fu sommersa da una specie di lamento antelucano, una strana congerie di vibrazioni lontane che solo per una fortuita e imponderabile combinazione si fondevano insieme a formare qualcosa di vagamente armonico.

«Non si capisce un cazzo!» sentenziò Giulio avvicinando l’orecchio a una cassa.

«Se magari non ci parli sopra…» protestò Sandro.

«Io sento solo un fruscio».

«Ma che inestimabile rottura di palle! Non sarà professionale ma è pur sempre una demo!»

«Non è una demo, è un fruscio con della musica di sottofondo».

«Intanto, grazie a me, adesso abbiamo un ingaggio».

«Intanto, grazie a te, adesso siamo sputtanabili e ricattabili» concluse Giulio.

Qualcosa continuava a non tornare.

«E tua cugina ascoltando questa roba si è convinta a farci suonare?» dissi.

«Sì».

«Alla sua festa di compleanno?»

«Sì, ma…».

Lo guardammo preoccupatissimi.

«Dobbiamo prendere il suo ragazzo nella band».

«Sputtanamento e ricatto!» sentenziò Giulio, picchiandosi le mani sulle cosce, soddisfatto della sua previsione.

«Fa il cantante!» provò a convincerci Sandro. «A noi serve un cantante!»

«A noi non serve proprio nessuno» dissi risoluto.

Sandro estrasse la cassetta dallo stereo e la restituì al parcheggio della scrivania. Poi ci fulminò con uno sguardo muto, ricominciando a frizionarsi il pollice e l’indice della mano.

Sandro

Il destino ci aspettava in agguato nella sezione hard & heavy di Soundage, il più fornito negozio di dischi della città. Io e Giulio eravamo impegnati a scartabellare una pila di vinili, animati dalla messinscena di una accesa rivalità.

«Questo è stupendo! Lo conosci?» chiese Giulio estraendo dal mucchio In a gadda da vida degli Iron Butterfly.

«Un classico!» dissi, mentendo clamorosamente.

«Uh! Uh! Guarda quest’altro!» rilanciai, spiattellandogli sotto il naso Rising dei Rainbow che avevo scelto solo per la sua copertina sgargiante e suggestiva.

Avevo la convinzione che nemmeno lui conoscesse quelle band primitive, quegli album dai titoli arcani, delle canzoni mai sentite, dall’esistenza insospettabile. I nostri pellegrinaggi settimanali, a caccia di improbabili cimeli, erano una sorta di prova di carattere. Ammettere la propria impreparazione, in un ambito in cui entrambi ci eravamo autoproclamati competenti, era una sconfitta troppo infame da gestire. Mettersi a nudo significava rinunciare all’autorevolezza della propria faccia. Bisognava mentire, mentire sempre, ridefinire i confini tra la logica e il decoro. Come quando, a scuola, per difendersi da una domanda particolarmente insidiosa si dava la colpa al libro. Sul libro non c’era. Io, però, l’ho spiegato. Ero assente. Eri presente. Volevo dire che ero in bagno. E non potevi chiedere ai tuoi compagni? Ho perso tutti i numeri in un incendio. Non contava la verità, contava non perdere il prestigio faticosamente costruito in anni di fragili apparenze. Io ero un chitarrista con le palle, Giulio un batterista cazzuto. Due anime gemelle.

Tutti eravamo qualcosa che non sapevamo, tutti sapevamo di non essere niente.

Mentre proseguivamo in quel gioco di inganni, una voce efebica ci sorprese alle spalle:

«Non li ascolto più da quando Ronnie ha lasciato il gruppo».

Ci voltammo incuriositi. Era un ragazzo pallido, macilento, con gli zigomi sfuggenti, gli occhi bistrati di eyeliner, le pupille screziate di un grigio malinconico e impenetrabile.

«Ronnie?» dissi, impulsivo, tradendo la mia impreparazione. Giulio mi lanciò uno sguardo d’avvertimento. Non era più una corsa a due, ora avevamo un avversario comune.

«Ronnie James» disse il ragazzo, accennando alla copertina di Rising che ancora stringevo tra le mani.

«Ronnie James…» ripeté Giulio «grandissimo… artista!»

«Dio ti manda veramente in estasi con la sua voce» riprese l’intruso, roteando gli occhi di piacere come uno squalo che abbia appena azzannato la sua preda.

«Così dicono» ribatté Giulio. «Una mia bisnonna vedeva l’arcangelo Michele e ogni volta diceva che…».

«Ronnie James Dio, il cantante dei Rainbow! Rimetti a posto la vecchia!»

«Ma ti prendevo in giro!» rispose Giulio, imbarazzato, strappandomi l’album dalle mani e rimettendolo nel mucchio. «Comunque, io sono Giulio» tagliò corto.

«Sandro».

Riprendemmo a scorrere i vinili come se fossimo amici da sempre, finché non incocciai in uno dei pochi dischi che conoscevo, e lo sfilai dagli altri.

«Qualche commesso deve averlo catalogato nella sezione sbagliata».

«Mettilo via! Levalo!» mi intimò Sandro che neanche un vampiro con l’aglio.

«Perché? Non ti piace?»

«Quel bastardo!»

«Ma chi?»

«Mi si voleva fare!»

«Cosa?»

«Sì, l’altra sera, in un parcheggio».

«Ma che cazzo…»

«Ve lo giuro su quello che volete!»

Rimanemmo frastornati da quell’incontro. Qualcosa, in quel ragazzo singolare, ci aveva conquistato. Forse perché sapeva molte cose più di noi sulla musica che ci piaceva, o forse per il fascino magnetico che hanno sempre le persone tormentate. Nessuno contava più di rivederlo, e probabilmente lo avremmo persino scansato se l’avessimo incrociato per strada, ma il futuro aveva il sorriso beffardo di una lotteria.

Quando decidemmo di rientrare, fuori brillavano già i primi lampioni.

La sera era arrivata troppo in fretta, benché fosse estate, e io non vedevo l’ora di tornare a casa per rivelare ai miei genitori la vera identità di Dio.

Pan

Eravamo fermi da quasi venti minuti davanti a una cabina telefonica. Un caldo asfissiante, da far tremare i dati nelle statistiche, ci alitava intorno. Il sole sembrava essersi fermato, immobile e crudele, in un perpetuo mezzogiorno che ci rendeva tutti più irrequieti. Zampillavo di sudore e una sete inestinguibile mi seccava il sangue nelle vene. Non riuscivo a immaginare un supplizio più allettante di venire torturato dalla Santa Inquisizione: legato a un tavolo, un imbuto di legno infilato in bocca, i messi dell’inquisitore che mi versavano litri di acqua fresca nella gola arida.

Sgusciai nella cabina inseguendo la chimera di un po’ di refrigerio.

«Ma che fine hanno fatto?» domandai, esausto.

«Avranno avuto un contrattempo» congetturò, clemente, Giulio.

«In una giornata così, l’unico imprevisto tollerabile è la morte violenta».

«Incidente d’auto?»

«Formiche assassine».

Una Panda sgangherata parcheggiò sbilenca contro il marciapiede. I finestrini abbassati, i Def Leppard che facevano tremare il parabrezza. Sandro, in sandali e bermuda, scivolò dal sedile passeggiero e ci venne incontro, scintillante. L’autista si attardò a tramestare col bloccasterzo.

«Un altro minuto e chiamavo un’ambulanza!» dissi mentre evaporavo.

«Eravate in pensiero?» rispose lui, abbozzando un sorriso compiaciuto.

«Stavo per avere un collasso, Sandro. Ci sono 100 gradi!»

«Sì… è che ci siamo fermati a comprare le sigarette».

L’autista si arpionò al tettuccio della Panda, improvvisò un movimento atletico da fare impallidire i cugini Hazzard, poi si lanciò dal finestrino senza aprire lo sportello e cominciò ad avanzare nella nostra direzione. Lo guardammo stupefatti.

La sigaretta incollata al labbro superiore, una maglietta bianca e consumata da cui spuntavano due braccia esili e affusolate da tubercolotico. I capelli lisci abbandonati sulle spalle, la barba lunga e bionda che gli cascava sul petto.

«Lui è il ragazzo di mia cugina» sentenziò Sandro con entusiasmo puerile, quasi a volerci dimostrare che il pericolo di un colpo apoplettico non era stato inutile.

«Sembra un apostolo» commentò Giulio.

«Piacere, sono Pan» disse il nuovo arrivato, addrizzando una mano nel vuoto.

«Pan?» fece eco la voce di Giulio.

«È il mio nome d’arte».

«E quello anagrafico?»

«Pantaleone ma Pan è più evocativo».

Giulio abbassò la testa e gli spizzò i sandali francescani.

«In che senso, evocativo?» domandai cercando di salvarlo.

«Che ognuno ci può vedere dentro quello che gli piace: pantera, per esempio o pandemonio».

«Pantofola e pandoro?» continuò la sequenza Giulio, alla sua maniera.

«Ragazzi» tagliò corto Pan, avvicinandosi malizioso come per confidarci un segreto inconfessabile. «Conosco un discografico».

Non era un apostolo, era il messia. E questa volta nessuno lo avrebbe tradito per trentamila lire.

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Dino Buzzati, il mio Maestro fantastico

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Dino Buzzati (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 14 luglio)

“Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera [… ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.”

Scrivere storie fantastiche è stato il suo mestiere. A Dino Buzzati non è mai bastato un unico mezzo per raccontare. Scrittore, drammaturgo, scenografo, pittore, disegnatore, giornalista, inviato di guerra per il Corriere della Sera, la testata per cui scrisse per 43 anni. Autore per il cinema. Nel 1966 fu sceneggiatore con Fellini del visionario “Il viaggio di G. Mastorna”, un film mai realizzato a causa di un presagio funesto di Fellini, in pieno delirio creativo. A metà degli anni Sessanta, nel periodo di maggiore splendore, Dino Buzzati veniva definito “un uomo del 2000”.

Se l’aspetto e la prossemica denotavano un tipo d’altri tempi: fisicamente sempre al suo posto, postura compita senza accennare grandi slanci, dall’altra parte Buzzati era la mente del futuro. Il suo pensiero nuotava in acque d’avanguardia rispetto a quelle dell’Italia del Boom economico. Già alla fine degli anni cinquanta, Buzzati identificò un buco nero dentro cui la popolazione italiana sarebbe involuta: la cafonaggine per alcuni e l’eremitismo per altri.

Nato nel 1906, in un’agiata e colta famiglia bellunese di origine ungherese, è stato un ragazzo di quelli che comunemente si dicono prodigio. Già da adolescente suonava il piano e il violino, frequentava la rinomata biblioteca di famiglia a Milano, dipingeva.

Come scrittore Buzzati esordì nel 1933 con “Bàrnabo delle montagneche passò abbastanza inosservato. La consacrazione letteraria avvenne dopo l’uscita de “Il deserto dei tartari” (1940). Il grande successo lo incastrò in un’etichetta esistenzialista che lui, da bravo esistenzialista, rinnegò. Adorava mostrare il suo lato più colorato (e colorito). Più volte aveva dichiarato che il suo mestiere era il pittore: “La pittura ha il vantaggio di essere internazionale e non aver bisogno delle traduzioni.” Probabilmente tutta la sua narrativa fantastica non sarebbe esistita senza i disegni, vere e proprie ossessioni poetiche interiori: donne con gli occhi giganti e i seni minuscoli; uomini inghiottiti dai loro desideri sessuali; mostri e streghe in preda a premozioni; città tutt’altro che invisibili e molto dannate.

Raccontò la borghesia, di cui faceva parte, con il rigore di un militare. Tutti gli psicodrammi borghesi ante litteram come l’insoddisfazione perenne, il capriccio bello e buono senza dimenticare la vigliaccheria tipica dei traditori a buon mercato fanno parte del suo immaginario narrativo più riuscito.

La sua città adottiva divenne Milano senza la quale non avrebbe saputo dove posare il suo sguardo mai dritto, inquieto al punto da trasferirsi nel fantastico dove Milano una volta era scenario onirico e quella dopo “solo cemento e gesso”. Probabilmente il più grande tradimento che subì fu proprio da Milano, una città che stava cambiando troppo velocemente a scapito dei sentimenti (bruciati dalla fretta del consumo) e del legame magico tra uomo e natura. Due temi con cui (ri)scriverà il suo mondo interiore, scivolando del surreale e nel realismo magico. La prospettiva fantastica con cui creava personaggi e storie gli permetteva di vedere dell’umano nel mostruoso e viceversa.

Di Buzzati a scuola si studia l’aspetto più intimista e forse quello più noioso. Bisognerebbe invece conoscere il fanta-Buzzati che viveva in un fanta-mondo abitato da fanta-donne a cui dedicava fanta-storie. “In certi casi il lavoro giornalistico mi distrae dal vero lavoro di scrittore, ma io cerco di scrivere le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di cronaca.”

Insieme con Italo Calvino e Tommaso Landolfi appartiene alla triade di punta della letteratura fantastica italiana. Dei tre lui è il più equilibrato, l’ago della bilancia tra la percezione realistica di qualcosa e la sua trasfigurazione immaginifica. In questo equilibrio un ruolo centrale l’ha svolta l’ossessione amorosa di cui, più nel male che nel bene, Buzzati fu battitore libero. Per Buzzati l’amore è eterna malattia.

Almerina, quella che poi divenne sua moglie, sposata nel ’66 quando lei aveva 25 anni e lui 60, ha raccontato di aver invitato la vera Laide (la donna per cui Buzzati ebbe una vera ossessione, protagonista di “Un amore”) in ospedale, quando lui era sul letto di morte (avvenuta poi nel 1972 per una malattia). E quando Almerina gli chiese come le era sembrata quella donna che l’aveva fatto impazzire per tutta la vita, Buzzati rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”. Dino Buzzati è stato un uomo netto e tranchant, fino all’ultimo momento della sua vita.

Caro Dino,

tu per caso ti ricordi l’Amore?

Beato te.

Qui non si capisce più niente. Si amano tutti e si lasciano tutti. Non si fa in tempo a dire ti amo che uno dei due ha già chiuso la porta in faccia all’altro. Tradimento? Non è più mica così importante.

Non voglio sembrarti presuntuosa, mio caro Dino, ma ti dò una notizia. Se “Un amore” fosse pubblicato oggi, l’avresti chiamato “Un poliamore”. Va di moda, adesso. Amare più persone, tutte insieme contemporaneamente. L’utilità ha scavalcato il sentimento. Metti che oggi Dorigo si innamora di Laide. Domani può farlo della sua amica. Poi di sua sorella. E via via. L’io giustifica qualsiasi cosa. Anche la peggiore azione.

La differenza con il passato, quando il tradimento era sibillino, è che oggi è tutto trasparente. Con questa trasparenza abbiamo distrutto l’amore. Se Dorigo si tormentava: “Lo struggimento era tale che gli sembrava che gli venissero succhiati fuori anni e anni di vita. Ormai era un automa, un istupido automa.” Noi abbiamo risolto così: zero struggimento. Laide, la sua amica e sua sorella oggi sono al corrente di tutto. Sanno di non essere le uniche e che ogni relazione porta con sé un’altra e un’altra ancora. Se ne prisciano, si dice dalle mie parti. (Parti molto lontane dalle tue, per quanto ci sono più baresi a Milano che a Bari).

“Un poliamore” non dovresti ambientarlo in una casa chiusa. Va benissimo in una qualunque casa. Tanto: tutto vale e nulla ha più importanza. Il signor Dorigo oggi non perderebbe tempo a struggersi. Laide non mi vuole? E che problema c’è. La cancello dai social. Anzi la banno e già che ci sono esco con la sua migliore amica che tanto mi aveva aggiunto lei su facebook, sto solo reagendo a una sua iniziativa.

L’amore è una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.” anche qui, caro Dino Buzzati, ti sbagliavi. L’amore adesso è ridicolo. Come ridicola è diventata la fedeltà. Una presa per i fondelli. Essere fedeli è un ripiego. Una scelta che si compie offline e dunque chi se ne frega. Tanto non lo saprà mai nessuno.

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SCRIVERE UN ROMANZO. DAVVERO.

LABORATORIO DI EDITING CON ALESSANDRA PENNA

Da quest’anno c’è un laboratorio completamente dedicato, e riservato, a chi ha seguito una o più lezioni dei miei laboratori. Intendo anche i laboratori passati (cioè dal 2013 a oggi) e non solo svolti a Bari (venite a trovarmi, così ci rivediamo pure!).Saremo in pochi, come nelle storie serie.Massimo 7 persone iscritte.

Il laboratorio si chiama “Scrivere un romanzo. Davvero.”  e si tratta di un esperimento di scrittura a più mani finalizzata a capire come funziona davvero un romanzo e dove e come l’editing interviene per migliorarlo e renderlo più spendibile per essere pubblicato.

Sono felice di condividere questo laboratorio con Alessandra Penna, amica ma soprattutto eccellente editor di Newton Compton. Alessandra Seguirà il lavoro svolto dai corsisti per arrivare alal fine a una prima bozza di una commedia a più mani.

Si parte ad ottobre e si finisce a maggio. Scrivetemi per saperne di più. (Tipo dove, come,quando e quando.)

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE

“Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà. Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

LA CUCINA DEL RACCONTO

Si può imparare a cucinare con i libri e a scrivere con il cibo?

La cucina del racconto è un laboratorio creativo di scrittura e cucina per imparare a cucinare e a raccontare le proprie storie.

Chi scrive e chi cucina fa lo stesso mestiere. Mette in campo degli ingredienti per creare storie.

Partendo da questa suggestione nasce La cucina del racconto, un laboratorio di scrittura e di cucina dove i partecipanti impareranno a scrivere le proprie storie assaggiando le prelibatezze della cucina. Appuntamenti per imparare modalità/tecniche di scrittura e modi diversi di preparare pietanze quotidiane.

Partendo da questa suggestione nasce “La cucina del racconto”, un laboratorio di scrittura e di cucina dove i partecipanti imparano a scrivere le proprie storie assaggiando le prelibatezze della cucina degli chef ospiti. Comune denominatore di questo percorso letterario è il cibo: quello amato, raccontato e inventato da grandi maestri della letteratura.

PIACE: a chi ama cucinare, leggere, scrivere, mangiare. Non è necessario avere un romanzo nel cassetto per partecipare. Quello che serve è un cassetto. Il testo verrà da sé.

AMORE E GUERRA

“Le tue parole mi si addicono”.  J D. Salinger 

“Amore e Guerra” è un laboratorio dove ci si confronta con il dettaglio biografico per leggere e scrivere storie in cui il legame sentimentale rappresenta la relazione principale nella storia. Un legame che risponde a due movimenti narrativi: l’amore e la guerra. Che poi, sono la stessa cosa. Indivisibili. Nutrimento e fame. C’è una frase che sintetizza ciò che accade nei buoni romanzi:  “Bad decision makes good stories”.  L’imprevisto genera, di solito, migliori accadimenti dal punto di vista narrativo. Questa è la nevrosi delle narrazioni autobiografiche (dichiarate o meno): mettere in scena la possibilità, l’imprevisto. Allargare il confine, superare il limite. Nascondere la vita, mimetizzare la messinscena: dire la verità mentendo.

Per approfondire

Gli obiettivi del laboratorio sono due: difendersi da se stessi come narratori e combattere gli stereotipi legati al racconto biografico, in particolare quello amoroso e bellico. Leggeremo per osservare come si possa scrivere d’amore senza sentimentalismi; scriveremo per metterlo in pratica. Stessa cosa per la guerra. Cosa c’è di più stereotipato della sofferenza, della morte e del dolore? E cosa c’è di più simile alla guerra dell’amore? La guerra e l’amore sono specchio, come la morte e la vita. Sono il legame che più inseguiamo e che più di altri è presente nella letteratura. Imparare a scrivere la propria storia partendo da questi due campi di battaglie è la finalità definitiva di questo modulo.

RITRATTO DI SIGNORE

INCONTRI LETTERARI

quattro appuntamenti con quattro grandi donne della letteratura:

Jane Austen, Colette, Anaïs Nin, Gertrude Stein

A cura di:

Giorgia Antonelli

Alessandra Minervini

Una Storia Tutta Per Sé con PH8

La salute è contagiosa

Una storia tutta per sé diventa un laboratorio rivolto ai pazienti di S.C. Ematologia – Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” Bari. A cura di PH8

Rileggere Tommaso Landolfi – Sul Blog “Altri animali” (Racconti Edizioni)

Torino, dicembre 2003. Qui, e allora, ho comprato i racconti di Tommaso Landolfi. Un volume di oltre 500 pagine che, fino ad oggi, si è adattato bene alle nebbie e alle mareggiate della mia vita. Lo presi senza sapere chi fosse e cosa scrivesse, attratta da: «Scelte da Italo Calvino», lo scrittore pomeridiano che all’epoca inseguivo come se, da un momento all’altro, potessi incontrarlo dietro l’angolo di Corso Re Umberto.

Landolfi, nato all’inizio del secolo scorso vicino Frosinone, è considerato uno scrittore stravagante, dandy, francese (che temo significhi più bravo della media italiana), romantico (nel senso culturale del termine) e raffinato. Leggendolo la prima volta non ci ho capito niente, o quasi, ed è stato per questo che l’ho amato a prima lettura. L’amore è così. Non si sceglie, capita.

Unknown

Se considero tutte le parole che ho cercato sul dizionario durante la prima, la seconda e la terza lettura del volume, questo mi basta a rinsaldare il forte legame che sento con la sua scrittura e la sua visione narrativa. Eccone alcune: scapruginaregordomezereocimandorlobozzima. Sono contenute tutte in La passeggiata che, secondo la divisione di Calvino, rientra nella sezione – Le parole e lo scrivere. Tutti i racconti qui compresi sono esattamente il contrario di quello che è un classico manuale di scrittura. Per questo funzionano bene, come mappe che conducono per strade più lunghe ma verso mete più affascinanti. Non è sfoggio di paroloni, è costruzione di un linguaggio che, soprattutto, nella forma breve considero buona regola: ogni parola è come se fosse una pagina bianca in cui chi legge ri-scrive ciò che sente e desidera.

L’amore e il nulla (che vince già per il titolo) raccoglie storie di sentimenti mancati e occasioni perse: l’amore. In Stazioni morte il protagonista si abbandona a fantasticherie sentimentali lungo «le cosiddette stazioni morte: stazioni cioè dove, per mutate esigenze di servizio o per chissà qual motivo, nessun treno ormai si ferma». Fino a quando non incrocia una «ragazza con frangetta» che lo salva, un dialogo surreale e malinconico che gestisce il sottinteso in maniera esemplare.

Nei vuoti cosmici creativi rileggo questi racconti, e pochi altri, tra cui L’eterna provincia, uno dei più lunghi della raccolta. Il protagonista, con una gamba di legno, furoreggia in paese per le sue conquiste fino a quando non incontra una donna che lo spiazza perché non si accorge (così gli pare) del suo difetto: «Me ne ero innamorato; non per tanto cessavo di odiarla, anzi la odiavo un poco di più». Succede così nei racconti di Landolfi che lui crea dei personaggi che si incollano letteralmente alla pelle. Sono come dei tatuaggi, a volte fanno male e si scoloriscono ma restano sempre lì. A differenza di un tatuaggio, anche grattando forte, non vanno via.

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