Presentazione de “La Congiura” ore 18.00, 30 maggio, libreria Laterza
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Presentazione de “La Congiura” ore 18.00, 30 maggio, libreria Laterza

Quando una persona che conosco, perché incontrata tra le storie dei miei corsi e laboratori, pubblica un romanzo io non mi stupisco. Lo ammetto. Perché conosco la storia che c’è dietro quelle storie: la determinazione, l’umiltà, la capacità di dialogare con gli altri e con se stessi, il riconoscimento del proprio fallimento e l’orgoglio di avercela fatta. Sono cose che uno pensa, dovute o retoriche. Invece no, io quando una persona lavora veramente alla propria storia e poi riesce a pubblicarla non mi stupisco affatto. No.

La persona di cui sto parlando è Federica Introna che ha appena esordito con “La congiura” che presentiamo insieme il 30 maggio da Laterza.  Le ho chiesto di raccontare un po’ cosa succede quando si lavora per anni alla stessa storia, lei ha scritto questo e la ringrazio.

 

Quando mi iscrissi al laboratorio di Alessandra, avevo appena terminato il mio romanzo, terminato nel senso che quello che avevo scritto aveva un inizio, uno sviluppo e una fine… ma era ben lungi dall’essere compiuto. Ne ero consapevole e per quello mi trovavo lì, non sapevo, tuttavia, quanto e soprattutto in che modo avrei dovuto lavorarci, come del resto tutti coloro che seguivano il corso con me: un bel gruppo di amanti della lettura e della scrittura, diversi per stile ma accomunati dal forte desiderio di apprendere.

Il laboratorio cominciò giustamente dall’incipit: dopo la prima lezione capii che io ed Epicari, la protagonista dell’opera, ci saremmo frequentate ancora per molto tempo…

La mia scrittura era chiara, documentata, aveva pure un certo ritmo, ma non possedeva l’incisività e la profondità indispensabili a valorizzare la materia complessa, direi “bollente”, che avevo scelto. Raccontavo la storia di una donna in crescita e in lotta, ma di fatto nelle pagine iniziali mi ero concentrata di più sui personaggi maschili: c’era Anneo Mela, c’era il Maestro, ma lei, la congiurata non emergeva come avrebbe dovuto. Fu allora che nacque “la mia dea”, che “nei suoi occhi d’ossidiana” accesi un lampo: fu allora che riuscii a fondare il mondo che avrebbe accompagnato il lettore nel resto del romanzo. E non fu un parto facile… Scrivere è riscrivere, più e più volte, finché le parole abbiano l’evidenza delle immagini e compongano in modo coerente il mosaico della vicenda.

Nel laboratorio imparai anche un altro aspetto importante per qualsiasi narrazione: snellire e limare i dialoghi,  andando alla ricerca della voce di ciascuno dei personaggi. Avevo letto Raymond Carver ma fino ad allora non sentivo di chiamare le figure che creavo “la mia gente”… Bene, pian piano Volusio Proculo, Calpurnio Pisone e tutti gli altri divennero proprio questo: “la mia gente”. Se l’autore non acquisisce dimestichezza con i personaggi non si capisce perché debbano acquisirla i lettori.

L’esperienza del corso insomma è stata fondamentale per fermarmi a considerare, sotto gli occhi critici di una valida guida, i punti deboli e i punti di forza del romanzo e iniziare a scavare in me stessa, nel mondo che mi circondava, nei referenti letterari, per raccontare davvero la storia di Epicari.

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