“Sull’orlo del precipizio” di Alfonso Pistilli #dopolavoroletterario n. 52
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“Sull’orlo del precipizio” di Alfonso Pistilli #dopolavoroletterario n. 52

Il protagonista del manoscritto di Alfonso Pistilli, Sull’orlo del precipizio”, è Paolo Levrieri è un trader di successo. Gestisce il fondo finanziario Vitality presso la Green Investment & Co. a Chicago. Sicuro di sé, Paolo non ha mai perso una battaglia e si è costruito una carriera ricca di successi. Janet Bennet invece è una ricercatrice dell’Università di Chicago partita per l’Africa per analizzare e studiare le economie del terzo mondo. Colpita dalla situazione in Niger, decide di rimanere per occuparsi del villaggio di Tahoua. Ma ha un disperato bisogno di fondi. Da qui parte la trama di questo manoscritto, curato nei mimini dettagli dopo il nostro editing, caratterizzato da diversi colpi di scena e misteri, ruota attorno a un linguaggio cristallino e preciso. Ottima padronanza dal linguaggio tecnico economico- finanziario. L’autore, pur avendo costruito una trama complessa, riesce a intessere uno stile chiaro, attento ai dettagli della storia e ai personaggi. Nel complesso una scrittura che si lascia divorare, come si capisce dal suo incipit.

 

SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO di Alfonso Pistilli

Se in qualche parte del mondo si festeggia, altrove qualcuno sta pagando il conto.

Un altro anno di successi è appena trascorso.

Paolo Livrieri ha invitato al suo tavolo dell’esclusivo Conservatory Loft di Chicago le persone che maggiormente hanno goduto del suo genio negli ultimi anni.

Il frastuono intorno a lui aumenta aiutandolo a tornare in sé a pochi secondi dall’ingresso del 2007.

Meno uno!

Spinge il tappo di sughero del Dom Pérignon del 96 più forte che può con il pollice, per vincere l’attrito di oltre un decennio di invecchiamento, facendolo saltare in direzione degli occhi neri di Lily che occupa il posto di fronte a lui.

Le bollicine scalano il collo della bottiglia per finire sulla mano che la tiene stretta.

Paolo attende di riempire i flûtes dei suoi ospiti, intenti a scambiarsi gli auguri alla ricerca di un’intimità forzata. Indugia lo sguardo sulla giovane coppia, mandata lì dal senatore Collins in sua vece, trattenuto a Washington per impegni istituzionali.

Lily cinge il collo di Richard con entrambe le braccia stampando le labbra su quelle di lui, immobili per qualche secondo, mentre il giovane stringe il bacino contro il suo poggiandole la mano sul fondoschiena.

Quando Paolo distoglie lo sguardo avverte un dolore fisico alla mascella, irrigidita dal sorriso di cera, poi avvicina le labbra ancora intorpidite a quelle di Grace scandendo un: “Auguri amore” dal sapore forzato.

Solleva il bicchiere invitando i presenti a imitarlo: «A un nuovo anno di soldoni!»

Quando è diventato così poco delicato Paolo non riesce più nemmeno a ricordarlo. Intorno a lui i sogghigni degli ospiti sottolineano la sua puerilità, pur celando una certa condivisione. Del resto, il motivo per cui si trovano attorno a quel tavolo è l’impossibilità di rifiutare l’invito di chi muove le fila del denaro, a cui ognuno di loro è devoto.

Bum! Bum! Bum!

Nello stesso istante in cui a Chicago si festeggia l’arrivo del nuovo anno, a Tahoua, in Niger, due mani incrociate premono il petto immobile di una donna che ha appena messo al mondo una nuova vita.

«Forza, Nia! Respira!»

Bum! Bum! Bum!

«Allontanate il bambino!»

La voce affannata del medico desta Janet che avvolge inerme un bimbo cioccolato ancora appiccicoso e soffocato dal pianto.

Le urla del piccolo si fanno assordanti, sembra stia intuendo le difficoltà della madre. Janet non riesce a muovere un muscolo, i singhiozzi le trapanano i timpani.

«Nia, non mollare. Ti prego!» sussurra tra sé.

Di colpo tutto diventa immobile, nessun rumore, non un sibilo.

Le mani del medico si fermano, Janet le fissa, battuta. Nia non respira più.

La sconfitta assume le sembianze di un volto inumidito da gocce di sudore che scivolano lungo rughe di stanchezza. È evidente su quello candido di Paul Write, il medico che ha lottato per tenere in vita la giovane donna, ma anche su quello mulatto di Janet che stringe ancora al petto quella creatura, già destinata a un futuro difficile.

L’odore acre del disinfettante misto a sudore permea la tenda adibita a sala operatoria dell’ospedale da campo.

Il nuovo anno è cominciato così, nella leggera brezza mattutina di una città che ha poco da festeggiare.

Ancora del tutto disorientata, Janet affida il neonato alle cure delle infermiere, «Lo chiameremo Leo, forte come un leone.» Si fa largo spostando con veemenza la tenda ed esce calpestando la terra su cui si erge il complesso adibito a ospedale.

A Tahoua ci sono solo due colori, il marrone della terra, delle strade, dei palazzi, e l’azzurro del cielo.

Corre, mentre il grugnito assordante dei generatori elettrici che riforniscono di energia l’ospedale si fa via via più lontano. Stringe i pugni dalla rabbia per l’ingiustizia di una madre morta dando alla luce suo figlio.

Quando torna in ospedale, Janet porta con sé un piccolo camice bianco per Leo. Lo accoglie tra le braccia stringendolo al petto, i capelli corvini di lei a celarlo come fossero una cortina. Gli promette che farà di tutto per non fargli mancare nulla e permettergli di crescere sano e forte.

Alle spalle la voce di Paul interrompe i pensieri.

«Janet, fammi compagnia.»

«Arrivo, Paul. Un attimo.»

Janet lo raggiunge all’esterno, si siedono l’uno di fronte all’altra sui due grandi tufi che mantengono issate le tende, i gomiti poggiati sulle ginocchia. Paul stringe una lattina di tè freddo che usa per rinfrescare il collo prima di aprirla e ingurgitarla in due lunghi sorsi.

«Ormai è passato capodanno, tra qualche giorno dovrò tornare al mio lavoro in Inghilterra» esordisce Paul. «Ti prometto che tornerò nel più breve tempo possibile. Janet, sei una donna in gamba, puoi fare molto per questa gente e io tornerò ad aiutarti, contaci.»

«Grazie Paul, in giorni come questo mi sembra di scalare le montagne a piedi nudi». La rabbia provata fino a pochi istanti prima si sta trasformando in voglia di agire.

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