Recensione | Eva Clesis, E lucevan le stelle, Castelvecchi
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Recensione | Eva Clesis, E lucevan le stelle, Castelvecchi

Castelvecchi, pagg. 170, 18,50 eu

L’adolescenza è un territorio narrativo privilegiato e meschino, scoperchia le verità che la vita adulta fa scomparire. Ne ha perfetta consapevolezza Noemi, quasi diciott’anni e una vita che non le corrisponde, a cominciare da sua madre. “Chiunque conoscesse Stella Almerigo, nata Cesara de Nittis, poteva avere un’unica impressione di lei: che fosse una persona cattiva.”  Goliarda Sapienza dei suoi personaggi diceva che “mordono la vita”. Lo stesso fa Noemi quando si intrufola nei reparti ospedalieri fingendosi la figlia delle degenti o quando si rifugia al cimitero, cercando la madre, decisamente ancora viva, sulle lapidi di sconosciute. Non nega il bisogno di piangere, lo trasferisce pensando che si possa spostare l’origine del dolore a seconda del punto di vista. Ma non è così, e allora a Noemi non resta che mordere la vita, nonostante il sapore non sia così gradevole.

Il  nuovo romanzo di Eva Clesis riprende la (buona) ossessione per la provincia, già affrontata in passato dalla scrittrice, e dimostra un’avvenuta maturità di sguardo. La provincia ha un taglio diverso rispetto alle opere precedenti, come se fosse una cicatrice che sfiora i personaggi che la vivono con assuefazione, dimenticando come se la sono procurata, la cicatrice. Il contesto calabrese scelto da Clesis, barese che risiede, da tempo, a Reggio Calabria, si sparge nella storia dentro uno sguardo condiviso. Non è la provincia di Stella a essere costrittiva, ma la provincia mentale umana. Nonostante il suo carattere niente affatto amabile, si finisce per stare dalla parte anche di Stella. “Del resto le persone, si sa, sono maligne.” Non è importante di chi sia e a chi appartenga, ma tutti i personaggi, da Noemi a Daniel passando per Stella, sono personalità letterarie che contengono verità, imperfezioni e cattiverie. Del resto a cosa serve scrivere di legami se non si può essere spietati?  Clesis è affilata, c’era il rischio che la scrittura potesse togliere respiro ai personaggi. Invece le tengono testa,  con voce e ritmo coerenti fino al finale.

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