Il Punto più alto – racconto pubblicato da Pastrengo
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Il Punto più alto – racconto pubblicato da Pastrengo

Ci chiamano Sale e Pepe. Abbiamo diciotto anni. Io ho la testa che sputa forfora, Pepe ha un neo massiccio sulla guancia. È il mio migliore amico. Non ha la barca. Possiede altri benefit. Pepe è bravo a scuola. Io cesso. Se i prof scocciano, li invito in barca. Chi resiste? E poi c’è sua madre che è una bona mondiale. Un giorno diventerà mia.

La sera del diploma: festa in villa da me. Siamo organizzati così. Sale mette i dischi. Pepe dice quali. Funky, afro, una cosa che spinge. Pepe sa, ha groove. Sale ha i contatti. Cento invitati. Mi viene da dire: sballo!, non rende l’idea. Ci sono i soliti della scuola, i diplomati dell’anno scorso, gli amici del tennis, del calcetto, del campus estivo, quelli degli scacchi, la classe del Conservatorio.

Nel pomeriggio vado da Pepe. Onoro con gli occhi le tette della madre: santissime, sanno di ciambella. Lei mi chiama manidimerda: ogni volta che la vedo mi cade qualcosa. Mi imbarazzo. Pepe: andiamo in un posto e porta la musica.

Ci vogliono quarantacinque minuti a piedi e un poco di affanno toracico per raggiungerlo. La strada è tutta in salita. Una rarità: è una zona piuttosto piatta. Appena si scavalla il paese, spunta la chiesetta bianca. Il punto più alto. Il mare si conficca sulle distese di ulivi senza gradi di separazione tra acqua terra e aria.
Quando una cosa non esiste, diventa l’unica cosa da vedere.

Amo tua madre, confesso. E lui: sei pazzo. Va bene, gli dico. Come quando in salumeria abbondano i grammi del cotto: “Lascio?” E rispondo: “Va bene”.
Poi ripeto: amo tua madre, è mia. Lui sostiene lo sguardo, alza il volume. La musica si scatena. Muovo i fianchi, ballo, non capisco il testo. A cosa servono le parole quando c’è un suono che sale.

È qui che ti uccido, gli faccio. Il tramonto devasta la chiesetta, sulla croce s’infilza l’arancio. L’ingresso è spalancato. Le sedute sono abbattute, sull’altare è cresciuto un ulivo, le radici ci contemplano come fedeli incantati. La musica sconosciuta è l’unica cosa che vibra sul suo corpo. Le ferite in mezzo alla gola si muovono a tempo. Lecco un dito di San Michele su cui è finito del sangue. Sa di liquirizia.

Sulla strada del ritorno mi sento come gli ulivi che esplodono sputando fuori le vecchie radici. Invecchiando, invece di abbassarsi, le foglie sui rami si piegano verso il cielo, toccano il punto più alto. Eppure, non sono mai stato un albero.

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