#ov di Alessandra Minervini
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#ov di Alessandra Minervini

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dal Cantiere di scrittura di Gessica Franco Carlevero

In primavera ho cominciato a lavorare al sito dedicato agli Scrittori del Cantiere.
Nel frattempo sono capitate talmente tante cose che ora è settembre e il sito è ancora in sospeso.
Quello che ho iniziato a fare, oltre alla parte tecnica e grafica, è raccogliere estratti dei romanzi, piccoli testi degli autori in cui raccontano il loro progetto e l’accompagnamento.
Qualche tempo fa Alessandra Minervini mi ha mandato un pezzo che trovo talmente bello che ne ho abbastanza di tenere tutto da parte per aspettare che il sito sia pronto.
Ho pensato di cominciare a metterlo su questa pagina, nel frattempo che il sito degli Scrittori del Cantiere sia pronto.
Grazie a Alessandra, davvero.

Breve presentazione del progetto

 
#ov (titolo fittizio dell’opera) è un romanzo sulla mancanza d’amore (sentimentale, filiale, territoriale, professionale) e sulla conseguente dipendenza dallo stesso. I protagonisti sono Anna e Carmine, e tanti altri tra cui Tess che tesse la trama di tutto il romanzo: un uragano americano che minaccia l’Italia proprio nell’estate in cui i due, Carmine e Anna, si lasceranno. L’ambientazione è la Puglia che con la sua recente storia culturale accompagna le vicende. Il romanzo è composto da tre parti: la mancanza di presente, la mancanza di passato, la mancanza di futuro; e poi c’è un epilogo.
 

Sul nostro lavoro insieme

Ho iniziato a scrivere questa storia nell’autunno del 2012. Ho scritto per alcuni mesi tutto quello che volevo, tutto quello che riguardava il senso del mio scrivere, cioè raccontare una mancanza. Non mi piacciono i personaggi troppo giusti, perfetti e che hanno la meglio perfino su loro stessi. Non mi piace descrivere una torta, preferisco raccontare la fetta che avanza. E una fetta di torta avanza sempre, anche un boccone. Fateci caso. Scrivo di fallimenti, di falliti, di fallibili. Trovo che osservare qualcuno che non ammette il proprio fallimento, anche piccolo, anche solo quello di non essere riuscito a fare una ciambella con il buco al centro, trovo che sia divertentissima quest’osservazione qua e cerco di riportarla in vita con l’ironia della mia scrittura. L’umanità che ha paura di fallire e dunque sbaglia, sempre, è il luogo osceno su cui si posa il mio sguardo. 
Nel romanzo il fallimento l’ho chiamato mancanza. Mancanza nel senso di qualcosa che riesci ad avere proprio quando ne perdi un’altra. Una volta, tanti mesi dopo aver pensato al romanzo, quando già lavoravo con Gessica le ho scritto questa cosa della mancanza che è così, qualcosa che sta al posto di altro e ti piace più di quello che ti aspettavi. Non è un accontentarsi, la mancanza. Ma è una sorta di sublimazione del destino che gli stessi personaggi manovrano. 
Gessica sono stata io a contattarla. La conoscevo, nel senso che stimavo il suo lavoro e la sua scrittura. Ma non avevo idea di cosa fosse il percorso di accompagnamento che proponeva. Però mi sono fidata. Come scrittrice sono molto insicura, per questo lavoro in editoria forse perchè così acquisto sicurezza con la materia “libro” (ma è solo un’illusione). Insomma, mi ero bloccata non perché non avessi idee ma ne avevo troppe. Così le ho raccontate a Gessica, le sono piaciute e da Dicembre 2012 lavoriamo insieme alla stesura di #ov che praticamente è finito se non fosse che sto ultimando la fine. In questi anni abbiamo avuto ritmi altalenanti, gli stessi che ho nei riguardi della scrittura. Momenti in cui ne sono dipendente, momenti (molto lunghi) in cui la abbandono al suo destino. Poi mi ricordo che il suo destino è il mio e allora riprendo a scrivere.
Una delle prime cose che ci siamo scritte, io e Gessica, partiva dalla mia alternanza tra troppo dentro e troppo fuori il romanzo. 
Ecco cosa mi rispondeva Gessica in merito: “Tu sei dentro alla storia fino al collo, conosci anche le virgole. Non puoi renderti conto più di tanto del suo carattere “criptico”. La prima volta che l’ho letto però (la prima volta leggo sempre il testo in modo assolutamente spontaneo, senza alcun tentativo di analisi) ho avuto l’impressione di trovarmi in una discesa piena di neve con gli sci ai piedi senza essere quasi capace a sciare. È molto bello, dopo però ci vuole un po’ di tregua”. 
Tra le cose che mi sono rimaste sigillate nel cuore, durante gli accompagnamenti di Gessica, c’è il suo entusiasmo che non è mai isterico ma pacato il che lo rende sincero, e indispensabile. 
Un esempio. 
Io scrivo: “Cara Gessica, nel weekend non ho scritto che sono uscita. Al momento i miei appunti sono – tornando indietro, senza tornare indietro: ho ripensato al progetto al legame con il padre di anna e con la sua morte. per ora, il padre muore di diabete all’improvviso. invece io dico che si uccide, manco tanto tempo prima dell’inizio del romanzo, a causa dei debiti della crisi.Mi rendo conto che tutto questo, scritto e detto a crudo, così, sembra un melodrammone, che poi lo sarà, che poi il melò a me piace, ma considera che sarà scritto tutto con il mio solito stile che impiega due pagine per dire che c’era il sole e mezza riga per dire che, ad esempio, “la crisi uccise suo padre”. Che ne pensi?”
Gessica risponde: “Direi che le nuove idee sono buone. Tra l’altro semplificano anche un po’ le cose, dal punto di vista della scrittura. L’unica cosa su cui non concordo é l’ultimatum che ti sei data. Io sarei più comprensiva, paziente. Gli intoppi non penso riguardino questa storia ma il tuo modo di scrivere. Senza essere troppo indulgente, però nemmeno severa. É come se per andare avanti avessi bisogno di fermarti. Sono cicli, meglio capirli e assecondare i momenti buoni, gli altri sono pause fisiologiche di cui hai bisogno, forse. Bisognerebbe pensarci, al fatto che ognuno ha un suo modo, e quelle che a volte sembrano debolezze magari sono invece attitudini. Perché il rischio altrimenti é di censurarsi da soli, boicottarsi. Insomma, fin che hai piacere a tornare su questa storia vuol dire che é ancora viva, credo”.
 

Un estratto di #ov

Questo è un brano compreso nella prima parte del romanzo, “La mancanza di presente”. Si trova più o meno al centro, quando ormai Anna ha lasciato Carmine. Lui reagisce rinchiudendosi nelle sue ossessioni: la musica e il peso forma. Ma nel frattempo, preso dalla malinconia (che è il sentimento prevalente nel romanzo), ricorda i momenti in cui erano felici insieme.
Consiglio di leggerlo ascoltando questa versione di una canzone degli Smiths
 
 
Dal giorno del concerto, lui ripensava ad Anna e quando le mancava troppo la immaginava bambina. Come se potesse allontanarla senza dimenticarla. Carmine nella mancanza di Anna leggeva Emily Dickinson ad alta voce, immaginandosi di fronte a lei, riascoltando la sua voce che veniva rimproverata da lui per via dell’inglese che Anna non sapeva bene come lui e lui non aveva che versioni originali dei libri. Il pensiero della traduzione lo mandava in confusione, qualcosa che non poteva controllare. Sentendosi in colpa per quanto fosse bella, per quanto le stesse bene quel vestito addosso, senza reggiseno e senza seno, si figurava Anna in mezzo ai suoi compagni di scuola nel cortile, almeno una volta, quando lei era piccola, che le urlavano dietro cose di maschi increduli di fronte alla bellezza e per questo offensivi.  E allora immaginava i suoi capelli raccolti dentro una lunga coda, le scarpe basse striminzite rosa.  Se la immaginava d’estate, tutto il giorno in casa, tutto il tempo con sua madre e le sue zie, che facevano cerette sul tavolo della cucina. Cambiavano pelle vicendevolmente. Prima le gambe di zia Lina, che non le ha mai avute sottili come quelle di sua mamma che per compensare la natura liberava la sorella del superfluo peloso, prima delle altre, cosi passava il restante tempo a dirle quanto erano belle le sue gambe. Quando erano lisce. Zia Mina e zia Rina osservavano la scena con la stessa compostezza di due boccioli. Poi tutte quante si mettevano le minigonne ricavate dai jeans di suo nonno. Un paio di jeans uguale due minigonne e un top. Sempre per zia Lina, il top, che portava una prima scarsa e sua madre per non sentirsi in colpa, della sua quarta abbondante, le cuciva top alla moda con gli avanzi dei jeans paterni. Quella vestizione parricida, sua madre la chiamava la mancanza. Quello che avanza da qualcosa, da tutto. Quello che se non fosse mancato il resto, non sarebbe esistito.  Quello che rimane da ciò che manca. Con le sorelle jeans, depilate e rivestite, andavano al mare. Nella spiaggia della città. Una spiaggia gratuita e abbandonata. Si beveva vino rosso mischiato con l’acqua gassata che era diventata bollente nell’attesa per l’autobus. E al mare non c’era proprio mai nessuno. A parte quando arrivavano loro che la riconoscevano, la bambina prodigio, e si infilavano nelle loro giornate tipo la sabbia che si appiccica sulle stuoie. E questo aveva reso l’infanzia una mancanza rapida fatta di innocenza sontuosa. Le risate di Anna erano delle farfalle che ronzano intorno alla lampadina, come volpi con l’uva, e una volta raggiunta, la luce, si elettrizzano e muoiono. Ma muoiono felici e innamorate. Simili ai bambini che non conoscono l’amore, non sanno di provarlo, fino a quando non diventano grandi. E lo perdono. La mancanza che nutre l’amore.
Articolo del Cantiere di scrittura di Gessica Franco Carlevero | 24 settembre 2015

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Fotografie e collage  di Liliana Peligro

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