“Occhi a mandorla” di Antonio Bonagura – Dopolavoro letterario n. 27
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“Occhi a mandorla” di Antonio Bonagura – Dopolavoro letterario n. 27

Antonio mi ha scritto un giorno per chiedermi di leggere e revisionare il suo romanzo. Un romanzo che traeva molta, forse troppa, ispirazione dalla propria vita. Con molta pazienza e abile capacità di mettersi in gioco, il romanzo è diventato una raccolta di racconti, pezzi di storie che messi insieme ricostruiscono pezzi di vita.

(La foto è di Luigi Ghirri)

Occhi a mandorla

Di Antonio Bonagura

 

Aspettava ogni anno quelle due settimane di agosto.

Era il 1982, da qualche giorno era arrivato a Palinuro,il posto dove fin da piccolo andava in vacanza.  Il posto dove il panorama delle spiagge, del mare, dell’incredibile scoglio, lo scoglio del coniglio per la sua sagoma che si riusciva a distinguere dalla finestra della sua stanza, tutto di Palinuro lo affascinava, riportandolo indietro con il pensiero a quando, da piccolo, osservava le stesse cose ma con uno sguardo diverso e lontano. Cos’era cambiato?

A Palinuro c’erano suoi amici,gli amici dell’estate. Cambiati, cresciuti ma con la stessa testa ogni anno. Le barchette a remi noleggiate tutti insieme, le nottate trascorse sulle spiagge intorno al fuoco in compagnia  di una chitarra e delle canzoni di Battisti con una sigaretta accesa, il bagno collettivo a mare, illuminati  dal bagliore della luna che rischiarava i corpi bruniti dal sole dell’estate. Le serate trascorse in discoteca per l’acchiappo di turno che se per qualcuno diventava il diversivo della nottata, per qualcun altro si trasformava in un’altra delusione. L’attesa dell’alba si rivelava in tutto il suo splendore quando sulle acque di quel mare cristallino si evidenziavano le ombre degli scogli che assumevano  forme più impensabili dando libero sfogo alla improvvisa visione di mostri mitologici. Tutti gli anni la stessa storia, la stessa estate. Poi ci fu quella del 1982.

Quell’anno aveva notato l’arrivo, nel gruppo degli amici del mare, di nuovi soggetti che Osvaldo non conosceva. Compresa lei.

I suoi occhi corvini  a mandorla  richiamavano alla mente quelli scolpiti sul viso marmoreo di una madonna. La ragazza dagli occhi a mandorla inizialmente sembrava volesse mantenere le distanze, ma poi iniziò a mostrare una certa simpatia nei suoi confronti manifestandosi più apertamente. Lei aveva dei lunghi capelli neri che le coprivano le spalle, una pelle olivastra e vellutata come quella delle ragazze sudamericane, vestiva elegantemente con abbinamenti originali e talvolta sensuali. Osvaldo, non volendo, la incontrava tutti i giorni quando rientrava a casa dal mare. Lei se ne stava sempre seduta sulla stessa panchina con un libro in mano e con un prendisole trasparente che le lasciava intravedere i suoi bei costumi da bagno e le sue forme sinuose come quelle di una sirena. Osvaldo credendo che aspettasse qualcuno si limitava a salutarla. Quella ragazza, a differenza di tutte le altre, gli stimolava fantasie che, liberandogli la mente, lo spingevano ad assumere atteggiamenti goliardici solo per farla sorridere. Lei lo assecondava stampandogli in faccia sorrisi semprepiù grandi . Si trattava di una sorta di eccitazione nascosta che Osvaldo riusciva a provare solo in quel modo, l’unico che gli consentiva di celare la sua timidezza.

Dopo qualche giorno fu lei a fermarlo affrontando la timidezza di Osvaldo:sfacciatamente gli chiese se poteva accompagnarla a casa. Lui, visibilmente impacciato, le rispose:

  • Credevo che stessi aspettando qualcuno.
  • No – rispose lei – ogni giorno aspetto qui il tuo saluto.

A quel punto Osvaldo, in un brivido di emozione che gli pervase la schiena, accettò di accompagnarla. Lungo il tragitto lei lo scrutava aspettando qualche sua battuta: aveva capito che con lei riusciva a comunicare solo scherzando. Quel reciproco timore non si sciolse nemmeno quando arrivarono sotto casa della ragazza che gli mostrò il suo interesse con uno sguardo intenso. Osvaldo, abbagliato da così tanta bellezza, rimase inebetito e riuscì solo a dirle:

  • Grazie, grazie!
  • E di cosa? – rispose lei.
  • Di avermi consentito di stare con te tutto questo tempo.
  • Guarda che ci abbiamo messo solo dieci minuti – rispose lei.
  • Possiamo rifarlo domani?
  • Certo che possiamo, magari vengo in spiaggia così partiamo da lì e stiamo un po’ di più insieme solo noi due.
  • Grazie – rispose Osvaldo con un sorriso appena accennato ed in preda ad un eccesso di sudorazione.Il giorno successivo, alla solita ora e con il cuore a mille, lasciò la spiaggia nella vaga speranza di non incontrarla, forse per non rivelare nuovamente il suo imbarazzo e si avviò verso casa. Appena dietro l’angolo dello stabilimento balneare la vide in lontananza, vicino alla chiesa mentre si avvicinava. Aveva uno sguardo particolare che, se da un lato svelava un’intrigante interesse, dall’altro evidenziava una parvenza distaccata forse per non apparire troppo sfacciata. Si era pettinata i capelli in modo tale che le facevano risaltare il viso e soprattutto gli occhi a mandorla. Indossava un costume nero ricoperto da un copricostume bianco trasparente che ne evidenziava le sinuose forme. Aveva un sottile filo bianco che le cingeva il polso della mano sinistra al quale era attaccato un vistoso palloncino rosso svolazzante. Osvaldo rimase abbagliato da quella visione
  • In quel brevissimo lasso di tempo che lo divideva dalla ragazza, la sua mente affogava nei pensieri più angoscianti:
  • Ora mi manderà a quel paese.
  • Ora mi dirà che si è sbagliata.
  • Ora capirà come sono fatto e cambierà strada.

Fino a quando la sua agitazione approdò serena  nel caloroso saluto di lei che lo distolse, così, dalle sue agitazioni. Lo salutò con un bacio sulla guancia che lui percepì come il preludio di qualcosa di più profondo che stava per sbocciare.

  • Ciao, come stai?
  • Bene! Tu? Da quel che vedo, meglio. Sei in forma smagliante, luminosa, solare, hai una luce particolare negli occhi.

Lei da questi inaspettati complimenti di Osvaldo rimase inizialmente confusa con il palloncino svolazzante che la seguiva nei suoi movimenti:

  • Sei tu che sembri fatto di ebano, i colori e le fattezze del sud America, la mia terra.
  • La tua terra?
  • Ma di dove sei?

Osvaldo non conosceva l’Argentina ma per quella idea che ogni ragazzo ha di un paese latino americano con le sue tradizioni, il suo folclore, i suoi balli, il tango e tanto altro, si lasciò andare ad una entusiastica esclamazione:

  • Bello! Bellissimo!
  • La conosci?
  • No, ma immagino che sia un paese stupendo.
  • Si lo è, peccato che però i suoi governanti lo stanno affossando.
  • Perché?
  • Io e la mia famiglia siamo fuggiti per evitare i rastrellamenti che la polizia fa quotidianamente.
  • Perché? Come mai?
  • E’ la dittatura, non ce n’è per nessuno.
  • E ora dove vivete?
  • A Napoli. Resteremo per un po’ dai nostri familiari che vivono qui  e che per fortuna possono ospitarci. Sai, sono contenta di essere arrivata qui. Insomma, sono contenta di conoscerti. Osvaldo, dopo aver ingoiato la saliva che aveva in bocca riuscì ad imbastire una risposta:
  • Anche io. E’ bello il tuo palloncino!
  • L’ho preso per te, per noi, ci fa volare con lui.
  • Ci fa volare?
  • Si col pensiero, guardandolo mi fa questo effetto. A te, no?

Osvaldo quasi smontando quel momento di tenerezza troncò:

  • Andiamo?
  • Si, ma non a casa, facciamo prima un giro.
  • E dove andiamo?
  • Passiamo dalla Chiesa, ci sono ancora le bancarelle, vorrei che tu vedessi una cosa.
  • Cosa devo vedere?
  • Andiamo, te la mostro.

Si incamminarono e riuscirono pian piano a muoversi seguendo una delicata intimitàanche se il pudore di Osvaldo gli faceva ancora mantenere un certo distacco.

  • Ti piace questa collanina?
  • Si, è sottile ed elegante, ti ci vedo molto bene.
  • Non è per me, è per te.
  • Per me? E perché?
  • E’ un mio pensiero, volevoper starti sempre vicino .

 La mise al collo di Osvaldo.

  • Sai che ti sta proprio bene.

Osvaldo arrossì e arrossì ancora più forte quando  lei gli diede un altro bacio sulla guancia. Continuarono così la loro passeggiata fino a casa della ragazza.

Era un palazzo antico con un gran portone di legno che immetteva in una corte  contornata da diverse abitazioni. Appena entrarono, furono accolti dall’abbaiare di un pastore maremmano, tutto bianco legato ad una catena. Osvaldo, colto di sorpresa, sobbalzò per l’aggressione di quel cane ma bastò un gesto e una parola della ragazza che il cane si acquietò, tornando mesto sui suoi passi. la ragazza riuscì a tranquillizzare Osvaldo e prima di lasciarlo andare, incrociò teneramente il suo  sguardo, abbandonandosi tra le sue braccia in cerca di un bacio che le arrivò  a suggellare la bellezza dell’emozione di quel momento vissuto intensamente da entrambi, ad occhi chiusi e con l’emozione di due bambini. Solo la voce di lei ruppe quel silenzio:

  • Ti amo! Ti amo.

Quella improvvisa passione si trasformò in un fuoco ardente che alimentò il loro amore, quell’amore estivo fino al giorno della partenza di lei.  Dopo l’estate lei sarebbe tornata in Argentina. Dover lasciare Osvaldo non le faceva affatto piacere.

L’ultima cosa che si dissero fu il nome, ciò che di solito si dice all’inizio. Grazia, disse lei. Si scrive con la c. Gracia. Osvaldo promise che le avrebbe scritto chiedendole di fare altrettanto. Passò qualche mese. Nella sua camera a Benevento, senza più il panorama del coniglio disteso sul mare di Palinuro, Osvaldo, con in mano la collanina che Grazia gli aveva regalato, iniziò a scrivere la sua lettera:

Anima mia, luce dei miei occhi, fuoco che mi bruci dentro, ossessione delle mie notti, sorriso, fiorellino, amore …

  • Osvaldo? – lo chiamò il fratello sulla porta
  • Scusami, sto scrivendo una lettera , non ci sono per nessuno, che tornassero stasera.
  • Ma Osvà, sono venuti a prenderci per la partita di calcetto. Avevi detto tu di passare a prenderci.

Maledizione, se ne era dimenticato e non poteva non andare, senza di lui non avrebbero potuto giocare. Quel tormento che aveva dentro lo bruciava ma come poteva fare? Doveva darsi malato? No. Terminare la lettera così com’era? No, aveva tante altre cose importantissime da dirle. A quel punto, scoraggiato chiuse il foglio in un cassetto, prese la borsa con tutto l’occorrente e via. Doveva solo fare presto. In poco più di un’ora sarebbe tornato a scriverle. Dopo la partita si precipitò in camera sua, si sedette allo scrittoio ed aprì il cassetto, la lettera non c’era più. La confusione del cuore lo assalì. Chi poteva aver frugato nella scrivania? Aprì con veemenza gli altri cassetti, uno ad uno. Si era confuso, la lettera era là. Ma impostarla prima di pranzo era ormai impossibile.

Stava per riprendere a scrivere quando nuovamente il trillo del telefono lo interruppe.

  • Pronto?
  • Pronto, qui è lo studio di ingegneria Vecchione di Napoli.
  • Ah, si, mi dica, dica pure in fretta per favore.
  • La chiamiamo per quel colloquio conoscitivo con l’ingegnere, sarebbe disponibile per …

Inchiodato un’altra volta, si trattava di una possibile proposta di lavoro da cui poteva dipendere il suo avvenire. La discussione durò quasi mezz’ora.

  • … così poco all’amore – scrisse – per vincere lo spazio e oltrepassare gli oceani. Oh, Grazia mia …

Nuovamente la mamma sulla porta che lo invitava ad andare a tavola perché aveva scolato la pasta. Lui si alzò di scatto in preda ad una reazione nervosa ed andò. Subito dopo pranzo riprese a scrivere:

  • … Oh Grazia mia, mia deliziosa Grazia, vorrei che tu sape …

Il fratello sulla porta:

  • Di là c’è Luigi che ti aspetta e poi, non dimenticarti che devi andare dal dentista.

Se ne era dimenticato un’altra volta e cercando di assumere un tono più tranquillo raggiunse il cugino in salotto.

  • Avevo capito che avevi da fare e ho deciso di venire dopo pranzo ma guarda che se ti do noia posso anche andarmene.
  • Sono passato per chiederti se ti fa piacere assistermi nella scelta del vestito per il mio matrimonio.
  • Ma certo che mi fa piacere, ci mancherebbe altro, sono o non sono il tuo testimone?
  • Ok, allora preparati che devi venire a Roma con me.
  • Quando?
  • Adesso, passo a prenderti tra un’ora, fatti trovare pronto.

Non poteva dirgli di no, tornò quindi in camera sua per prepararsi mentre sentiva che le forze lo abbandonavano. Lì trovò la sua lettera sullo scrittoio che aspettava di essere finita. Dovendo partire di lì a poco, decise di conservarla in un libro sulla sua scrivania.

Roma, in due giorni Luigi provò una ventina di abiti fino a trovare quello giusto, poi rientro a Benevento, colloquio con lo studio di ingegneria Vecchione, preparazione occorrente per l’inizio dell’ attività lavorativa.

Quanto durò quel vortice? Ore, giorni, mesi? Finalmente una sera si ritrovò da solo a casa e decise di mettere un po’ di ordine sulla sua scrivania, dove si era accumulata una pila di libri, documenti, certificati. Da uno di quei libri si sfilò un foglio di carta da lettera scritto a mano su cui riconobbe la sua scrittura.

  • Che stronzate, che cazzate. Quando le avrò scritte? – si chiese, cercando nei ricordi con una mano che gli cingeva la bocca – Quando ho potuto scrivere simili sciocchezze? E chi era questa Grazia?
  • Improvvisamente tutto tornò al suo posto.

 

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