“Lo stato delle cose” di Francesco Cipriani – #dopolavoroletterario n. 46
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“Lo stato delle cose” di Francesco Cipriani – #dopolavoroletterario n. 46

Il manoscritto di Francesco ha una voce che urla e sobbalza, si ferma e si intreccia al destino dei personaggi e dei lettori. Lavorare con lui è stato come sgomitolare una matassa proveniente forse da un mondo lontano o forse da dietro l’angolo. “Lo stato delle cose” è un viaggio che termina cosi come ha avuto inizio, sulle scene del film che invece di raccontare lo stato del paese finisce per mostrare la corruzione di un singolo rapporto, il rapporto tra il protagonista e la moglie. Arte e amore imbalsamati in un museo o nelle immagini di un film, niente che possa riguardare la vita se non una serie di continue ricerche, di continui e brevi innamoramenti, di segreti e silenzi che tengono in vita. Questo è l’incipit, la foto è dell’autore.

PROLOGO

Scelte

Ero piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, giocavo da solo in un campetto, tiravo calci a un pallone, ero prossimo a far gol, la porta era vuota, mi sentii chiamare:

«Non allontanarti, vieni da mamma.

Mi girai, due donne accovacciate mi aspettavano a braccia aperte. Sorrisi, feci un passo, guardai un attimo il pallone e poi le due donne.

Mi bloccai, non sapevo dove andare.

Lo stato delle cose

CAPITOLO 1

Nudo come un verme

Fino ai vent’anni tornavo a pranzo a casa dei miei genitori. Arrivavo con mia zia e mio nonno, mio padre era al suo posto, seduto di sbieco, non rispondeva al nostro buongiorno, guardava in tv cose buone da mangiare. Prendevamo posto, mi sedevo all’angolo accanto a mio nonno e a mia zia che era all’altro capo del tavolo. Mia madre era fuori e friggeva zucchine e carciofi, si lamentava dell’invasione delle formiche. Arrivavano gli altri miei fratelli, due maschi e una femmina. Pappardelle con funghi porcini e una punta di tartufo bianco passavano in tv. Bagnavo un pezzo di pane nel piattino al centro del tavolo con pomodori e un filo di olio. Mia zia chiedeva a mio padre in che paese preparassero quelle cose buone in tv, lui non la guardava e borbottava qualcosa. Mia madre continuava a lamentarsi delle formiche. Mi toglievo le scarpe e poggiavo i piedi nudi sul pavimento fresco. Mi veniva in mente un episodio della mia infanzia.

Eravamo in macchina, mio padre guidava e mia madre era accanto, noi figli tutti dietro. Papà papà fermati, gli dicevo. Lui rallentava leggermente, io ero affacciato al finestrino e stavo guardando una gara di velocità di formiche, i miei fratelli ridevano, era quello che volevo, i miei genitori insieme mi davano dello scemo.

Mia madre portò in tavola un piatto di frittelle di zucchine, lo mise dalla parte di mio padre, lontano da mia zia, lei si alzò e ne prese un paio, mio padre sbuffò. Mio nonno era in silenzio, allungò la mano sotto il tavolo e tirò un pizzicotto a mio fratello che lo rimproverò. Mi tolsi la camicia. Mio nonno si sentiva offeso dalla reazione di mio fratello. Mio padre si innervosì e sgridò suo padre. Mia madre disse a mio padre che avrebbe potuto alzarsi a darle una mano, era chiaro che fosse un rimprovero a mia zia che si era seduta e non aveva mosso un dito. Mio fratello piccolo sbatte il piatto sul tavolo e se la prese con mia madre che aveva parlato vicino al suo orecchio con la voce alta. Mi tolsi la maglia. Mia madre non prese bene la reazione di mio fratello ed ebbe un fremito di pianto che le attraversò le labbra che cominciarono a tremare. Tornò nel cucinino. «Dalla profumeria ieri ho comprato un buon profumo» disse mia zia a mia sorella. «Di Armani. Aveva un foulard di seta grande quanto uno scialle ma costava troppo» aggiunse. Abbozzò un sorriso. «L’hai comprato?» chiese mia sorella. Mia zia negò e poi aggiunse: «Vieni oggi e se ti piace te lo prendi o lo dai a tua madre.» «Cosa ce ne frega», sbottò mio padre, io insistevo e chiedevo a mia zia di che marca fosse il foulard, Fendi o Armani. Sentì la frase di mio padre e ci rimase male, si alzò e andò in bagno, tornò con gli occhi arrossati. Mi tolsi, senza alzarmi, i pantaloni e li lasciai cadere sul pavimento sotto il tavolo. Assaggi di formaggio in tv. Mia madre tornò con il tegame, le passammo i piatti e li riempì con pasta e ceci. A mio fratello non piacciono e chiese una fettina di carne. Non c’era carne, mio padre non aveva fatto la spesa. Mio nonno mi chiese cosa avesse detto mia madre, non aveva sentito, si colpì le orecchie per smuovere l’apparecchio acustico che portava da un paio di anni. Avevo tolto le mutande, ero nudo e il mio coso era un po’ sveglio. Ci sedemmo a mangiare. Mia sorella chiese a mio padre di cambiare canale, stava per iniziare Beautiful. Sul tavolo arrivò la frutta, arance banane e pere. Mia madre si abbassò per raccogliere uno straccio e vide che ero nudo, si alzò, mi guardò e iniziò a ridere. La risata di mia madre è contagiosa, stupida, come le vere risate piene. Gli altri non capirono ma cominciarono a ridere, prima mia sorella poi mia zia mio padre e i miei fratelli. Mio nonno ci guardava, non capiva e pensava che lo stessimo prendendo in giro. Sulla musichetta della sigla di Beautiful mi alzai e mi avvicinai al frigo per vedere se ci fossero dei gelati, non mi andava di mangiare, gocciolavo olio dal pisello. Mi guardarono a bocca aperta, mia madre ebbe una crisi di riso e gli altri anche. Erano risate tese come lo sono sempre state le risate a casa mia, ma adesso avevano un che di tarantolato. Raccolsi i vestiti e andai in bagno a rimetterli.

Nessuno ha mai tirato fuori questa storia. Non ho mai accettato lo stato delle cose.

 

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