“la madunèda” di Federica Campi – #dopolavoroletterario n. 46
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“la madunèda” di Federica Campi – #dopolavoroletterario n. 46

Immaginate una risata fragorosa e fresca, ecco questa è la voce interiore con cui leggere questo capitolo che fa parte del manoscritto di Federica Campi, “la maduneda”. Perché se c’è un aspetto che rende la sua storia unica è lo stato d’animo con cui l’autrice ci ha lavorato: malinconia serena. Se posso permettermi, una cosa rara.  La storia piacerà molto alle case editrici che cercano un “femminile” contemporaneo che sa ridere di sé. La protagonista,Vittoria Ramo, è una moglie fedele, una madre attenta e una grande appassionata di libri. Dopo aver affrontato una separazione quando le sue figlie avevano appena due e sei anni, Vittoria è sicura di aver messo in salvo ciò che davvero conta nella vita. Finché un giorno scopre, per puro caso, che il marito ha (di nuovo) una relazione con unaltra donna. Buona lettura!

(L’immagine è di Franz Zauleck)

“la madunèda” di Federica Campi Cap. 25.

«Guarda che ha tre aziende!», mi dice Elisa, al telefono, per convincermi a uscire a cena con lei e un tale Riccardo che vuole a tutti i costi farmi conoscere.

Il problema è che io davanti al concetto di ‘azienda’ perdo qualunque idea romantica, non sull’amore, ma proprio sulla vita, e cerco di spiegarglielo meglio che posso.

«Era per dire che non è uno stupido!» mi risponde lei, con altrettanta convinzione.

«A che livello?» chiedo.

«A un livello accettabile. Mangiamo insieme, vi presentate, se vi state bene vi rivedrete, altrimenti ciao e amici come prima» risponde lei.

«Ma non eravamo amici, prima» dico io.

«Vittoria, poche storie, ho prenotato al sushi per le otto.»

«Va bene, ma sappi che se le aziende sono tre, vuol dire che non fanno per una!» dico, ma Elisa ha già riattaccato.

A casa arriva Stefania, quella sera, per accertarsi che non dia il bidone a Elisa e al suo amico Riccardo e per proporsi di rimanere a guardare un film con le ragazze.

Comunque sia, Mattia è fuori casa da più di un mese, quindi noi siamo ufficialmente separati e prima o poi saremo convocati da Alessandra per mandare avanti il ricorso in tribunale. L’altra è ancora una frequentazione segreta della quale non abbiamo nessuna prova.

Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe solo avere qualcuno a cui scrivere quando mi va, durante il giorno, niente di più di un diversivo, ecco, ma mi domando a cosa invece potrà mai mirare un uomo che accetta un appuntamento a cena fuori con una donna.

Arduo quesito, lo so.

Raggiungo Elisa e Riccardo al ristorante di sushi con un po’ di ritardo. Il locale è un quadrato grigio e spoglio, i tavoli sono di ferro e vetro. Elisa è seduta rivolta verso l’entrata, Riccardo di spalle.

Mi avvicino al tavolo e Riccardo si alza, si presenta da solo e aspetta che mi sieda per sedersi di nuovo. Mi sembra più alto di Mattia e ha le basette e una specie di banana alla Elvis alzata sulla fronte.

Riccardo sorride e mi allunga il menù «Com’è l’appetito odierno?» chiede.

«Non saprei… il tuo appetito odierno, Elisa?» chiedo io.

Elisa sorride e inarca le sopracciglia alla ricerca dei tobiko, che sono la nostra ordinazione solita, quando le squilla il cellulare.

«Dimmi Giammi»

«Sì…»

«Ma dove sei esattamente?»

«Tuo padre l’hai chiamato?»

«Ah, e non risponde… Ho capito, stai lì che arrivo io»

Non posso credere alle mie orecchie.
«Dove vai?» chiedo.

«Era Gianmarco, è rimasto a piedi col motorino, a Villa Ceccolini, lo passo a prendere e lo porto alla festa di compleanno dove stava andando. Poi tornerò a vedere il motorino… proverò a chiamare Massimo magari»

«Ma poi torni qui…»
«Eh dipende come va, ma voi cenate e andate avanti, ci mancherebbe, ti scrivo dopo, ok?»

Elisa si alza mantenendo le sopracciglia ad arco, e se ne va salutando Riccardo che è rimasto con il sorriso stampato in faccia senza scomporsi di un millimetro – dopotutto, è il minimo per uno che dirige tre aziende.

Apprendo poco dopo che ha anche una ex moglie (di cui è particolarmente felice di essersi liberato) e due figli, che desidererebbe un cane, ma non potrebbe tenerlo, visto che è spesso fuori per lavoro.

Gli faccio vedere una vecchia foto che ritrae me e Molly durante una specie di diluvio universale, era il periodo in cui cercavamo di farle superare la paura della pioggia.

«Che carina» dice, «i tuoi stivali invece sono bellissimi!» aggiunge e poi scoppia a ridere.

«Sono stivali di gomma…» dico io.

«Ah sì… vetuste reminiscenze. Però, se mi concedi un difetto, erano meglio gialli, così avresti avuto i catarifrangenti per le passeggiate notturne», dice e gli si allarga un altro sorriso in faccia.

Riccardo è un vero e proprio serbatoio di parole come ‘casistiche’ ‘controbilanciare’, ‘esponenzialmente’, ‘indissolubile’, ‘espressività’, ’dietrologia’, ‘cospetto’, che continua a rifilarmi per tutta la sera, finché arriviamo a parlare di matrimonio.

Secondo Riccardo, che per noi sarebbe poi stato Gastòn, il matrimonio non è altro che convivenza e la convivenza non è altro che ‘una modificazione indotta di se stessi a favore dell’altro’.

«Il modello perfetto della relazione» dice «è lo scambio. Io do a te, tu dai a me.»

«…una specie di patti chiari amicizia lunga» dico io.

«Beh, è ovvio che si è consapevoli di quello che si vuole.»

Riccardo parla di donne sempre al plurale, mi faccio l’idea che abbia una specie di harem intorno a lui, intento a venerare i suoi scoppi di risa.

«Quindi, fammi capire bene» dico, a un certo punto «Tu da ogni donna che conosci, prendi quello che ti piace di quella donna, in quel momento.»

«Esatto! Io credo che non dovremmo mai perdere di vista il focus » risponde lui con il volto raggiante.

«Che sarebbe?»

«Noi stessi.»

Devo subito confessarvi che ho fatto di tutto per comprendere la natura dello ‘scambio’, per poter dire che è quello il mio futuro, in una qualunque relazione post matrimoniale: io do a te, tu dai a me. E se uno mi dà serenità, l’altro mi dà adrenalina; e se uno mi dà profondità di pensiero, l’altro mi dà allegria. Ma il punto è che nello scambio non c’è possibilità di dare senza ricevere, o di ricevere senza dare. Non c’è l’imperfezione, quel sentimento del non essere all’altezza mai di niente che ti porta ad amare il mare, per esempio, o il fiato che prende il ritmo mentre corri, o il sapore delle ciambelle all’anice di Santa Lucia appena sfornate, e tutte le altre cose in grado di ricordarti che non sei tu il mondo. Oltre a constatare, in definitiva, che la forma non più perfettibile dello ‘scambio’ è la prostituzione, mi sembra palese che qualunque relazione autentica non è uno scambio, è un mistero. 

Potreste dire lo amo perché ha una splendida dialettica. Sono abbastanza certa che potrete trovare qualcuno che ha la stessa capacità di intrattenervi con le parole, o magari che ne ha una migliore. Lo amo perché è divertente e sa sempre come farmi ridere. Vi fate l’abbonamento per la stagione teatrale e vi dimenticate anche di averla pensata, una cosa del genere. Lo amo perché è bello. Invecchierà e non sarà più bello. Lo amo perché ha senso pratico.  Poi vi lasciano nella buca delle lettere un volantino di ‘Gigi l’aggiusta-tutto’ e capite che chissenefrega del suo senso pratico, oppure collezionate, come ho fatto io, una sequela di numeri di elettricista, idraulico, tecnico della caldaia, che poi magari è così carino che vi scrive alle otto di sera per sapere se è tutto ok e se avete l’acqua calda in bagno.

Insomma, la verità è che il vero amore non ha nessun perché, per il semplice fatto che non è vero amore, ma molto peggio: è chimica. Potrete ancora intercettare tutti i suoi difetti e arricciare il naso davanti a tutte le sue assurdità e ancora starete là a desiderare che vi abbracci.

Eh dai, un abbraccino. Che vuoi che ti costi un abbraccio! Davanti al mistero della chimica non c’è niente da fare. Dovreste chiudere le orecchie per non sentire la sua voce, coprirvi gli occhi per non vedere il modo in cui cammina o muove le mani, tapparvi il naso per non sentire il profumo della sua maglia e della sua pelle sotto la maglia, insomma dovreste riprogrammare il vostro cervello.

Capite che augurarvi buona fortuna è una presa per il culo.

Riccardo paga anche per me e ci avviamo a piedi per le vie del centro. Ha sfiorato la serie A in una squadra di pallavolo e rifiutato la convocazione in nazionale (non era quello il suo interesse principale). Si ritiene un cuoco sopraffino (un giorno mi farà assaggiare il suo famoso risotto alle fragole). È un amante dell’antichità, e in effetti il suo vocabolario è fermo al 1850, ma l’antichità che adora è quella dei grandi tragici greci e dei grandi condottieri romani.
Mi dice poi che i carciofi sott’olio come li fa sua mamma non li fa nessuno e a quel punto siamo arrivati finalmente alla mia macchina.

 

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