“La consistenza. Storia di nuvole e di polvere” di Daniela Di Gese #dopolavoroletterario n. 53
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“La consistenza. Storia di nuvole e di polvere” di Daniela Di Gese #dopolavoroletterario n. 53

Daniela Di Gese mi sorprende sempre. Da quando l’ho conosciuta, in una edizione di Una storia tutta per sé, a quando l’ho incontrata per aiutarla a mettere in luce la storia che voelva raccontare a se stessa. Mi ha sorpresa come sorprende un panoroma che non ti aspetti, oppure come le sue stesse parole sul gesto di scrivere: “È come eserciti il pensiero che ti fa comprendere che cosa sei, che cosa sei portato a fare. Capire come si pensa è capire come si vive. Nel mio caso parlo di propensione alla poesia in termini di esercizio del pensiero e quindi di osservazione della realtà e di racconto della realtà. Io non so narrare, vado per suggestioni quindi funziono in un’altra maniera a livello sia comunicativo che di pensiero e quindi di scrittura.”
Questo brano è tratto dal suo manoscritto, più simile a un taccuino poetico. L’immagine è dell’autrice.

“La consistenza. Storia di nuvole e di polvere” di Daniela Di Gese

È un attimo, si spengono i riflettori, non c’è più alcun vociare. Rimango sull’asfalto, appoggiata, senza peso. “Tutto il resto è noia, no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia, maledetta noia” da un balcone all’altro, grida Califano, la prima domenica mattina di quarantena.

Questo tempo nudo, senza alcun mandato, riorganizza la geografia delle vite, dei pensieri, la percezione della finitudine e desertifica lo spazio. Desertifica lo spazio interno, quello esterno, desertifica il cielo, desertifica l’asfalto. Deforma le strade familiari, il nostro passo, le immagini.

Mi viene in mente il quadro “La persistenza della memoria” di Salvador Dali. Sciolto è l’orologio, sciolti i fotogrammi di una vita che sembra ormai andata, dimenticata, mai esistita, sciolta la lente che guarda al fuori con gli occhi di dentro, sciolti persino gli occhi, la retina fattasi ragnatela, o forse solo tela.

Sciolta e condensata, la vita, come le gocce di cera lungo la candela.

Così mi appare la linea fino a poco tempo fa invisibile che separa lo spazio vuoto, spazio in cui l’aria soffia, sposta, fa vuoto, dallo spazio deserto, un risucchio, l’aspirare che mette la vita sotto vuoto. La vita sotto vuoto, ben conservata, disinfettata. Dimenticata.

La geografia, quindi. Ma è ben peggio, o meglio, di così. Questo tempo nudo riorganizza anche la geolocalizzazione di sentimenti, ricordi, sguardi, sillabe. Scendi per fare la spesa e trovi davanti al portone i cocci di quel vaso rotto anni prima, venuto a ricordarti che non sempre ciò che è frangibile è anche distruttibile. Nessuna traccia, invece, di quello rotto appena pochi mesi fa, la cui assenza racconta come non sempre ciò che si vive meriti di essere ricordato per sempre.

Dunque, questo tempo nudo è tempo di una verità pandemica. Un tempo in cui ciò che c’è si manifesta prepotentemente e ciò che non c’è non può essere simulato, né inventato, rendendo anacronistico e goffo qualsiasi gioco di prestigio.

Il risucchio che asciuga lascia intatta la rosa dei venti del passato intorno alla quale raccontiamo la nostra storia e la forma più densa e vera del nostro presente e depotenzia il futuro, cartina di tornasole della nostra capacità di progettare e sognare, ma anche di un certo filo che per i giapponesi è rosso ed ha le fattezze del destino, mentre per i più cinici prende in nome di caos.

È svelato ciò che non se ne andrà mai, ciò che non è rimasto pur con l’intenzione di conservarlo, il lontano s’è fatto vicino e il vicino s’è fatto lontano. E’ svelata la classifica incontrovertibile tra ciò che è essenza e ciò che è allagamento.

Ma le cose si muovono?

Una delle cose che pensavo si muovesse e avrebbe continuato a farlo è quel magma di ricordi, immagini e parole echeggiate dal vento che corrisponde al suo nome.

Forse s’inizia a raccontare qualcosa quando la distanza è media, mediocre, e mette a fuoco senza infuocare. Forse si smette quando il ricordo lontano e sfocato impedisce di fare centro nelle parole e annacqua il senso dello scrivere, caduto dimenticato dopo un punto troppo lungo.

Ma questo tempo è nudo e la coperta è troppo corta. La desertificazione dell’asfalto, dello spazio psichico, dell’immaginario, mi ha prosciugato lo stomaco. Funziona solo la gabbia toracica. Non ci sono più liquidi. Tocco la superficie delle cose e sono tutte asciutte. Forse prosciugate, ma asciutte, agili, essenziali.

Il suo ricordo, asciutto, mi guarda. Non si è mai mosso. E’ stato lì a guardarmi per tutto questo tempo. Immobile.

Le cose non si muovono, le cose non si muovono mai. Siamo noi a renderle storia, preistoria, fossile, cimelio da collezione per la mensola del nostro ultimo salone. Siamo noi a renderle attualità, presenza, tatto, o ancora fragranza, chimera, evasione.

Siamo noi, siamo sempre noi.

Ed è per questo motivo – che siamo sempre, irrimediabilmente, noi – che ho deciso di chiudere questo scritto e dirvi come è andata.

Dovrei mostrarvelo, non raccontarlo, ma per farlo dovrei andare a caccia di troppe parole e, si sa, quanto io ami il passato remoto. Permette di vedere, toccare e soffiare sopra alla polvere delle cose, salvo poi lasciare che tornino ad impolverarsi, senza la pretesa che scrivere di esse significhi salvarle. Un’ode al passato remoto, no, quella proprio non era prevista.

Ebbene, non accadde. Non ci lanciammo mai con il paracadute. Soffrivo di vertigini. Ridemmo insieme al telefono di questo.

Ci vedemmo solo altre due volte.

Della sua casa ricordo sopra a ogni cosa il muretto onnipotente che dominava la valle e il mare blu del golfo di Napoli e che – ne sono certa – era il luogo da cui i tramonti, ogni giorno, venivano dipinti direttamente nella sfera celeste.

Dell’ultima volta ricordo l’abbraccio assoluto che venne a lasciarmi a sorpresa sul pianerottolo di casa dopo un servizio fotografico nella mia città ed il suo sguardo traboccante di silenzio di fronte al collage di fotografie che ritraevano le nuvole appeso in casa.

Da allora non ebbi più risposta.

Fu in quell’abbraccio che ci restituimmo tutti i pezzi dello specchio presi in prestito a vicenda, ora lo so. Tuttavia, ciò che viene offerto in prestito non torna mai indietro uguale a prima e questo è l’incanto e l’enigma di ogni scambio. Fu per questo che lo specchio, in un tempo piatto e noncurante dell’umano scorrere, continuò periodicamente a riflettere e a presentificare ombre non mie.

Tempo dopo seppi dai social che aveva cambiato vita, aveva lasciato il mondo dello spettacolo, e, probabilmente, alcune delle cose che ad esso erano collegate. Una di queste cose ero io.

Non seppi mai di cosa era fatto quel nostro legame così incorporeo da risultare inconsistente. Scoprii, tuttavia, che la materia impalpabile che alcune cose avevano non era una forma di dissimulazione del reale, apparteneva solo ad un’altra dimensione, un substrato più alto, un iperuranio dei sentimenti. Mi accorsi che tutta l’immensa inconsistenza – nel suo significato più puro di consistere in niente – di quel legame non bastò a precipitarlo nell’oblio.

E così questo tempo pandemico nudo e asciutto si mostra prezioso, nel suo piombare improvviso sulle spalle di tutta l’umanità che si trova a vivere la stessa cosa, nello stesso momento, con la stessa dose di cecità esistenziale. Una rarità, una perla, una congiunzione astrale. Una congettura.

Qualche giorno fa la sua immagine è venuta a farmi visita in sogno per due notti consecutive. Un segno, un suggerimento, un invito a regolare i conti, a regalare i canti.

Finisci la storia, mi sono detta. Non so se si possa finire una storia. Non so se le storie abbiano, poi, realmente, una fine.

Ad ogni modo, c’è una cosa che non vi ho detto.

Per non smentire neanche da assente la sua predisposizione per gli effetti speciali, durante la sua stessa sparizione, una volta, mi ha scritto.

Mi ha scritto, per poi ricominciare a sparire, un messaggio che diceva così.

(∂ + m)F = 0

  Equazione di Dirac.

“Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema”

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