“Il mostro in soffitta” di Alessia Incampo – #dopolavoroletterario n. 60
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“Il mostro in soffitta” di Alessia Incampo – #dopolavoroletterario n. 60

Ho conosciouto Alessia Incampo qualche anno fa, come allieva della prima edizione del laboratorio sul racconto “Scrivere storie fantastiche” ad Altamura, nella libreria Nuova Macelleria Patella. Non aveva nemmeno 18 anni e già conosceva le meravigliose precise necessarie incongruenze della scrittura, per lei la regola di questo laboratorio (2 + 2 fa 5) era già un modo naturale di vedere le cose del mondo, le parole, le storie. L’immaginazione come forma di affettività per la vita, questo è Alessia quando scrive  e il suo talento l’ha portata fino a Torino dove oggi frequenta l’Academy della Scuola Holden. Questo  uè uno degli ultimi racconti scritti per la Scuola, dove ho ritrovato il suo sguardo visionario eppure così immediato e semplice.

(L’illustrazione, scelta dalla autrice, è di Domenico Gnoli)

 

Il mostro in soffitta

Alessia Incampo

Margherita aprì la porta della soffitta, dal lucernario si insinuavano la luce fioca di un nuvoloso martedì pomeriggio e la corrente d’aria fece dischiudere le ante dell’armadio. Odore di naftalina e puzza di muffa si diffusero a macchia d’olio. Si guardò intorno ma non vide che cappotti di pelliccia e cravatte scolorite, scatoloni ammucchiati negli angoli e un bastone da passeggio pieno di graffi che giaceva sul pavimento.

La mamma le aveva vietato categoricamente di andarci, diceva che c’era troppa polvere e ragnatele e assolutamente niente da vedere. Margherita non si fidava per due ragioni: la prima era che la mamma odiava lo sporco. Puliva il pavimento con la candeggina il lunedì, il mercoledì, il venerdì e la domenica, cambiava ogni giorno gli asciugamani, ogni tre le lenzuola e lavava così spesso le mani che le erano diventate rosse e squamose. Non poteva esistere un posto che la madre lasciasse sudicio. La seconda era che Marco, il suo compagno di banco, in cantina ci aveva trovato l’album di figurine del papà e Clelia invece che era seduta dietro di lei, le aveva giurato di aver scovato in uno sgabuzzino le bambole della nonna. Qualcosa doveva esserci anche nella sua soffitta.

Margherita chiuse le narici stringendo tra loro il pollice e l’indice come una pinza, la puzza diventava sempre più pungente, si appiccicava sui vestiti e sulla sua pelle, le dava il voltastomaco.

Tuttavia non le era nuova, l’aveva sentita anche quando si era avvicinata al nonno l’ultima volta, sul letto di morte.

Un pensiero fece scorrere sulla nuca di Margherita piccole perle di sudore: c’era qualcosa in decomposizione. Tornò sui suoi passi diretta verso la porta ma ad un tratto vide un’ombra sgattaiolare dietro una grande scatola, si avvicinò per dare un’occhiata e quella la schivò passandole tra le gambe. Naturale, la “cosa morta” aveva attirato i topi. Margherita riusciva a immaginarseli quei piccoli roditori pelosi che infilavano il muso nel cadavere e con i dentini aguzzi strappavano lembi di carne putrescente.

Bisognava scendere prima che la madre tornasse, rimettere la chiave al suo posto e fingere di non aver visto niente. Dimenticare di nuovo quell’odore e l’infestazione di topi ma non appena si avvicinò alla soglia sentì un rauco “Mar-ghe-rita” chiamarla dall’ammasso di ciarpame nell’armadio. Si pietrificò. Sentiva la spina dorsale rigida, il cuore accelerava il battito secondo dopo secondo, poi si costrinse a tirare un lungo respiro trattenendo i conati di vomito per il fetore e si disse che lo aveva sicuramente immaginato. Era solo una suggestione. Poggiò la mano sulla maniglia ma ancora una volta udì il suo nome scandito nettamente e accompagnato da un persistente scricchiolio. Si stava avvicinando, le arrivava alle spalle e lei non riusciva a muoversi.

“Mar-ghe-ri-ta”. Si voltò e vide una creatura abominevole, con squame, piume polverose e due occhi arancioni che la fissavano. La bestia abbassò la testa e si mise in agguato. Margherita riuscì ad uscire prima che le si avventasse contro, ma sentiva il mostro raschiare il legno dall’altra parte e ripetere il suo nome ancora e ancora e ancora. Scese le scale saltando i gradini e ci mancò poco che non ruzzolasse giù sbattendo la testa, arrivata all’ultimo gradino le si parò davanti la mamma.

-Ti avevo detto di non andare.

-Lo so, mamma ma là…c’è..c’è..

Margherita sentiva le tempie pulsare e un nodo alla gola le impediva di articolare la frase. Lo sguardo della madre era duro ma non lesse cenni di rabbia sul suo volto.

-Lo so Margherita. So cosa c’è.

-Sa il mio nome e mi…veniva addosso! Cosa facciamo?

-Niente.

Margherita abbracciò forte la mamma e si accorse che puzzava come il mostro in soffitta.

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