“Il gioco dei rumori” di Stefano Sosio – Dopolavoroletterario n. 15
3229
post-template-default,single,single-post,postid-3229,single-format-standard,bridge-core-2.4.7,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode-theme-ver-23.5,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-6.4.1,vc_responsive

“Il gioco dei rumori” di Stefano Sosio – Dopolavoroletterario n. 15

Se c’è una caratteristica che definisce meglio di tutte “Il gioco dei rumori” questa è la sua accessibilità. La semplicità con cui si racconta un discorso molto complicato è un merito. Il tema: la perdita dell’innocenza come parafrasi della scoperta del male (“Se uno c’ha la rabbia gli si aumentano le forze. Diventa il doppio”) funziona e colpisce il gioco dei rumori come metafora della guerra, semplice ma efficace nel lasciare a chi legge un sentimento condiviso ma magari, prima, mai reso esplicito.  “Il gioco dei rumori” è una storia di radici, di dolori, di piccole cose quotidiane, spesso invisibili ma senza le quali la vita non avrebbe senso. Questo è l’incipit del romanzo, dopo la revisione a cui insieme abbiamo lavorato.  (L’immagine è presa da qui.)

Il gioco dei rumori

di Stefano Sosio

Era appena giorno.

Due bambini camminavano lungo la roggia, al limite del campo, con passi decisi. I piedi nudi affondavano tra la terra e l’erba, riemergendo umidi e striati di fango.

Il primo avanzava con un vantaggio di qualche metro e con una luce sinistra nello sguardo. L’altro arrancava per tenergli dietro, ansimando per la fatica e lo sforzo.

L’acqua scorrendo nel fosso faceva un gorgoglio leggero, solo un poco più forte del rumore dei passi.

– Ti prego, non usare quel coltello! – fece ad un tratto il bambino più piccolo, quando si accorse che quello grande, davanti a lui, aveva estratto dalle tasche una corta lama, che era scattata dal manico a pochi centimetri dallo sguardo del fratellino. Gli occhi fissi sulla strada, Lorenzo fece un breve fischio, come quello di un  merlo e agitando il coltello nell’aria, disegnò piccoli cerchi invisibili con gesto rapido.

Erano fratelli. Solo pochi anni d’età separavano il maggiore, Lorenzo, dal più piccolo, Giacomo che quando vide il coltello volteggiare nell’aria si rasserenò, pensando che niente, nemmeno un’arma, in mano al fratello, lo avrebbe ferito.

Invece Lorenzo aveva la più ferma delle intenzioni: avrebbe usato il coltello. L’avrebbe usato eccome. Questo diceva il suo sguardo e il respiro fermo che, nell’aria di bruma del mattino, si condensava in piccole nubi.

– Sono stanco… – supplicò Giacomo. L’andatura di Lorenzo era determinata e si svolgeva in linea retta, con la testa alta nella nebbiolina della roggia e il fratellino ciondolava a ogni passo, come se per una qualche esigenza teatrale dovesse interpretare la figura del servitore che, incerto e vergognoso, segue il padrone. Fragile nell’equilibrio come tutte le maschere.

Quando uscirono dal campo, per immettersi sullo stradone, Lorenzo continuò con la medesima andatura marziale, tenendosi al centro della carreggiata.

– Ti farai travolgere… – cominciò a lamentarsi Giacomo.

Bagnati di rugiada, i piedi erano tutti sporchi. Bimbi selvatici: la madre non era riuscita ad educarli come si deve alle buone maniere. Non erano abituati, non erano civilizzati. Avevano sempre calcato la terra dei campi e del cortile a piedi nudi. Era quello l’unico  modo di camminare nel mondo, per sentirsi bene nella loro terra.

La sera prima era toccato il bagno. La madre aveva spogliato prima uno, poi l’altro, e li aveva messi insieme dentro la tinozza dove, con pazienza, aveva raccolto l’acqua scaldata nel paiolo sul fuoco.

In piedi Lorenzo, rannicchiato Giacomo, lei li strigliava sempre con vigore, con quelle mani grosse e rovinate dalle faccende. Il contatto con l’acqua gelida del bucato, con la terra del campo, con le padelle bollenti, le aveva trasformate: screpolandole, ispessendole. Le stesse mani che quando calavano sculacciate, avevano dentro quel gelido, quella terra, quel fuoco. Lasciavano segni di materia, sotto forma di rossori incandescenti e tardi a svanire. Mani che si facevano rapide e vigorose per il bagno nella tinozza. E strigliavano i corpicini ossuti. Era di un altro tipo, il rossore generato sulla pelle dallo strofinare delle mani. Il sapone usato con parsimonia mitigava l’attrito. Il bagno puliva più per escoriazione che per l’insaponatura. Poi l’acqua, diventata tiepida in fretta, lavava via tutte le scorie.

I due fratellini rallentarono. Giacomo aveva raddoppiato i passi per recuperare terreno e stare dietro a Lorenzo.

– Sono  tutto sudato – disse  il piccolino.

Alle spalle del fratello, guardava di traverso la lama a serramanico che l’altro non aveva più richiuso. Gli faceva paura quell’oggetto di metallo lucente. Così minaccioso, silenzioso, enigmatico. Come quello che il macellaio affonda nel collo del maiale, inesorabile, mentre la bestia sorpresa intensifica ancora di più il suo grugnito.

Allora Giacomo ricominciò:

– Ti prego. Metti via quel coltello!

– Fa’ silenzio. Taci! – lo rimproverò Lorenzo. – Io col coltello ci faccio quello che voglio.

– Ma vuoi fermarti, allora! – urlò Giacomo esasperato.

Così, dopo mezz’ora buona di andatura decisa, Lorenzo si fermò di colpo al bordo dello stradone. Il fratellino, che non si aspettava una frenata così improvvisa, gli si schiantò sulla schiena.

– E sta’ attento.

– Scusa!

Per qualche secondo Lorenzo misurò la strada con lo sguardo, con le sopracciglia aggrottate per la concentrazione: doveva ricordare la direzione giusta. Quella via l’aveva già fatta, perché per andare al Bosco si faceva la stessa strada del paese. A un certo punto, però, bisognava prendere una svolta, e non riusciva a ricordare quale.

Giacomo stette un poco a vedere cosa combinava Lorenzo, ma ben presto si annoiò e imbronciò. Era indispettito dal fatto di non essere considerato, ma più ancora nella sua testa rimbombavano domande.

Voleva sapere perché si erano alzati così presto, di nascosto e senza nemmeno fare colazione. Voleva sapere dove andavano e come mai Lorenzo portava un coltello. Voleva anche sapere perché la mamma non era lì, con loro. Nella mente di Giacomo riaffiorò il ricordo della levataccia, un’ora prima: il freddo a uscire da sotto le coperte, gli occhi stropicciati, gli strattoni silenziosi del fratello maggiore che l’avrebbe voluto più rapido a prepararsi. E infine, assieme al ricordo della mamma addormentata nel lettone, l’immagine del posto insolitamente vuoto vicino a lei.

– Lorenzo – chiese allora Giacomo, – dov’è il papà?

(IL DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER).

No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi