“Educazione sentimentale 2020” – I miei amori letterari e non su “The period”
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“Educazione sentimentale 2020” – I miei amori letterari e non su “The period”

Articolo originariamente pubblicato sulla newsletter “The period”, il 14 febbraio 2020

L’educazione sentimentale di noi lettrici viscerali passa attraverso le storie d’amore letterarie più belle. E anche se finiscono male, ci immedesimiamo: siamo Emma, siamo Anna, siamo Modesta, siamo Lizzie e Cathy. Siamo innamorate sulla carta, amiamo le loro storie e i loro amori, anche quelli maledetti. Sappiamo sempre di chi si innamorano i personaggi letterari. Invece, di chi si innamorano le donne che li hanno inventati non lo sappiamo (quasi mai). Innamorate? Be’, innamorate è un eufemismo. Illudersi che donne molto intelligenti facciano scelte altrettanto intelligenti quando si tratta di relazioni, ecco è un’idea sbagliata. Una specie di mistificazione. Spoiler: a me non è andata meglio.
A vent’anni, se mi chiedevano: “Sei femminista?”, io rispondevo stupidamente: “Sono maschilista”. Ma ero ingenua, anche un po’ scema. Sottintendevo al maschilismo un significato emotivo, non letterale. Non mi sentivo certo una crocerossina, piuttosto una buona affiancatrice, che è una cosa ben diversa. Ero ammalata di un maschilismo inconsapevole e ovattato. Lo stesso da cui era affetta Mary Shelley. La scrittrice inglese ha inventato “Frankenstein” per un gioco letterario con l’adorato John Keats. Lui, il poeta maledetto, per la situazione letteraria, era l’unico deputato a “vincere” con l’idea migliore. Invece la vittoria andò a “Frankenstein” che non sarebbe nato se lei non avesse vissuto qualche pagina indietro rispetto al marito: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai l’ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre anime irrequiete: Shelley il marito e l’amichetto Lord Byron. Perché ve ne parlo? Perché il teamShelley esiste, vive e lotta insieme a noi ed è un team di donne innamorate, scrittrici e non, che con il “siamo maschiliste” ammirano e sostengono (senza se e senza ma) i propri compagni. Prestandogli il fianco, rendendoli fieri di sé, senza osare immaginare che un giorno non solo raggiungeranno gli stessi risultati dei propri uomini, ma faranno perfino di meglio con o senza il loro sostegno. Proprio come successe a Mary con “Frankenstein” o a me, con innumerevoli uomini meno interessanti di Shelley.

Quando sono diventata più adulta, e sono aumentate le esperienze e di conseguenza le letture, insomma quando sono passata da “Frankenstein” a “Memorie di una ragazza perbene”, mi si è ingrandito tutto. In primis, il punto di vista. Ho capito che anche Simone de Beauvoir, davanti alle bizze di Jean Paul Sartre, “sputava il veleno”, tanto per citare un caro amico scrittore che, quando gli raccontai della rovinosa fine di una mia storia (confessandogli che la perdita del mio orgoglio mi faceva impazzire più della di lui assenza), questi placido come solo un brav’uomo sa essere, mi consolò dicendomi: “Bella: e di che ti meravigli? Pure Simone De Beauvoir sputava il veleno appresso a Sartre”. Proprio lei che in “Una donna spezzata” scrisse: “È così stancante detestare uno che si ama”. Ma veramente Simone, chi ce lo fa fare?
Non va meglio a quelle che, alla stregua delle attuali poliamorose, si invaghiscono di uomini apertamente infedeli proprio come fece Anaïs Nin e il suo, si fa per dire, Henry Miller o Gabrielle Sidonie Colette e il maniacale marito Willy. Il teampoliamorose si nutre dall’inconsapevole idealizzazione dell’unicità: “ci sono altre donne, ma la sua femmina sono io”. Come se un uomo o una donna possano essere una giostra su cui scendere e salire a piacimento. Una giostra che si incrocia con quella che io chiamo la ruota delle sadiche: a metà tra la ruota della fortuna e quella del criceto. La scrittrice siciliana Goliarda Sapienza ebbe una relazione more uxorio con Citto Maselli per quasi vent’anni, mentre lui restava legalmente unito alla moglie.
Perché noi donne, diciamolo, quando amiamo siamo disposte ad accettare tutto. Prendi Sylvia Plath: il marito, il poeta inglese Ted Hughes, non le concedeva nemmeno la sua ombra sulla quale l’innamoratissima poetessa si sarebbe volentieri genuflessa. Sylvia amava Ted in modo assillante per se stessa. Più che accanto, gli stava dieci passi dietro. E così, mentre si immaginava poetessa famosa, le occasioni editoriali le sfuggivano a favore di Hughes che con lei invece raggiunse le prime glorie letterarie. Solo quando lui se ne andrà con un’altra (la migliore amica della moglie), Sylvia troverà l’energia per dedicarsi alle sue parole: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei”. Ma perché non farlo prima cara Sylvia? Se non è sadismo quest’amore, allora cos’è? “Le coppie di letterati sono una peste”, scriveva Elsa Morante a proposito della sua relazione con Alberto Moravia. Oggigiorno non va meglio a noialtre che non siamo Elsa e neanche Mary o Sidonie. Per questo, se dovessi fare il test a quale scrittrice innamorata appartieni?, probabilmente risulterei affine a tutte. Ho amato, come loro, fino alla disperazione, urlando, piangendo ma dalle vite di queste scrittrici, romanzate o meno, e dalla vita mia ho capito che la differenza in queste nostre stupide storie d’amore la fa lo sguardo. Il nostro e di nessun’altra. Fare le cose per il piacere di farle, aveva ragione Sylvia, resta l’unico vero dono degli dei. Il resto, arriverà.

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