“Lucertole giganti attaccano la città” di Anna Rita Cappabianca #dopolavoroletterario N.2
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“Lucertole giganti attaccano la città” di Anna Rita Cappabianca #dopolavoroletterario N.2

Una delle differenze tra chi aspira a scrivere e chi scrive è la forza di volontà. Anna Rita Cappabianca è una delle autrici più dotate di forza di volontà che ho avuto il piacere di seguire e del cui risultato sono molto fiera.. Il romanzo che ha scritto travolge, come “La grande onda” di Hokusai che l’accompagna. Vi invito a leggere questo pezzetto del romanzo, frutto (anche) del lavoro svolto insieme durante il percorso “Una storia tutta per sé”. Un flusso di coscienza ben strutturato dove le immagini mentali si mescolano, in modo naturale, con gli elementi della trama.

“Lucertole giganti attaccano la città”

di Anna Rita Cappabianca

Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro.
È quello il punto al quale si deve arrivare.
F. Kafka

Le geometrie dei rombi dorati sui divanetti blu perdevano definizione e consistenza, per sostenere abbracci e sguardi sconosciuti di un’intimità allarmante. Un’atmosfera così mi stuzzica e mi fa sentire con il corpo elettrizzato, padrone del mondo.

Quel sabato notte, però, al Royal Club di Minsk, ero in preda a ben altre eccitazioni e mi attiravano più le bottiglie di vodka, che, come stendardi, sventolavano sui tavoli da poker, per incoraggiare insane competizioni.

Girellavo nelle sale ancora semivuote, e, proprio mentre stavo per fare una puntata a baccarat, sentii dire che Viktor Bernavskji stava cercando un giocatore al tavolo del privé [la sala che fa ad angolo, affianco al guardaroba].

Ero pronto a sfidare chiunque, e quelli facevano sul serio. Mollai la puntata e li raggiunsi. La sedia vuota diventò la mia, e quella notte sarebbe stata la mia notte. E così fu.

Viktor Bernavskji è il re di quadri. Nelle poker room di Minsk si narra che le carte di quadri gli si attaccano tra le dita come magneti alle calamite, atteggiandosi con una ricorrenza straordinaria, in rare combinazioni di scala reale e di colore. Già dalla terza mano, ero un suo ostaggio, insieme agli altri due giocatori: un armatore greco [che non avevo mai visto prima e di cui non sapevo niente, tranne il fatto che si era trasferito a Minsk da circa un anno] e un indigeno proprietario di una catena di supermercati [che parlava bene l’italiano, perché aveva sposato una modella italo-americana].

Quella notte, Bernavskji, ogni volta che era di mano, lanciava le carte scaraventandole addosso al tavolo, come fossero pietre per lapidare le sue concubine fedifraghe. Poi, con un gesto scaramantico, prima di aprire a semicerchio le sue e godersi lo spettacolo, le agitava ripetutamente, facendo lo stesso verso di chi riesce, con grande sforzo, a liberare l’intestino pigro. Avevo già giocato al suo tavolo, ma quel rumore rivoltante non l’aveva mai fatto prima. M’irritò così tanto, quel suono gutturale, che iniziai a torturarmi il pizzetto, strappandomi con la mano sinistra i peletti sempre nello stesso punto. Con quel gesto che ho iniziato a fare da quando mi è cresciuta la peluria sulla faccia, riesco a concentrarmi meglio, e mi calma, quando il cuore mi batte in petto a mille; è come se riuscissi a incastrare i battiti agitati per il nervosismo e la tensione in quel ritmo gestuale più lento e regolare.

La sua tracotanza di Bernavskji era insopportabile: uno schiaffo, un pugno nello stomaco, il segno di un potere sbattuto sulle facce di tutti, che mi scavava dentro. Con ogni sguardo, risata, bestemmia, Bernavskji, come un acuminato uncino, andava nel cuore, ci scavava dentro e ne riportava su un pezzetto. Là dentro, nella mia cassaforte a muro, orfana di chiave e combinazione, tutto si sentiva minacciato, assediato, e si dimenava, e mi faceva male. E mentre lui scavava e riportava su, io mi strappavo un pelo, per spostare il dolore dal cuore alla faccia, per spingerlo fuori prima.

Quando la sorte mi regalò un poker di donne servito, la sala si trasformò in una granata al fulmicotone. Ero già sotto di ventiduemila euro e allora lo dichiarai a gran voce il mio “servito”, con l’urgenza di chi si sente avvampato dal maledetto fuoco sacro, e per non restare gratinato da una sua fiammata, imbocca l’unica via d’uscita, la più naturale: avevo un signor punto in mano e avrei vinto.

Mentre aspettava la sua carta, il re di quadri non guardava nessuno. Ne aveva scartata solo una, e aveva le pupille dilatate dall’alcol che sembravano dotate di vita propria: le ficcò dappertutto, le fece andare in giro a perlustrare ogni angolo della sala, seguendo un percorso preciso, che aveva tutta l’aria d’essere una sorta di rituale d’invocazione. Aspettava la sua carta e invitava tutti i demoni a spalmare lo sterco della fortuna sulla sua parte di tavolo, ché presto potesse ricoprirsi di danaro, il mio. Lui si sentiva sempre sicuro, non poteva sapere che stavo stringendo un poker di donne tra le mani. Lo stringevo forte e, avvampato, godevo.

Poi lui guardò la sua carta. La guardò, e poi disse: “PAROLE al servito”. E il servito ero io.

“Cinquecentomila”. Con il conto corrente in rosso da mesi, dissi cinquecentomila. In mezzo a quelle fiamme, succedeva sempre così, ed era successo ancora. Le due comparse sedute al tavolo da gioco con noi, lasciarono al centro del tavolo il mazzetto, e si misero in disparte, mentre la coltre di fumo del mio fuoco sacro avvolse il tempo, sottraendo allo spazio circostante ogni densità fisica, finché Bernavskji, non fece scivolare sulla panno verde le fiche giallo oro.

Raddoppiò la posta: un milione di euro.

UN MILIONE DI EURO.

Booom! Mi esplose il cervello e le tempie iniziarono a fare pum! pum! pum! pum!

Vivaci piccole pulci erano riuscite a infilarsi dalle orecchie, e a salire fino alle tempie, dove, nel frattempo, di lato si era formata una pustola piena di sangue e di aria, e là dentro saltellavano, saltavano imprigionate, cercando invano di ritrovare la strada per tornare libere a respirare lontano da quell’incendio.

Mi battevano così forte le tempie, che mi sentivo osservato, mi vedevo addosso gli sguardi di tutti che mi guardavano lì, dove sentivo la pelle che si alzava e si abbassava.

Con lo stesso ritmo pulsante pensai forte in silenzio: “Con il poker ti fotto – anche se fai full – con il poker ti fotto – anche se fai una scala all’asso – con il poker ti fotto”.

“Ci sto” – esplosi, e il reuccio di merda era davvero fottuto.

Senza scomporsi, il re di quadri, prese le carte e iniziò a metterle giù, una per volta, coperte, una accanto all’altra, in senso verticale. Posò l’ultima carta, quella in cima, puntandola verso di me, come fosse la canna di un fucile, e sghignazzò.

Nel frattempo, la mia testa ribolliva: “È inutile brutto bastardo che ti atteggi, adesso tocca a te scoprirti il culo, sei tu che devi abbassare le cresta e farmi vedere questo punto di merda. Scopri le carte, brutto porco”.

Il fuoco sacro iniziò a propagarsi e ad avvilupparmi completamente e, poi, lo sentii salire e uscire dagli occhi, dentro piccoli lampi intermittenti, che tenevano sotto tiro quelle cinque carte impilate.

Bernawskji cominciò a girare le sue carte, dal basso. Le scoprì una per una, lentamente, e finché non arrivò all’ultima, quella in cima, il mio cuore restò immobile. La mia cassaforte murata smise di battere, insieme alle tempie, gonfie di pulci stremate.

Una scala reale. Una scala reale di merda. E la mia anima rotolò malamente, precipitando di sotto per sempre.

Si era fatta l’alba, e, quando gli dissi che non avevo la possibilità di onorare il debito di gioco, Viktor Bernavskji non fece una piega. Mi strinse con la mano il braccio, e guardandomi fisso negli occhi, aggiunse che quella notte stessa, nel mio Hotel, un rimedio l’avremmo trovato insieme: io, lui e i suoi amici.

L’Armidarè S.p.a., che da mezzo secolo aveva garantito alla mia famiglia un’esistenza più che dignitosa, non esisteva più. Noi Armida avevamo perso la corona, il trono con la carrozza e il castello. E con quella partita, mi ero giocato l’unico bene che mi era rimasto: me stesso.

(#dopolavoroletterario è la rubrica riservata a tutti quelli che hanno seguito uno dei miei corsi. Per partecipare basta inviarmi un tuo lavoro, magari frutto di quello svolto insieme. Per conoscere le novità in arrivo, scrivimi o iscriviti alla mia newsletter.)

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