“Dar fuoco all’acqua” di Marida Piepoli – #dopolavoroletterario n. 56
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“Dar fuoco all’acqua” di Marida Piepoli – #dopolavoroletterario n. 56

Claudia ha quarant’anni, fa la professoressa di lettere ed è una donna che scappa. Dalla sua Bari, dal suo matrimonio perfettamente fallito, da un aborto di cui si sente colpevole e dalle decisioni che deve prendere per il futuro. Puntualmente tutti i progetti di vita sono andati in fumo perché il caso ogni volta le regala tutto il contrario di ciò che si era immaginata. Sotto la quiete apparente di un amore sospeso, in cui non sarebbe dovuto accadere niente di speciale, si agita invece la vita che fa riflettere su quanto i limiti ce li imponiamo noi, non raggiungendo quello di cui abbiamo veramente bisogno come Claudia e cioè: la libertà di essere.

Marida Piepoli ha scritto un romanzo bellissimo, c’è tutto quello che può appartenere a un’autrice in ciò che racconta, a parte la sua vita intesa come dato biografico. Eppure, leggendolo ancora mi sento quasi di violare l’intimità di “Dar fuoco all’acqua”. sarà perchè, durante il nostro editing, Marida mi hai insegnato che quando si ama davvero qualcuno bisogna trovare una soluzione o rispettarlo nei suoi bisogni più autentici e, se necessario, anche lasciarlo andare, renderlo libero. Questo è l’amore. (Ecco un estratto del romanzo, foto dell’autrice)

20. PREDIZIONI E AMMONIZIONI

Un pomeriggio in cui tornava da sola dalla casa sul colle, Claudia passò davanti alla casa di Esther. All’inizio dei suoi vagabondaggi solitari si era imbattuta in quell’abitazione fatta di pietre e legno, molto bella, se qualcuno ne avesse curato la manutenzione. Invece era abbandonata, o almeno così sembrava. In un pomeriggio di noia aveva deciso di andare a curiosare poiché la proprietà non aveva recinzioni e il vecchio cancelletto era aperto. La porta d’ingresso chiusa. Le imposte aperte. Dal comignolo un filo di fumo. Facendo un giro sul retro, aveva notato un materasso abbandonato fuori e delle buste dell’immondizia, mentre nel giardino posteriore erano stesi sui fili dei maglioni pesanti ad asciugare e sul lavatoio c’erano ciotole di metallo impilate le une sulle altre insieme a stoviglie e utensili vari. Sembrava un bazar caotico e dall’igiene precaria. Si era quindi resa conto che quel posto diroccato era abitato da qualcuno ed era andata via subito.

In paese si mormorava che in effetti si era trasferita lì da un paio d’anni una signora bizzarra di cui non si avevano notizie certe, né si conosceva l’età. Pareva fosse di origini venete, arrivata lì per prendere le distanze da qualcosa e che, nonostante vivesse in maniera precaria insieme ai suoi cani, in realtà fosse benestante. Insomma era un personaggio attorno il quale aleggiava un misto di fascino e mistero.

Quel pomeriggio Claudia la vide davanti al cancello che stava dando da mangiare ai suoi cuccioli. La donna alzò lo sguardo su di lei e la fissò per qualche istante. Aveva gli occhi di un azzurro cristallino e limpido, i capelli raccolti in una crocchia candida e indossava una palandrana scura a coprire un corpo sformato dal tempo e da una vita al limite. Poi c’erano le scarpe da ginnastica, dettaglio stonato e grottesco, ai piedi di quella figura surreale. Le fece cenno con l’indice di avvicinarsi.

“Vien qua” disse, con un forte accento veneto.

Claudia rimase ferma non sapendo che fare.

Un’improvvisa folata di vento sollevò il terreno secco e le finì negli occhi che cominciarono a lacrimare.

“Vento fredo” aggiunse la vecchia sorridendole.

“Che ci fai qua? Non sei dei nostri.”

“Mi sono trasferita da un po’. Insegno alla scuola media. Nemmeno lei mi sembra di questo posto.”

La donna la guardò di nuovo con i suoi occhi liquidi e sospirando li chiuse facendo un cenno con la mano, come a chiudere il discorso.

“Mi vuoi far compagnia? Vieni in giardino.”

Un adulto dotato di buon senso avrebbe dovuto rifiutare gentilmente e proseguire. Ma Claudia aveva realizzato che a Papasidero il buon senso aveva dei meccanismi diversi da quelli consueti. E spesso era superfluo. Era rapita dallo sguardo e dalle movenze lente della sconosciuta che, nonostante l’apparente indigenza, tradiva modi eleganti e aggraziati.

La curiosità era troppo forte e decise di assecondarla.

Si sedettero sulle panche di pietra umida del giardino ed Esther, così si chiamava, tirò fuori un pacchetto di sigarette. Gliene offrì una che lei rifiutò.

“Allora, professoressa che cerchi qui?”

Claudia fu spiazzata dalla domanda.

“Veramente passeggiavo.”

La donna, allora, sbottò in una risata carica di catarro.

“ Ma no. Che cerchi in paese. Qui viene chi fugge.”

E le fece l’occhiolino.

Era inquietante. Le spiegò che c’era stato un errore con l’ufficio scolastico ed era finita lì.

Di nuovo la risata beffarda.

“Non esistono errori. Esiste il destino. Volevi perderti. Questo è un buon posto, credi a me. E hai trovato quello che cercavi?”

Claudia pensò agli ultimi mesi e sorrise.

“Più o meno.”

“Hai trovato sorprese. Perché i tuoi occhi sono accesi. “

“In effetti sì.”

La donna era eccentrica, ma aveva gli occhi limpidi. Non faceva paura. Anche lei era andata via da qualcosa, in fondo erano simili. E poi sembrava leggere oltre.

“Ti faccio le carte se vuoi. Sono brava.”

E ancor prima che arrivasse la risposta aveva già tirato fuori il mazzo dei tarocchi.

Claudia non credeva a quelle cose lì, né agli oroscopi. O meglio, li consultava quando le cose non giravano bene. Allora li leggeva in modo ossessivo e sistematico: quelli del giorno, del mese, dell’anno e la cosa pazzesca era che quelli sfrontati concretizzavano tutte le sue paure e le fobie, decretando catastrofi certe nella prima o seconda metà dell’anno.

“Ok.”

“Taglia il mazzo.”

Suddivise il mazzo in quattro parti muovendo le carte da sinistra a destra, poi fece scegliere a Claudia una carta da ogni gruppo e le scoprì.

La prima fu la Ruota della fortuna.

“È il tuo destino, questo. C’è il passato. Relazione difficile. Dolore. Ma tutto cambia, non ti devi aggrappare.”

La seconda carta era la Giustizia. Aggrottò la fronte.

“Sei tu questa. Sei severa! Giudichi! Sei tu il tuo nemico” le disse, avvicinando il suo viso a quello di Claudia e scrutandola negli occhi, sino ad arrivare in profondità. Cogliendola in fallo, sul quel grosso limite caratteriale di cui era consapevole, ma che non riusciva ad abbandonare a se stesso, fedele e atroce compagno di sempre.

La terza rappresentava le Stelle. E lì la vecchia fece un sorriso e la guardò con quelle due pozze di mare che aveva al posto degli occhi.

“C’è l’amore, quello bello, che fa sognare. Ma dipende da te.”

Tradivano dolcezza e indulgenza, quelle due lampare turchine. Claudia lesse che avevano conosciuto l’amore carnale e senza giudizio, che concede tutto e lascia spazio a poco altro, bruciando l’aria tutt’intorno sino a farne un falò.

All’ultima carta la donna scoppiò in una risata. Il Matto. Le prese la mano.

“Divertiti, cara, puoi farlo, lasciati andare. Accetta quello di cui ti vergogni. Perché è ciò di cui hai più bisogno.”

“È difficile accettare ciò di cui mi vergogno.”

Esther sorrise.

“ Sai siamo strani noi esseri umani. Ciò di cui ci vergogniamo è quanto di più autentico c’è in noi. Sono i nostri punti deboli, o sono le cose che desideriamo di più. E allora con la vergogna noi le nascondiamo agli altri. Così le proteggiamo dal mondo. Sono preziose. E sono solo nostre.”

“Forse è così” disse pensando al sentimento per Libero. E al fatto che non era del ragazzo giovane che si vergognava, ma di quella che diventava quando stava con lui. Perché quasi non si riconosceva quando erano insieme.

La donna sembrava leggerle i pensieri.

“Tu hai paura di quello che ancora non sai di te. Di ciò di cui hai bisogno davvero, dei tuoi lati più oscuri. Ma anche quella è una parte di te. Sei sempre tu.”

Poi chiuse il mazzo e si accese un’altra sigaretta.

Claudia pensò che la donna fosse una veggente, o che avesse il potere di leggere nell’animo delle persone. Perché aveva dato corpo a pensieri sino ad allora confusi dentro di lei. O forse era tutta suggestione.

Fuori faceva freddo e lei doveva tornare a casa.

“Si è fatto tardi. Devo andare. Le posso portare qualcosa? ”

“Io ho tutto quello che mi serve. Non voglio niente da nessuno.”

La guardò di nuovo e si avvicinò ancora di più.

“Sei tu che hai bisogno di tutto. Piccola. Sembri un pulcino uscito dal guscio. Scappi per non pensare. E fai passare il tempo.”

“E cosa dovrei fare, chiese lei?”

La guardò fisso e accennò un sorriso ironico. Sollevò un solo angolo della bocca. Strinse le fessure azzurro ghiaccio.

“La donna”.

E le fumò una nuvoletta sul viso.

“Ma io sono una donna! Sono fatta così. Non posso cambiare.”

“Non si tratta di cambiare. Si tratta di crescere, decidere cosa vuoi e prendertelo. E invece mi sembra che ci giri intorno senza decidere mai.”

“Crescere come dice lei, essere così spregiudicati e temerari a me sembra impossibile, come voler dar fuoco all’acqua.”

Esther la guardò in tralice.

“Dar fuoco all’acqua” di Marida Piepoli – #dopolavoroletterario n. 55

“Sei arrivata in questo nulla e ci sguazzi bene, mi sembra. Sei fuggita e ci sei riuscita a quanto vedo. Sei qui a farti leggere le carte da una che conosci appena. Quindi non venirmi a dire che credi davvero a ciò che dici. Tutto può succedere, se ci mettiamo in testa che accada. Anche dar fuoco all’acqua. Non nasconderti dietro le tue paure, professoressa. Brucia, brucia tutto sino in fondo, sino a non aver rimpianti e desideri insoddisfatti. E vedrai che ti piacerà.”

“Devo proprio andare ora. Buona serata.”

Sul cancelletto l’anziana donna la guardava. Poi le disse alle spalle:

“Ci riuscirai.”

Claudia si girò e la guardò con aria interrogativa. Gli occhi acquamarina di Esther ebbero uno scintillio.

“A dar fuoco all’acqua.”

E le fece l’occhietto.

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