“Cosa c’è di nuovo, Gina” su Hoppipolla – Cultura indipendente
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“Cosa c’è di nuovo, Gina” su Hoppipolla – Cultura indipendente

Questo racconto, di cui pubblico un pezzetto, si intitola “Cosa c’è di nuovo, Gina?”. Fa parte di una antologia dedicata alle voci femminili, pubblicata dalla rivista EFFE. In pratica, adesso, il racconto è introvabile. Ma dal 31  gennaio sarà presente nella prossima box di HOPPIPOLLA. Disponibile solo fino al 31 gennaio. L’illustrazione è quella originale de IL PISTRICE

«Sono un adultero lascivo. Nero. Non nero di natura, sono nero di cultura».

«Forse è meglio se giochiamo un’altra volta al “cosa vuoi essere nella vita”», dice, senza darmi il tempo di una replica.

Le forme rotonde del volto di Gessica sono in armonia con il suo confortevole posteriore e il suo confortevole posteriore è perfetto per i miei occhi che sono stati creati per guardarle il sedere. Il nostro amore è un circolo vizioso.

Gessica esce e mi lascia da solo al bar, il bar dove lavoro.

La cosa che mi piace di più di questo mestiere è che le donne se ne vanno senza che tu debba inventare scuse. La seconda cosa che mi piace di più, invece, è che per ogni donna che esce dal locale ne entrano almeno altre cinque.

Nell’ora universale dell’aperitivo, il neon del locale lampeggia. È una luce traviata. Una luce livida, un pugno nell’occhio. Che poi, a dirla tutta, se il neon mi colpisce in una certa direzione, sono pure bello. Non bellissimo, ma bello. Quasi quanto le ragazze che invece sono sempre belle. La cassiera è bella. Le fidanzate dei fornitori sono belle. Le fidanzate dei clienti sono belle. Le nuove clienti, quelle sono bellissime e poi c’è Gessica che è la più bella dello sciame. Ho un’indole caduca io, non riesco a dire di no a nessuna, e sento che questa arrendevolezza sentimentale mi fa bene. È la storia della mia vita: un po’ di piacere e un po’ di sofferenza. Il primo, il piacere, è maschio, la sofferenza invece è sintatticamente femmina.

Mi chiamo Gervasio. Sono nato in un paese in provincia di Parma dove fanno il vino buono e le donne belle. Al mio paese abbiamo tutti la erre allungata, tipo un brodo annacquato, e riflettiamo con la mente girovaga, tipo un vento caldo che risveglia il can che dorme.

Come tutte le donne del mio paese, anche mia nonna da ragazza era bellissima e faceva il vino buonissimo. A quindici anni lavorava in una vigna, vendemmiava. Un giorno il fattore le si avvicinò e le offrì seimila lire per assaggiarla, dietro la vigna. Mia nonna gli disse che non era per seimila lire che gli avrebbe fatto vedere il suo boschetto. Il fattore rispose che per seimila lire se ne sarebbe portate due, non una, dietro la vigna. «Vai», le aveva risposto lei. Lui restò, immobile. C’è una sua foto sul caminetto a casa di mia nonna che lo ritrae come quella mattina: paralizzato dentro. Mi somigliava molto, mio nonno. Anche io resto immobile dietro il bancone del bar: mi viene un buco al cervello che non si sposta né troppo di lato né troppo al centro.

A quel tempo non avevo ancora capito a cosa servono le donne, che sono un telescopio vivente a cui devi togliere il tappo, prima di tutto, per vedere le stelle. Ora attraverso gli occhi delle donne vedo cose del mondo che da solo proprio non riesco. Vedo me, per esempio. Vedo le cose belle di me, cose che davanti allo specchio non sono così belle.

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