Bucce d’arancia di Nico Mele – Dopolavoro Letterario n. 13
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Bucce d’arancia di Nico Mele – Dopolavoro Letterario n. 13

Ho incontrato Nico, per la prima volta, durante Una storia tutta per sé (la prima edizione). Uno degli esercizi più importanti che abbiamo svolto era legato alla percezione e al ricordo e al modo in cui questi possono diventare materia narrativa per le nostre storie. Così è nato questo racconto a cui l’autore ha continuato fino a quando odori e visioni del passato non sono diventate percezioni attive, presenti e vive nella storia. Nico Mele ha partecipato con Bucce d’arancia a Racconti nella Rete e fa parte dei 25 autori selezionati per la raccolta che sarà pubblicata da Nottetempo.  Questo è l’incipit del racconto, buona lettura.

Bucce d’arancia

Di Nico Mele

Gli stringo la mano grinzosa carezzandola col pollice. E lo guardo: il volto scavato e deformato dalla maschera dell’ossigeno, contratto nello sforzo di raccogliere gli ultimi soffi d’aria. Nonno ha i capelli ancora folti e bianchi ma arruffati e con la piega buffa e innaturale segnata dal cuscino, inconsueta per lui sempre impeccabile e pettinato. Quante volte avrei voluto e potuto stringere quella mano senza farlo: liscio quella rugosità e sento la stessa consistenza delle bucce d’arancia arrostite sulla stufa al kerosene, ruvide e indurite.

Quando ero un bambino, tutta la famiglia si riuniva a casa dei nonni, durante le feste ma anche i sabati e le domeniche qualunque. In inverno nonno puliva le arance e le disponeva sul tavolo a metà, così che tutti le potessimo assaggiare: aveva un modo particolare di sbucciarle, con le sue sapienti mani di chef, intagliando le bucce in figure strane e mai regolari. Poi le raccoglieva e le andava a distribuire in ordine sulla piastra della stufa: si arrostivano e lentamente l’effluvio acre ma aromatico pervadeva tutta la casa. Noi bambini ci lamentavamo spesso perché l’odore permeava anche le fette di pane che ponevamo sulla stufa ad abbrustolirsi prima di mangiarle, ma nessuno osava mai rimuoverle. Quell’odore inconfondibile ci accompagnava durante tutto l’inverno, era il segno che si stava tutti insieme, era il profumo della famiglia, della nostra famiglia unita. Ancora adesso, quelle bucce d’arancia e quel profumo che riesco quasi a immaginare e riassaporare, mi riempiono di ricordi e di sensazioni ormai perdute. Nonno era un patriarca, vecchio stampo, o almeno così mi appariva: tutto doveva essere deciso da lui e nessuno osava mai contraddirlo. Stento a riconoscerlo in quell’esile e dimessa figura, resa ancor più fioca dal debole e tremolante neon della stanza di ospedale, che emana una tenerezza e una debolezza che non gli sono mai appartenute. Ne avevo conosciuto la vita attraverso i racconti dei figli che si ripetevano in quelle serate d’inverno, in un susseguirsi di ricordi d’infanzia ora comici ora risentiti.

(IL DOPOLAVOROLETTERARIO È LA RUBRICA RISERVATA A CHI HA SEGUITO UN PERCORSO DI SCRITTURA OPPURE UNO DEI MIEI CORSI. PER PARTECIPARE BASTA INVIARMI UN TESTO, MAGARI FRUTTO DEL LAVORO SVOLTO INSIEME. PER CONOSCERE APPUNTAMENTI, CORSI, PRESENTAZIONI, LIBRI, STORIE E QUELLO CHE SOFFIA NEL VENTO ISCRIVETEVI ALLA MIA NEWSLETTER).

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