Cartella clinica, Serena Vitale, Sellerio
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Cartella clinica, Serena Vitale, Sellerio

Cartella clinica, Serena Vitale, Sellerio, pag 128, 13 eu

Slavista, docente universitaria, scrittrice, pensatrice lirica. Serena Vitale è un’intellettuale fuori dal comune. Con le sue traduzioni e curatele ha dato lustro alla letteratura ceca e russa, traducendo i più grandi: Brodskij, Puškin, Kundera, Nabokov. Tra le sue traduzioni, lo sguardo di Vitale si allinea con la poetica di Marina Cvetaeva. Poetessa russa imponente e dalla vita piena di squame, sensibile e sensitiva in ogni virgola. Cvetaeva è la voce pura delle persone timide ma non timorose davanti all’atto creativo, inteso come abbandono del sé e manifestazione del non detto. Ne Il poeta e il tempo (Adelphi 2020), Cvetaeva scrive «Conoscendo il più creo il meno. È per questo che per me non c’è assoluzione. (…) Ma se esiste l’Ultimo Giudizio della parola — davanti ad esso sono pura.» La purezza della letteratura come punto di arrivo è la base del racconto autobiografico Cartella clinica, un meraviglioso romanzo familiare. Lucido e spietato. Puro, come il titolo. Come pura è stata l’esistenza di Rossana Vitale, sorella di Serena e protagonista dell’opera. Dopo le passate esperienze letterarie (tra i più amati, Il defunto odiava i pettegolezzi, Adelphi 2015), Vitale firma per Sellerio un’opera privata. È un’esperienza di lettura catartica, come poche, dalla quale si riemerge con una misteriosa sensazione di purezza. La narrazione procede a frammenti, con salti di tempo e di luogo, con incursioni di materiali extra tra cui fotografie originali e tracce delle cartelle cliniche di Serena. Se la storia racconta la breve vita della sorella, morta a 20 anni a Roma in una clinica psichiatrica, dopo una degenza cominciata a Lecce per sindrome schizofrenica, la trama invece si concentra sul legame tra le due sorelle che crescono insieme fino a quando nel ‘61, nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà, Rossana viene trovata morta e Serena passerà la vita a chiedersi cosa sia accaduto. «Dal giorno della morte di mia sorella ho chiesto a ogni medico da cui mi capitava di farmi curare – oculisti, dentisti, ginecologi, ecc. – se la pazzia fosse ereditaria.» La vicenda familiare comincia a Brindisi, città natale dell’autrice, nel ’48. Serena ha quasi 4 anni, Rossana 8. Bambine intelligenti, ultra umane. Future donne curiose che nella percezione comune appaiono pericolose mentre sono loro a essere in pericolo. «Lungo il vicolo buono (in quello «cattivo» c’era un bordello – forse anche più d’uno – frequentato dai marinai) andavamo come ogni sera dai nonni.» Vitale disegna una genealogia familiare che si fatica a credere lontana. Il non detto conta più di tutto. Un padre assente che compensa “finanziando” le figlie, una madre distratta, due nonni affettuosi purché controllanti, uno zio morto e un altro “invertito”, appellativo di cui Serena chiede numi alla sorella: “«Deve essere una persona storta». «E che vuol dire?». «Vuol dire un po’ come me».” Cartella clinica indaga, tra memoria e immaginazione emotiva, la struttura sentimentale di una famiglia come molte. Non è solo un romanzo su un dramma personale. Ma sull’incredibile incapacità della famiglia di conformarsi a sé stessa. È un romanzo più civile e politico di ciò che appare. Un dono inestimabile di Serena Vitale che ha sempre scritto di follia attraverso i geniali russi che ha tradotto. Eppure leggendo Cartella clinica si rimane con tante domande potenti, non usuali, che ci fanno credere che ogni volta che si tocca l’intoccabile tema della perdita è una prima volta. «Non fu un dolore lasciare la mia città. Anche io avvertivo gli sguardi – alcuni malevoli, altri pietosi – che la gente riservava ai famigliari di quella che ormai era «la paccia» (la pazza). Le amiche, anche le compagne di scuola, mi evitavano.» Quanto può essere casuale il dolore nella vita di una persona? L’assenza di risposta è il motivo toccante per cui leggere subito questo libro.

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