Anatomia della battaglia, Giacomo Sartori
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Anatomia della battaglia, Giacomo Sartori

Anatomia della battaglia, Giacomo Sartori, Terrarossa Edizioni, 270 pag, 17,90 eu

«Anatomia della battaglia è forse uscito anzitempo rispetto alla fortuna delle autofiction con cui molti scrittori di prim’ordine hanno interrogato il lascito dei padri e i modelli di una mascolinità entrata in crisi.» Non possiamo che essere d’accordo con il premio Strega Helena Janeczek che così si esprime sull’opera di Giacomo Sartori, ritornata alla luce per i Fondanti di TerraRossa dopo una prima vita, 20 anni fa, per Sironi. Il protagonista, voce narrante, affronta la malattia terminale del padre, al capezzale del quale si prostrano pure fratello, sorella e madre. Questi ultimi non accettano la realtà, a meno che non gliela si imbrodi di ipocrisia o idealismo fuori tempo massimo. Invece lui è la cellula inesplosa di una compassata, elegante e piacevolmente crudele messinscena di una redenzione familiare. «Mio padre restò quindi dell’idea che in fondo, nonostante le mie tare, ero uno che finisce per cavarsela sempre». Dedito alla scrittura, coi capelli troppo lunghi, immerso nell’idelogismo anni 70, il protagonista ci traghetta con delicata paranoia nel movente affettivo di qualsiasi generazione: l’indefinibile incapacità di conoscere, e comprendere, l’altro. Ogni legame è la conseguenza diretta di una battaglia che forse tutti abbiamo perso e solo la letteratura con il suo mobilismo ieratico può aiutarci veramente a comprendere. La battaglia di cui nel titolo si fa menzione logora tutti i personaggi che rispondono con gesti, a volte automatici a volte no, al quesito: come faccio a definire chi sono se non so definire niente nella mia vita? Invece il patriarca morente sa chi è e non è un caso che lo sappia così bene, dal momento che è un (ex) fascista nostalgico. Ai temi della lotta politica, Sartori intreccia quelli dell’eterno impossibile duello tra il bene e il male. Esistono a priori. Sono parte del mistero della vita e della morte, come sembrano suggerire i monologhi del narratore. Anatomia della battaglia è un romanzo bellissimo. Un misurato crocevia di silenzio e strafottenza, con l’andamento frastagliato e atemporale di un contemporaneo lessico (a)familiare.

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