Vladimir Nabokov, il mio maestro invidiato

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Vladimir Nabokov, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  25 agosto)

Nella postfazione del suo romanzo simbolo, Lolita, Vladimir Nabokov a proposito di oscenità in letteratura racconta come la banalità equivalga alla mediocrità e facendo l’esempio di Lolita denuncia le critiche che gli furono rivolte da chi si aspettava una maggiore oscenità intesa come pornografia evidente. Mentre lui accenna, senza spalancare, costruisce intorno a un amore dichiarato apertamente fin dalle prima pagine un mistero mai risolto. Per Nabokov è banale, e dunque mediocre, la letteratura delle idee, la scrittura dichiarativa (la chiama così) che vuole insegnare qualcosa, indicando con il dito al lettore dove puntare i sentimenti. Lolita è il capolavoro per eccellenza, la trappola più riuscita della letteratura. Lui, fine maestro di sentimenti, non è uno scrittore didattico, è un esteta. Scrive storie in cui i sentimenti scatenano una piccola silenziosa esplosione di famigliare tepore. Una spia luminosa. La definisce, così l’ispirazione letteraria.

Questa spia luminosa, nella sua vita, ha avuto un nome e un ruolo: Vera Slonim, sua moglie.

Vladimir Nabokov è nato a San Pietroburgo, nel 1899, da una famiglia di alta caratura militare e nobiliare. Sin da bambino conosceva altre lingue, in particolare l’inglese, e ha passato l’adolescenza immerso in una lettura autistica di pilastri come: Flaubert, Verlaine, Tolstoj, Cechov, Conan Doyle.

In seguito alla Rivoluzione del 1917, i Nabokov si stabiliscono in Gran Bretagna dove, a Cambridge, Vladimir si laurea in lingue romanze e poi parte per Berlino. Qui, nel 1923, ad una festa conosce Vera Slonim. Lei ha il volto coperto da una maschera di raso nero, e lo ama già. Sa le sue poesie a memoria. Lui ha il cuore spezzato da un’altra donna che l’ha lasciato. Lei se ne frega, e lo ascolta. Fino a quando, due anni dopo lo sposa e nel 1934 nasce Dmitri, l’unico loro figlio. Il loro matrimonio è straziante. Per quanto bello.

Come posso spiegarti, mia gioia, stupenda gioia dorata, quanto posso essere tuo con i miei ricordi, le mie poesie, i miei impeti, i miei vortici interiori? Come posso spiegarti che non posso scrivere una parola senza ascoltare come tu la possa pronunciare; posso solo ricordare le sciocchezze vissute con un rimpianto così acuto per non averlo vissuto insieme a te, anche se il più personale, il più indescrivibile. Non parlo semplicemente di un qualsiasi tramonto dietro l’angolo di una strada. Mi capisci, gioia mia”?

Vera capiva eccome. Capiva mentre leccava francobolli al suo posto o gli apriva l’ombrello o correggeva in compiti degli studenti o redigeva le bozze dei manoscritti del marito. Non si può parlare della vita di Vladimir senza parlare di quella di Vera. Erano simbiotici e nessuno potrà stabilire chi era il dittatore. Di certo il loro matrimonio è stato un regime totalitario, durato fino alla morte di lui nell’estate del ’77 per una polmonite. Si dice che esiste la sindrome dei Nabokov. Investe la moglie quando questa è devota morbosamente al marito e investe il marito quando questi non fa che rendere subalterna la vita di lei alla sua. Ma chi ama questo scrittore sa pure che è stato il primo a riferire che la realtà in fondo non esiste, esiste la sua versione amplificata. Lo stesso si può dire del loro matrimonio e dei pettegolezzi che lo circondavano.«Senza Véra non avrei mai scritto una riga». Nabokov dedicò tutta la vita alla moglie, incluso il suo riconoscimento letterario e professionale anche in ambito finanziario. Forse aleggia molta invidia su di loro, l’invidia del bene.

Il suo primo romanzo risale al 1926 (“Masenka”, mai tradotto in Italia) a cui seguono “Re donna fante”, “La difesa di Luzin” ( sulla sua ossessione per gli scacchi), “L’occhio”, “Camera oscura”, “Gloria”, “Invito a una decapitazione” fino a “Il dono” che segna la fine del periodo russo. Nel 1940 Nabokov scopre l’America e nel 1955 l’America scopre Nabokov. In quell’anno esce “Lolita” e lui diventa una star, grazie anche al successo della trasposizione cinematografica firmata da Stanley Kubrick.

Nel periodo americano, lo scrittore russo diventa ufficialmente uno scrittore ibrido. Sia per il linguaggio che per lo stile. Non si capisce più dove inizia il savoir faire di derivazione anglosassone, che lo distingueva per portamento ed eleganza algidi, e dove finisce il pathos sovietico che invece lo portava a toccare il fuoco delle cose senza timore di bruciarsi. C’è chi dice che dobbiamo tutto alla sua collezione di farfalle. La sua vita americana coincide con quella da entomologo, esperto ossessionato dagli insetti, le farfalle in particolare (ne scoprì una che cacciava e conservava con la tenacia di un maniaco. Nelle farfalle svolazzanti e poi schiantate nelle sue raccolte lui ci vedeva il senso dello scrivere e delle parole. Del resto tutta la sua produzione letteraria restituisce uno sguardo dall’alto, quello dell’entomologo che trova più importante la sfumatura di un azzurro invece che la risposta “giusta” in un dialogo. La letteratura e la caccia alle farfalle sono “una sorta di magia, l’una e l’altra un intrico di incanti e inganni”. Immaginiamolo ancora a caccia di storie come a caccia di farfalle, in preda alla costruzione di trame come dentro una finale a scacchi: perennemente alla ricerca di un equilibro tra passione e raziocinio.

Carissimo Professor Nabokov,

mi sono iscritta virtualmente al suo corso di “letteratura sconcia” circa 15 anni fa. Quando ho sbirciato in una biblioteca e ho preso a prestito, idealmente senza restituirli mai, i suoi libri. Lolita per primo e in seguito gli altri fino a Lezioni di letteratura.

Vorrei dirle prima di tutto una cosa. Io la invidio. Non è un sentimento che mi appartiene nel quotidiano, per questo posso dirlo con fermezza. Io la invidio dal profondo del mio cuore. La invidio per la sua capacità di insegnare senza volerlo e di essere amato senza desiderarlo.

Le sue lezioni mi hanno incantato, dimostrandomi che per scrivere bene non dobbiamo spiegare niente a nessuno. Bensì: dobbiamo scendere dalle cattedre, dai palchetti; dobbiamo sentire mancare la terra sotto i piedi. Così quando scriviamo, ogni passo che compiremo nel vuoto, ci detterà il sentimento invincibile dei personaggi.

Mi sembra di sentirla mentre mi bacchetta: Meno vorrai insegnare, più sarai interessante. Perché sarai meno vanitosa, il voler mostrare un sapere è pura vanità.

Da Lei ho imparato che la letteratura e l’amore, dalla notte dei tempi, sono entrambi privi di moralità e di intenzioni didattiche.

La domanda che le pongo è: per scrivere una storia d’amore serve più realtà o più finzione? E quando in una storia d’amore la finzione si maschera dentro la realtà e quando in un romanzo la realtà dentro la finzione? Rispondere è una responsabilità di cui non mi sento all’altezza. Ecco di nuovo che si manifesta l’invidia. Questo sentimento scabroso. Non come la gelosia che ammette la presenza dell’altro, seppure in modo morboso. L’invidia esclude ogni contendente. E se per tutti questi anni ho escluso me, caro professore, adesso ho deciso di vivere fino in fondo la nebulosa dell’ego e ammettere che per invidiarla al meglio io devo eliminarla.

Proprio come fa Lolita con il professor Humbert. La sua assenza, all’improvviso, esalta l’elemento erotico della narrazione, un’attrazione che io ho sempre letto come una forma di invidia tra i due. Il vecchio invidia la ragazzina per ovvi motivi e la ragazzina invidia il vecchio per altrettanti (opposti) ovvi motivi. Il desiderio che nutre entrambi non è l’amore ma l’annientamento reciproco.

Per prima cosa, da domani, entrerò nell’ordine delle idee che Lei professore a forza di farmi capire cosa c’è dietro le storie, mi ha impedito di scriverle. E se non me l’ha impedito quantomeno mi ha inibito. Basta. Evviva l’istinto. Nella scrittura ce ne vuole tantissimo.

L’istinto governa il più insensato dei meccanismi narrativi: dire ti amo senza dire ti amo. Come si fa, allora? Be’, inziare scrivendo amore mio ti IN-VI-DIO può essere un buon inizio.

alessandra

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