Virginia Woolf, la mia musa in eccesso

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 30 giugno)

Cara Virginia,

dove sei? Secondo me non esisti.

Non esiste l’autrice di Mrs Dalloway; non esiste la donna che ha inventato Una stanza tutta per sé e per tutte le scrittrici del mondo. Non esiste una Virginia Woolf. Esiste la Virginia Woolf che è in noi. In me c’è una Virginia in eccesso. Di quelle che immagino sentirsi dire: tu sei troppo per me, mentre il finto compagno o la falsa compagnia di turno ti vampirizza la vita. Eri troppa. E questo tuo essere troppa ti rendeva insopportabile a te stessa. A me invece ti ha resa indimenticabile.

Ogni scrittore dovrebbe tenere un diario, per rivolgersi direttamente a te. Il diario è stata la tua forma prenatale di scrittura. Adoravi scrivere per scrivere. Non si cercano lettori attraverso la scrittura ma si cerca se stessi: il mistero più grande, la chimera narrativa. Si dice che il lato più nascosto di uno scrittore emerga in controluce nella sua opera. Tu questo lato nascosto, l’hai reso un’esperienza universale.

Pur essendo scritture di un tempo passato, i tuoi diari mi fanno capire il presente per raccontare il futuro. Li rileggo come si consulta un calendario o l’I-Ching o l’Oroscopo. (Una volta ho perfino consultato un astrologo per conoscere il tuo tema natale, scoprendo che la tua Luna, simbolo della femminilità che in te non si realizzava del tutto perché lesa da Venere, pianeta dell’amore).

Ciò che riscopro ogni volta leggendoti è il senso diverso, anzi il sapore, delle tue parole. La maniera in cui le mettevi insieme, mi sconvolge. Ci sono più storie dentro una tua frase che in cento romanzi letti. Ti ho immaginata scrivere, Virginia, e ti ho vista che dondoli. Dondoli sulle parole, così brillanti da renderti irragionevole. Una volta ho provato a riscrivere alcune frasi tue, al computer e a penna. Erano gli stessi segni, leggevo le stesse cose, ma non erano le stesse parole.

La tua scrittura è come l’oscillazione naturale di un pendolo. Il 28 marzo del 1941, a 49 anni, il pendolo l’hai fermato. Nel fiume Ouse, vicino casa, con le tasche piene di sassi. Prima hai lasciato una lettera a Leonard, tuo marito, che di te ha amato il genio, la generosità e la lucida follia. “Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te.”

Da quando non dondoli più, con la penna tra le mani, i tuoi sassi sono diventati fiori e le tue parole, ogni volta che piove, ritornano sulla terra. Confermando che io mi sbaglio invece tu hai sempre ragione: sei esistita,Virginia, infatti sei ancora qui.

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RITRATTO

«La capacità di ricevere gli shock è ciò che fa di me una scrittrice.» Il ritratto di Virginia Woolf non può avere cornici. Sarebbe la prima a deriderci. Nei suoi diari, più di una volta, riprende con sarcasmo chi la definisce: lesbica,femminista o pazza.Virginia Woolf non voleva sprecare la sua vita dentro ruoli limitanti, era consapevole di essere una nessuna e centomila, forse anche per questo si è uccisa.

Una sua eccezionale studiosa, Nadia Fusini, dice una cosa esatta: Virginia trasformò uno svantaggio in vantaggio. Il suo essere donna, il suo essere triste, affamata e mai sazia di vita, il suo essere outsider rappresentano un geniale rovesciamento in privilegio di una serie di shock. Senza nessuna acrimonia, l’essere fuori dal mondo diventa il suo sguardo dentro la vita.

Se qualcosa vi è successo nella vita, qualcunque cosa, dalla classica nascita alla morte, dal tumultuoso innamoramento al convenzionale matrimonio, dalla compulsione per la scrittura a quella per la lettura, Virginia l’ha già scritto. Virginia sa ciò che noi ancora non sappiamo.

Adeline Virginia Woolf nasce il 25 gennaio 1882 a Londra, figlia di sir Leslie Stephen – illustre biografo dalla cui biblioteca dipende la precoce curiosità intellettuale della figlia – e Julia Prinsep-Stephen, una modella. La Woolf e sua sorella Vanessa (spesso alter ego letterario, come in “Mrs Dalloway”) vengono istruite dai genitori, mentre i loro fratelli studiano a Cambridge. Scelta che provoca in lei una mai sopita rabbia dolce, soprattutto nei riguardi del padre, integerrimo guardiano delle sue prigioni interiori.

In Una stanza tutta per sé”, il saggio del 1929 divenuto un simbolo di tutti movimenti femminili e femminsti, che ripercorre la storia letteraria dal punto di vista rivoluzionario di una donna, si chiede (prima al mondo, probabilmente): “Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?”

La rivoluzione di Virginia passa dal coraggio di essere se stessa. In piena epoca vittoriana scrisse: “I sessi, per quanto diversi, si mescolano. Non c’è sesso umano che non oscilli da un sesso all’altro e, spesso sono solo i vestiti a serbare l’apparenza maschile o femminile, mentre il sesso profondo è tutto l’opposto di quello superficiale.”

Nel 1904 Virginia si trasferisce con Vanessa e gli altri due fratelli nel quartiere di Bloomsbury dove fondano il ‘gruppo di Bloomsbury’, un circolo culturale di artisti e scrittori, fondatasi spontaneamente in case private nel quartiere Bloomsbury, fino alla seconda guerra mondiale. Qui avviene il suo battesimo del fuoco letterario e personale. Qui conosce Leonard Woolf, colui che diventerà la figura centrale della sua esistenza: marito, editore (fondò la Hogart Press per pubblicare i libri della moglie) e amorevole sostegno. Non sappiamo bene cosa si sia spostato nella testa di Virginia e quando. Se la morte della madre (avvenuta quando lei aveva 13 anni), se le molestie subite dal fratello, se niente di tutto questo e forse altro. Virginia aveva un malessere che la scrittura ha trasformato in dono. La scrittura, per la Woolf, è un modo per esorcizzare “questa terribile malattia” che non era assenza di vita ma un eccesso di essa.

Difficile non amare Virginia Woolf. È euforia pura. Amava la bellezza (nel 1924 posò per British Vogue con un vestito della madre e per molti anni scrisse per la modaiola rivista), la cucina (Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene) e la casa (non si contano le case e le cameriere che cambiò).

Era pragmatica, realista, attenta osservatrice dell’umanità, amava fino a inglobare dentro le sofferenze dei suoi amori. La più grande scrittrice moderna, inventrice di un flusso di coscienza che mette in riga quello di Joyce (di cui Virginia aveva pessima opinione letteraria) visse la sua vita a perdifiato, fino a impazzire. Questo amore folle e gioioso lo si coglie leggendo la sua prolifica opera, composta da romanzi, racconti, piccoli saggi e soprattutto innumerevoli pagine di diario in cui si scopre la coscienza di una donna ironica, a volte perfida, consapevole e realista, perennemente innamorata di un uomo, di una donna, di un pezzo di cielo, di un fiore.

alessandra

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