“Un tizio tutto in ghingheri” di Giuseppe Latanza – Dopolavoroletterario n. 35

Dirvi cosa racconta questo romanzo, e come, sarebbe come svelare il mistero di Ustica o l’età di Amanda Lear. È un mistero, solo che a differenza dei due esempi citati, questo mistero è meglio non scoprirlo perché altrimenti si smette di godere. Ivan, protagonista buffo e goncaroviano, di “Un tizio tutto in ghingheri” vive a Bari ma potrebbe essere di qualsiasi città non tanto per la sua storia quanto per la sua capacità mimetica, gestita sempre in modo lucido da Giuseppe Latanza  che non cede alla vanità, pur essendo un romanzo con la pretesa (riuscita) di farci ridere. Il capitolo che ho scelto si trova all’inizio del romanzo ne rivela il titolo, sgomitola il mistero ma solo per prenderci in giro, non appena finirete di leggerlo capirete che, come si dice a Bari, da mo’ vale.

(Immagine presa da qui)

Third Flashback.

Il professor Mario La Roccia.

Due anni dopo. 1989. Prima liceo.

Ci fu la prima ora di Storia dell’arte, con una pertica coi baffoni alla Francesco Giuseppe, che si chiamava Mario di nome e La Roccia di cognome, che però non era mica monarchico ma socialista, come il maestro Perboni del libro Cuore che da bambino ho visto in TV, quello di Comencini, che non c’entra nulla con il maestro di De Amicis.

De Amicis era tipo zerbino monarchico, che si dispiaceva dei poveri, delle stamberghe e del pane secco; se però i poveri si incazzavano, a De Amicis veniva l’orticaria, e stava dalla parte di Umberto, quello Buono delle cannonate sui poveri a Milano, perché la povertà è condizione ineludibile, se sei povero è perché è nel progetto di Dio, Dio ha voluto così e devi frenare i pruriti rivoluzionari, Dio non vuole mica.

La Roccia entra coi baffi che stanno su inamidati coll’albume dell’uovo, che pare stare al fronte, su a Custoza nel 1866. Ha pure il portamento del tenente dell’Esercito Regio, e uno così doveva per forza fare la guerra da ufficiale, a bere il the nella tenda mentre i figli dei poveri a contarsi in trincea e giù a piangere; La Roccia sarebbe proprio piaciuto a De Amicis anche se La Roccia avrebbe disertato e a capo dei soldati avrebbe fatto sega in trincea; e La Roccia poi la maestrina dalla penna rossa se la sarebbe spalmata sul pavimento in gomma della palestra alla seconda pagina, come Brando con la Schneider imburrata come un toast, altro che Perboni.

Entra, si pianta davanti alla cattedra come un sergente istruttore, sguardo circolare che termina sul muso del sottoscritto, mi guarda fisso e fa: – Come ti chiami?

Gli dico il cognome, e lui: –Come l’apologista?

Io non sapevo neanche che diavolo significasse apologista. Poi scopro questo Lactantius era un tipo turco o africano che scriveva accidenti complicatissimi quando ancora gli africani avevano credito e Sant’Agostino non sarebbe finito in un CTP a Lampedusa o Pantelleria a leccare il pavimento su ordine di qualche sbirro nostalgico.

La Roccia sbuffa, fa un nuovo sguardo circolare, aggira la cattedra, si siede, e poi attacca a parlare e dice che lui non è un professore, che la laurea l’ha presa perché andare all’università era il solo modo per non fare la spina al militare e ed era il modo più semplice per portarsi a casa le ragazze e mostrare loro come si teneva su i baffi, che aveva cominciato a farsi crescere a quattordici anni, e che a venti aveva già come mustacchi di Francesco Giuseppe.

Era simpatico il professor La Roccia.Aveva sempre una giacca di lino scura il giorno in cui la mia vita cambiò.

La classe era silenziosa, era morto il padre di Calzolaio Loretta, che non era venuta e tutti si faceva finta di esser commossi.

Il professor La Roccia si tolse la giacca e la mise sulla spalliera della sedia e disse che oggi si fa a modo mio, disse proprio così: oggi si fa a modo mio. Posò una valigetta sulla cattedra e tirò fuori una cartellina di cartoncino blu e dentro c’era un sacco di roba. Aprì la cartellina e dentro, impilate, c’erano trenta stampe, una per ognuno di noi. Si alzò e camminando ciondolante tra le file di banchi, prese a distribuire le stampe tra tutti noi. La Roccia era silenzioso e serio, e si soffermava su ogni dannata stampa e sembrava che avesse deciso che quelle stampe non dovevano essere sparpagliate a caso ma che ognuna di esse fosse destinata a uno preciso di noi. A dir la sacrosanta verità non ci capii grandi cose da quella scelta; non so perché, per esempio, alle sorelle focomeliche arrivarono Rose garden di Paul Klee, e L’urlo di Munch, a Magri della roba di Keith Haring con due omini gialli che si rincorrono, a Laserra una tela tagliata di Fontana. Al mio compagno di banco, Ako Martens, addirittura La Roccia riservò La camera di Arles.

La prima! – Specificò La Roccia. – Non la seconda o la terza, mi raccomando Martens, non fare cazzate.

Ako Martens si guardava intorno smarrito, che non sapeva neanche con che parte del pennello si dipinge, figuratevi se sapeva che Van Gogh di quelle camere ne aveva dipinte tre quasi uguali.

Ma non mi importa un accidenti del motivo che ebbe nel dare loro quelle stampe. Volevo capire perché destinò a me il signor Lempicki, di Tamara de Lempicka. Cosa ci vide. Cosa vide in me del tizio tutto in ghingheri.

Avrei preferito Basquiat di Memoli o il Caravaggio di Ludovica Verna.

Invece avevo questo un tizio tutto in ghingheri con la faccia seria e gli occhi piccini, e indossava un abito elegante, da nobiluomo d’altri tempi.

La Roccia tornò alla cattedra, si piazzò davanti a gambe larghe e schioccò le dita per attirare l’attenzione.

– Voglio sapere tutto di quei dipinti. – dice. – Voglio che scriviate che colori hanno usato, quanto ci hanno messo, dove erano seduti quando dipingevano, come la pensavano, quanti anni avevano.

Poi va alla lavagna e scrive il numero 8.

E dice che abbiamo otto mesi per fare le ricerche, e scrivere anche una relazione. Dice che quest’anno si fa solo questo, né interrogazioni nè compiti in classe. Noi ci si guarda straziati dall’euforia. Poi dice che la biblioteca della scuola fa cagare e di andare alla biblioteca Bellacicco che è fornitissima. Però la biblioteca Bellacicco era mica una biblioteca, ma era una vera e propria libreria, ma La Roccia disse proprio così, la biblioteca Bellacicco.

La libreria Bellacicco era la libreria più grande di Taranto e lì i libri potevi solo andarli a comprare e non andare a prenderli in prestito, come diceva il professore. Era grande, con cinque vetrine e faceva angolo tra Corso Umberto I e Via Ciro Giovinazzi, ed era stata fondata negli anni trenta da Egidio Bellacicco, un tizio coltissimo che ce l’aveva col governo e che poco dopo trovarono legato al palo della luce sotto casa con un coltello piantato nella pancia; i figli continuarono a lavorare nella libreria e a farsi piacere il governo, perché era molto meglio farselo piacere se non volevi fare la fine del culatello come il signor Egidio.

Poi la libreria era passata dai figli ai nipoti, e a loro il governo che non c’era più piaceva tanto, e Giorgio Almirante, quando passava da Taranto, ci andava sempre e i nipoti di Bellacicco gli dicevano che Egidio era uno scimunito come Giangiacomo Feltrinelli.

La bidella Pagliarulo Gabriella ci disse che Giuseppe Bellacicco, che era il figlio dei nipoti di Egidio, era uno a cui piaceva tanto giocare al poker, come a La Roccia, e che si conoscevano bene, perché quando uno gioca a poker insieme poi finisci che ti conosci bene, perché i silenzi del poker dicono tutto di una persona.

E quella notte di Natale, che Bellacicco aveva un full di donne e La Roccia un colore di picche, di silenzio ce ne fu a strafottere.

Bellacicco pensava di aver vinto, e non sorrideva per trascinarsi nel piatto Mario La Roccia, che invece sorrideva.

La bidella Pagliarulo disse che il professor La Roccia vinse e che ivan Bellacicco perse. Che nessuno sa quanti soldi c’erano nel piatto e che Bellacicco contrasse un debito enorme e che doveva cedere la libreria a La Roccia, ma che lui chiese solo l’usufrutto, o meglio un comodato d’uso gratuito della libreria. Che disse a Bellacicco che gli lasciava la libreria ma che siccome la biblioteca della scuola faceva cagare e quella comunale era un’edicola a confronto a quella della scuola, Bellacicco doveva permettere agli alunni di Mario La Roccia di poter andare a consultare libri e se volevano potevano portarseli a casa; però quei libri dovevano tornare indietro come nuovi, disse Bellacicco, e La Roccia gli disse che il colore valeva più del full e i libri tornavano come cazzo tornavano. E da allora la libreria Bellacicco fu anche chiamata la biblioteca Bellacicco, ma solo per gli alunni di Mario La Roccia.

Andai alla biblioteca Bellacicco la sera stessa. Ivan Bellacicco aveva i capelli bianchi e la cravatta bianca su una camicia nera, tanto da sembrare uno di quei gangster in pensione che dopo una vita da nababbi e sparatorie col mitra dalle Chevrolet in fuga, e Bourbon al banco del night la sera tardi e pupe, si facevano trovare al circolo anziani del quartiere, con la cravatta allentata e gli occhi lucidi e le rughe a raccontar imprese.

Stava dietro a una scrivania ordinata, Bellacicco, e aveva gli occhiali in osso che gli scivolavano sulla punta del naso e quando entrai mi guardò attraverso la fessura tra le folte sopracciglie e il bordo superiore degli occhiali e mi disse: – Ti manda Mario La Roccia, vero?

Mica buongiorno e buonasera, ma solo se mi mandava il professore La Roccia, questo era tutto quello che voleva sapere. Io gli feci un cenno affermativo e mi sembrò che la testa avesse oscillato in sincrono alla mia, ma era solo una mia impressione, sicuro che era solo una stupida impressione.

A me capita spesso di avere l’impressione che quando parlo con un qualcuno, questo faccia esattamente quello che faccio io; se faccio scrocchiar le dita, o accavallo le gambe o faccio un cenno con la testa. Una volta me la prendevo perché credevo mi prendessero per i fondelli, invece era solo una mia stupida impressione. Tranne quella volta, ero a Roma con Tonio Leandro e Peppe Lippi e c’era un tizio per strada, in piazza Navona, un tizio con la calzamaglia nera tipo Marcel Marceau e attorno aveva un crocchio di gente che se la rideva di gusto, perché questo con la faccia bianca e la calzamaglia nera aspettava che qualcuno gli passasse davanti, magari in tutta fretta, ignaro del mondo circostante, e poi ci si accodava rapido e silenzioso e lo faceva pari pari, la camminata e tutto quanto. Allora successe il fattaccio, perchè io, Tonio e Peppe ci trovammo a passare in mezzo e con la coda dell’occhio vedo il mimo che si infila alle mie spalle, sulla mia scia, e vedo la gente intorno che mi guarda e ride. La faccenda non mi piace per niente e allora mi giro e gli rifilo un grattone sul naso e lo stendo. La gente mi guarda e io guardo loro e loro distolgono lo sguardo, e allora guardo il tipo e gli faccio quàquà con le braccia, gli ringhio un “cazzoguardi”, mentre Tonio e Peppe mi tirano via per le braccia e mi dicono che sono matto. Insomma, entro nella biblioteca Bellacicco e per poco non do uno sganassone al tipo vestito da gangster.

Penso al suo full e gli chiedo: – Che colore era?

E il Bellacicco diventa rosso e si infila due dita nel colletto della camicia e le scodella attorno al collo per prendere fiato. – Fa quello che devi fare eppoi fuori – sibila.

Mi immagino mentre gli allungo un jab sinistro sul naso ma se lo faccio, primo non mi fa più entrare nella biblioteca e secondo mi staccherebbe la testa dal collo perché Bellacicco è alto due metri e pesa più o meno cento chili.  – La sezione storia dell’arte è in fondo. Quella letteratura subito a sinistra.

Guardo in fondo al corridoio, nella sezione di storia dell’arte, e vedo una ragazza di spalle che mi sembra di conoscere, e infatti la conosco. E’ la Memoli, che ha sempre una faccia ingrugnita come una che sta sulla tazza e ha fretta. A lei ha dato Basquiat, La Roccia, ma si vede lontano che a lei Basquiat non piace per niente. Basquiat è strano per davvero, non dipingeva nel vero senso della parola, ma scriveva e tracciava linee e curve a vanvera e poi ci infilava nel mezzo corpicini vestiti che sembravano il compito di disegno di un ragazzetto di prima elementare. Dicono che Picasso sapesse disegnare come Michelangelo, ma voleva disegnare come un bambino. Mentre Basquiat un bambino lo era davvero.

Quando sente le suole delle mie Lumberjack avvicinarsi, la sua pupilla scorre lenta verso la coda dell’occhio.

La Memoli mi stava sul periscopio come poche. In classe non mi ha mai rivolto la parola, e non la rivolgeva a nessuno tranne che alla combriccola di ragazzine del suo gruppo, ma non mi stava lì per quello; se c’era una cosa che mi faceva letteralmente implodere l’intestino era quando uno mi guardava con la coda dell’occhio. E Memoli mi guardava solo in quella maniera, come se fossi una pagliuzza semovente della sua visione periferica.

Ciao Memoli, – faccio.

La pupilla schizza al centro dell’occhio. – Ciao Latanza – sospira lei, senza girarsi neanche.

Guarda le figure di un librone in brossura su Basquiat, con le pagine colorate di rosso e le figure infantili dell’artista impazzito. – Vado a..cercare… – indico con la mano un paio di scaffali più in là. – Ciao Latanza.

Mi allontano di un paio di metri e la mia attenzione ritorna sulla ricerca. I libri di storia dell’arte sono tutti con la copertina rigida e costano un sacco di soldi.

Le mensole di storia dell’arte sono distinguibili da lontano. Non c’era l’uniformità degli scaffali di narrativa e saggistica. Quello di Tamara de Lempicka era un librone alto e lungo e sporgeva tanto, con scritto su il nome della pittrice in caratteri giganti color oro. Lo tirai fuori e sulla copertina c’era un quadro della Lempicka.

Era Tamara al volante di un auto verde. La legenda diceva: Autoritratto, Tamara al volante di una Bugatti verde.

Mi venne in mente Mastroianni che racconta la storia di Bugatti, ne La grande abbuffata di Ferreri, e racconta di questo artista carrozziere, che era un genio, e che si faceva fare le scarpe coll’alluce indipendente. Guardai le mie Lumberjack senza alluce indipendente. Alzai la testa e beccai la Memoli che, con la coda dell’occhio guardava le mie Lumberjack senz’alluce.

Fanculo Memoli, pensai mentre l’alluce nella scarpa si muove e cerca di stare su come il dito medio della mano.

Col libro di Tamara de Lempicka nella mano destra mi mossi verso l’uscita, fischiettando come so fare io, e Bellacicco mi guardava con gli occhi rossi di disprezzo, e mi avrebbe stirato volentieri sul pavimento di marmo della biblioteca. Mi fermai davanti a lui e ci divideva solo la scrivania. Si chinò a ravanare nel cassetto più alto e mi diede da firmare un modulo dove ci scrisse il titolo del libro, l’editore, il mio nome e quello di Mario La Roccia.

Ero sull’uscio quando sentii Bellacicco che ruggì le parole:- Picche. Era Picche.

Sorrisi senza voltarmi. Grande Mario, pensai.

Avevo già girato l’angolo e avevo lasciato cinquanta metri tra me e l’urlo disumano di Bellacicco che strillava che cazzo guardi con la coda dell’occhiooooooo. Mi affacciai su corso Umberto e vidi quella culona della Memoli schizzare fuori come la Griffith Joyner sui blocchi di partenza dei 100 metri piani.

Presi il pullmann arancione dell’Amat che andava in viale Magna Grecia, vicino a dove abitavo e seduto su quelle seggiole di plastica verde, pensavo al colore di La Roccia, e La Roccia che si carezza i baffi irrigiditi dall’albume dell’uovo, e che non fa una piega, e sorride che sa di aver vinto.

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alessandra

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