Un gioco da dilettanti di Annamaria Monterisi – #dopolavoroletterario n. 21

A dispetto del titolo, il romanzo di Annamaria non è niente di più lontano dal gioco. Annamaria scrive con il pugno fermo, osserva con sguardo consapevole ogni immagine e parola. Non è una scrittura che capita di incontrare spesso tra chi è al primo manoscritto: densa senza giudicare, imperterrita senza annoiare. Conosce bene i personaggi e i loro desideri e proprio per questo si diverte a metterli continuamente in discussione come chi  scrive dovrebbe sempre fare. Questo è l’incipit del suo romanzo, un thriller psicologico ambientato in una Bari di provincia, che sono certa prenderà presto posto tra gli scaffali delle librerie.

(Foto © Michele Morelli, Legs)

UN GIOCO DA DILETTANTI

di Annamaria Monterisi

Febbraio: Ubaldo e Irene

Il primo ad accusare i segni della crisi era stato il cane. Un certo giorno dell’anno prima, la sua razione quotidiana di Healthy break da sgranocchiare come merenda nei momenti morti della giornata aveva cominciato progressivamente ad assottigliarsi, finché semplicemente non ce n’era stata più. I primi giorni aveva provato a mugolare significativamente, attorno alle 7 e alle 18, scodinzolando alla padrona e poi trotterellando verso la ciotola. Lo stesso percorso per tre o quattro volte. Poi, rassegnato, si acquietava e si sdraiava mogio sul suo tappetino a quadri blu e celeste, nell’angolo del soggiorno di cui era padrone assoluto.

Questa storia era andata avanti per un paio di giorni, fin quando Ubaldo – come poteva chiamarsi altrimenti un terranova? – aveva capito che, come non c’era più trippa per gatti, così non c’erano più Healthy break per lui. La sua merenda di marca per cani fighetti alla fine fu sostituita da qualche biscotto no logo per umani, di quelli con lo zucchero in grani grossi sopra, che gli faceva pure un po’ schifo.

Ma tant’è. Ubaldo fece buon viso e, dal terzo giorno, cominciò a sgranocchiare pigramente la sua nuova merenda, puntuale come sempre, alle 7 e alle 18.

E dovette probabilmente collegare la novità alla circostanza davvero inedita della presenza in casa della sua padrona, Irene, a tutte le ore. Cosa che, sino a quel momento, era accaduta per non più di due settimane consecutive ogni anno e che, invece, sembrava essere ormai la nuova normalità della loro vita di coppia.

***

La coda dell’inverno si stava accanendo contro gli alberi del corso principale: il maestrale, a stento domato dalla topografia a scacchiera del centro, dava sfogo alla sua furia negli isolati finali a ridosso del mare. Che, dal canto suo, rispondeva a tono, inondando la carreggiata del lungomare di spuma e alghe.

Erano le giornate che Irene preferiva, quelle in cui anche a non far niente ci si sente vivi, sferzati dal vento e inebriati dalla salsedine. Vivi nonostante tutto, come diceva lei, con fare da donna che ne aveva viste troppe.

Cinquant’anni – ma ne dimostrava qualcuno in più -, la figura rotondetta e tuttavia agile, Irene stava camminando svelta verso il palazzone bianco-travertino dell’INPS, di fronte al mare. Una folata più forte le ribaltò in testa il cappuccio del giaccone verde, coprendole la zazzera biondastra. Lo ricacciò indietro con la mano libera, mentre nell’altra teneva una cartellina grigia. Spinse la porta girevole ed entrò.

Conosceva ormai quasi tutti i piani del palazzo, i diversi uffici, per le diverse pratiche. Conosceva anche gli uscieri e qualche impiegato. Tanto spesso aveva accompagnato colleghi, amici e parenti, li aveva guidati e sostenuti, li aveva anche consolati, quando si capiva che qualcosa nella loro vita lavorativa non era girata per il verso giusto e che ora li attendeva una misera pensione di vecchiaia. Da sindacalista, aveva suggerito loro come tentare una difesa, rivendicare i propri diritti, compilare moduli e richieste.

Anche per questo le sembrava così strano quel giorno essere lì per una pratica che riguardava proprio lei, per un suo problema. La cassa integrazione stava per scadere. La sua azienda, “la fabbrica” come preferiva chiamarla lei, era in difficoltà: mesi prima il segretario provinciale del sindacato era andato a spiegare, in un’assemblea infuocata, che per via dell’apprezzamento dell’euro sul dollaro e dell’aumento delle tariffe, gli ordinativi dall’estero erano diminuiti drasticamente e che il consiglio di amministrazione aveva deciso di trasferire all’estero parte delle lavorazioni.

“Purtroppo – aveva concluso – dobbiamo prendere atto dell’esigenza di una … cura dimagrante”. Cura dimagrante? Gli operai non si erano tenuti. Erano volate frasi pesanti, accuse di collusione con i padroni, qualcuno si era calato la tuta da lavoro, scoprendo le mutande, a significare la condizione in cui sarebbero finiti presto. Irene era stata dura con il suo segretario, anche se aveva come sempre cercato di mediare la rabbia dei compagni. Ma aveva capito che, tanto, non ci sarebbe stato niente da fare. La direzione aveva già preso provvedimenti, siglando accordi di partnership con due imprese cinesi del distretto di Shenzhen.

Ciò che non si sarebbe proprio aspettata era che la cura dimagrante avrebbe riguardato anche lei. Una rappresentante sindacale. E senza tanti complimenti. Peccato che il segretario provinciale si fosse poi negato al telefono per giorni. Abbandonata. Lei e altri ventiquattro operai specializzati.

Aveva chiamato un certo amico suo che lavorava in un quotidiano locale e che qualche volta aveva scritto delle agitazioni allo stabilimento e della crisi dell’indotto. Gli aveva promesso uno scoop. Che poi era un’intervista con lei, Irene, che gli avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno dei giochetti e degli accordi sottobanco tra il sindacato e i padroni, sputtanandoli tutti.

Quando si erano incontrati, il giornalista aveva realizzato subito che giochetti e accordi erano ben lontani dal poter essere dimostrati e aveva avuto pena di quella donna di mezza età, scapigliata nonostante i capelli corti, che si accaniva a raccontargli una desolante, piccola tragedia privata, quasi fosse uno dei misteri italiani degli ultimi decenni. Si era anche vergognato del suo cinismo; ma giusto quanto bastava per lisciarsi la coscienza e, sorridendo, sussurrarle “ma tu sei una donna forte”, con una carezza sulla mano, non tanto affettuosa, giusto un po’. Poi aveva estratto dal cilindro l’armamentario consunto di scuse e di verosimili difficoltà che avrebbe potuto incontrare in redazione, proponendo un pezzo così esplosivo.

“Sai, ci sono le amministrative che incombono e il giornale ha bisogno della pubblicità elettorale. Ma dopo le elezioni, vedrai che mi fanno passare non un pezzo solo, ma un’inchiesta a puntate”.

Irene lo aveva guardato dritto negli occhi, seria. Poi gli aveva restituito la carezza sulla mano, un po’ ruvida, a dire il vero, quasi uno schiaffo.

“Senti, non preoccuparti di me, anzi non preoccuparti proprio di niente, della fabbrica che sta per chiudere, dei venticinque che diventeranno trecento in pochi mesi, della pubblicità elettorale e di quel rozzo ex democristiano che ti ha spianato la strada per l’assunzione tre anni fa. Di niente”.

Così, se n’era andata via. Questa storia non interessava a nessuno.

Mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, le tornò alla mente l’occupazione dell’istituto tecnico nell’autunno del 1977. Erano le prime occasioni in cui aveva realizzato di possedere anche lei, una ragazzina di sedici anni, ancora timorosa di tutto e amante solo delle canzoni di Baglioni, una coscienza politica. Era nato da lì il suo impegno nell’organizzazione giovanile del partito, la sua voglia di fare politica, poi, una volta al lavoro, il desiderio di vivere l’esperienza sindacale.

Tutto aveva confusamente avuto origine con l’assassinio di un ragazzo per mano di un manipolo di giovani fascisti, figli di papà. Il giorno dopo quell’azione scellerata contro un militante inerme del partito comunista, davanti alle scuole della città erano stati schierati celerini e carabinieri. Dalla finestra angusta del bagno delle ragazze, nel fumo avido della sigaretta delle dieci di mattina, Irene aveva visto due poliziotti in assetto anti-sommossa, con le mitragliette spianate, presidiare le scale d’ingresso. Avevano paura di ritorsioni e così cercavano di disincentivare i ragazzi, di far percepire la netta superiorità dell’ordine costituito, per scongiurare ogni reazione violenta. In quelle ore, gli assassini erano già al sicuro, protetti da alcune famiglie della borghesia cittadina. Ai ragazzi come Irene non rimase che occupare le scuole, convogliando la rabbia all’interno di un movimento più complesso, un sussulto di sessantotto in anni di crisi economica e di terrorismo.

Al tempo dell’occupazione c’erano i filobus a collegare il centro con la frazione di Carbonara. Già allora rallentati dal traffico, i filobus stendevano le loro antenne verso il cielo di corso Sicilia, una striscia di asfalto dapprima stretta e poi via via sempre più ampia, che attraversava tutto il quartiere Carrassi: costruzioni a due piani degli anni Venti e Trenta, poi un bel tratto di palazzoni degli anni Cinquanta e Sessanta, il carcere, l’ospedale militare e, più in fondo, le ville ottocentesche, con torri e lanterne, immerse in boschetti privati di pini secolari.

Irene aveva sempre abitato lì, in una traversa di corso Sicilia – ormai da oltre un trentennio la strada aveva cambiato nome, ma per lei restava sempre quello antico, quello suo – a un isolato dal mercato.

Schiacciata tra un finestrino opaco di salsedine e di altro e un giovane barbuto con l’ipod nelle orecchie e lo sguardo assente, Irene si sistemò alla meglio, cercando un equilibrio possibile mentre si bilanciava su un piede e poi sull’altro.

Tentò invano di specchiarsi nel riflesso del vetro. Ma stava cominciando a piovere con accanimento: una pioggia a vento che si mescolava maldestramente con la mistura di smog e salsedine che decorava i finestrini. Impossibile specchiarsi, in quelle condizioni. Meno male.

Irene ripensò alla faccia tonda e inespressiva del funzionario dell’INPS con cui aveva parlato quella mattina. La sua inflessione dialettale le aveva dato ai nervi. Ma più di tutto aveva detestato il fatto che le avesse dato del tu dopo la prima domanda.

Perché tu? Perché non lei? Forse perché le stava comunicando, in estrema sintesi, la notizia più brutta della sua vita? Perché le stava annunciando che ormai per la società rappresentava solo un peso? Che per l’Istituto passava, in un batter di ciglia, dallo status di creditore a quello di debitore, da una voce attiva a una passiva?

Forse sì. O forse dipendeva dal fatto che lei era una donna. Irene non si abituava ancora, non si era mai abituata all’idea che il suo sesso venisse sistematicamente discriminato. E certo non l’aveva aiutata a farci il callo il suo mestiere. Fare l’operaia specializzata, e poi il capo reparto, in un’industria metalmeccanica, nell’immaginario collettivo non è esattamente percepito come un lavoro da donna. Almeno non al sud.

L’autobus sobbalzò su una buca – una voragine -, i passeggeri si spintonarono a vicenda e Irene finì contro il giovane con l’ipod, che accusò la botta con una lieve smorfia e nulla più.

Finalmente la sua fermata. Scese facendosi largo a fatica tra persone accalcate, odori di mercato, dopobarba invadenti, buste e sbuffi.

Aria! Aria e vento e ancora uno strascico di pioggerella sottile. Cominciò a camminare svelta, quasi correva. Doveva pensare.

Febbraio: Paola

Il computer si era impallato di nuovo. Era la terza volta, quella mattina, e ancora non erano le dieci. Da mesi faceva presente che, ogni volta che accedeva contemporaneamente a più di due applicazioni, quell’aggeggio decideva di prendersi una lunga pausa di riflessione. Ma l’ufficio di assistenza tecnica rispondeva invariabilmente che macchine nuove non ce n’erano e che, non appena si fosse conclusa la gara per la nuova fornitura – cominciata forse nel decennio precedente – a lei sarebbe andato uno dei pc con schermo ultrapiatto che qualche dirigente aveva accuratamente evitato di usare negli ultimi anni. “Per ora ti tieni quello”, le aveva laconicamente comunicato un giovanotto stempiato del seminterrato.

Il seminterrato era un luogo un po’ tetro, pieno di stanzoni freddi e di server. Corridoi lunghi, poco personale, di poche parole. Come cavie di laboratorio nelle gabbiette. Se c’era bisogno dell’assistenza per il computer che si bloccava o per la posta elettronica che non partiva o non arrivava, non serviva telefonare a qualche collega del seminterrato: era proprio necessario scendere di persona.

I telefoni squillavano a vuoto, se le chiamate provenivano dai primi tre piani. Solo le telefonate provenienti dal quarto piano, quello dei dirigenti, avevano diritto a una risposta solerte ed educata. Per il resto, squilli a distesa, orfani di un “pronto”.

Dopo l’ennesimo tentativo fallito di resettare la macchina, Paola si infilò il giaccone, entrò in ascensore e scese nel seminterrato. Le porte dell’ascensore si aprirono sul corridoio principale del piano, asettico come quello di un ospedale. Odore di detersivo per pavimenti. Di marca scadente. Paola si strinse nel giubbotto e si diresse in fretta, per quanto glielo permettessero le sue chanel dal tacco dieci, verso la terza porta sulla sinistra. Bussò e, senza aspettare, aprì.

Il giovane stempiato e scuro in volto – forse solo seccato – sollevò lo sguardo occhialuto dalla tastiera. “Sììì?”, strascicò.

“L’ha fatto ancora. Oggi è la terza volta, ma ora non riesco a riavviarlo”.

“Adesso non posso proprio”, fece lui tornando al suo video. “Magari passo prima della pausa pranzo”.

“Ma io devo lavorare! Ho un documento da consegnare entro la pausa pranzo”, protestò la ragazza.

“Eh, ma ora sono occupato”, rispose calmo e antipatico il collega. Collega … “lo stronzo”, pensò Paola.

“Vuol dire che quando mi chiederanno il documento, dirò che l’assistenza tecnica non poteva lasciare …”, diede uno sguardo rapido allo schermo e si illuminò “… la partita di Tetris”, terminò con un mezzo sorriso.

Il tipo la guardò di sottecchi. Che stronza!

Poi si alzò, si tirò su la cintura dei pantaloni, fece una smorfia e le ingiunse di seguirlo, ché ora sistemavano. Paola gongolò.

Ripercorrendo a ritroso il corridoio verso l’ascensore, lanciò uno sguardo distratto in un altro ufficio. Questa volta, forse perché più distante, non riconobbe subito il videogame che sicuramente teneva occupato un collega panciuto e con un riporto unto da raccapriccio.

“Di cosa si occupa il collega?”, fece al suo accompagnatore.

“Fatturazione elettronica”, laconico.

“Ah … con quello schermo tutto colorato?”, soggiunse lei allusiva, di rimando.

Lo stempiato si fermò, soppesò quella collega invadente e fastidiosa, che faceva tanto la prima della classe, e stava per sfoderare una risposta al cianuro, quando dall’ufficio accanto arrivò la risposta.

“Mi sto impratichendo con e-bay”.

“Contenta?”, lo stempiato aveva perso la pazienza. Entrò quasi di corsa nell’ascensore e lei fece appena in tempo a infilarsi tra le porte che si chiudevano.

Una volta su, l’uomo del seminterrato decretò la morte per consunzione del pc della ragazza. “Ora bisogna chiedere all’economato se c’è una macchina avanzata, ma non credo. Mi sa che l’ultima l’hanno data la settimana scorsa”.

Febbraio: l’avvocato Bendinelli

“Per favore, metti a posto quel file, poi va’ pure”. L’avvocato Bendinelli, con la sua finta condiscendenza, si rivolse alla praticante a cui stava decisamente sulle palle. Che uomo falso! Lo gridava la sua grisaglia impeccabile sulla camicia bianca operata. Una tessitura finissima di stoffa lavorata in un altrove efficiente, ovattato, borghese da secoli. E l’abito gli cadeva a pennello, fatto su misura, ovviamente. Due piccoli brillanti occhieggiavano dai polsini della camicia, cosicché ogni cenno della mano, ogni movenza asciutta o cordiale, rigorosa o cerimoniosa, ne venivano esaltati, creando come un alone di luce intorno alla persona.

Ecco, la persona. L’evidenza unica e probante della falsità. Si sarebbe detto un vecchio arcigno, non fosse stato per lo sguardo acquoso, che ne mascherava i pensieri. E come camminava! Metteva tre passi e poi restava, come soppesando il calibro della propria pancia. Non un obeso, ma quasi.

Dunque: quasi arcigno, quasi obeso.

E quasi gay. Perché le donne gli sfilavano davanti, ancheggiavano, lo blandivano, lui e la sua ricchezza; ma lui, l’avvocato Bendinelli, pareva preoccupato solo di piacere agli uomini, di conquistarne benevolenza, stima, in alcuni casi affetto.

La praticante spense in fretta il pc, mise a posto la comparsa conclusionale su cui stava lavorando, lanciò un buonasera nel corridoio semibuio e uscì rapidamente nell’ultima luce rosata del tardo pomeriggio.

Lo studio era così: le sfuriate del capo, la sistematica mancanza di rispetto, il clima di tensione e le gerarchie invisibili. Certo, una vera palestra. In cui l’avvocato faceva e disfaceva, il più delle volte tenendo all’oscuro persino i suoi fedelissimi. Il sorriso laido e lo sguardo acquoso sigillavano segreti, qualcosa di losco, certamente. Si capiva da come quello, normalmente un autentico stronzo con i collaboratori di studio, perennemente sottopagati, diventava cordiale se aveva bisogno di restare da solo o se aspettava qualcuno. C’era tra i collaboratori chi pensava che Bendinelli avesse un giro di amanti o che i casi più scabrosi, quindi anche quelli che gli fruttavano di più, li gestisse in totale solitudine.

Nello studio al quarto piano rimase solo una luce bianca a illuminare l’unica finestra. L’ufficio di Bendinelli, il suo sancta sanctorum. Con dentro Bendinelli.

Che faceva un ultimo giro per le stanze, spegneva la lampada da tavolo della segretaria – “Quella cretina la dimentica sempre accesa. Domani le dico che le decurto la bolletta dallo stipendio e vediamo” – e con la sua andatura smozzicata, tre passi e stop, tornava verso la sua stanza.

Richiuse la porta di rovere lucido alle sue spalle con un colpo secco ma ovattato – prodigi dell’ebanisteria degli anni settanta – girò lentamente attorno alla scrivania scura, come in un passo di gavotta, e sprofondò nella poltrona di pelle nera, godendosi per un attimo il silenzio dell’appartamento, la semi-oscurità, quella pancia flaccida che gli pesava sulle cosce e gli nascondeva da anni la vista delle splendide cinture che inspiegabilmente amava collezionare.

La fisionomia sembrò allargarsi, allora, le braccia scivolarono sui gomiti, impossessandosi di una buona metà del piano della scrivania, lucido e scuro come la porta. La mandibola slittò dolcemente in avanti, come per un cedimento, donando al viso un’aria di rilassamento lungamente cercato.

Gli occhi gli si fecero meno acquosi, più piccoli, vezzosi quasi, con un breve battere di ciglia che li rendeva trasognati.

E la bocca, perennemente asciutta e stretta, attenta a non far sfuggire nulla di più del necessario, si arricciò a un angolo, come per un capriccio.

Finalmente trasformato, finalmente, propriamente se stesso, Bendinelli accese il computer. La luce bluette dei pixel gli restituì la consueta richiesta di una chiave.

“Apriti”, sussurrò trasognato e laido. Le dita grassocce, artiglietti ricurvi e dissimulati dalla ciccia, in uno sfavillio di brillanti, si mossero rapide sulla tastiera e inserirono la chiave: “la Marquise”.

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alessandra

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