Umberto Eco, il mio Maestro sensato

(Questa è la versione integrale del ritratto di Umberto Eco, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  12 gennaio)

Se è vero che il nome spesso contiene la nostra storia, il destino, quello di Umberto Eco non è da meno. Ogni suo pensiero, anche minimo, ha prodotto un’eco, cambiando il senso della vita di chi quel pensiero l’ha fatto proprio. Umberto Eco, nato esattamente ottantotto anni fa: il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, è stato filosofo, semiologo, medievalista, giornalista, scrittore. Eco è diventato, forse suo malgrado, il “supereroe di massa”, parafrasando uno dei suoi saggi più rivoluzionari (1976) in cui smaschera retoriche e ideologie popolari. Per esempio. Analizzando il melò, campione di incassi, “Love story” (1970) scrisse che quel film faceva piangere tutti perché era stato pensato, a livello strutturale, come un film che facesse piangere tutti. L’intreccio disperato, la retorica sentimentale devastante a cominciare dalla premessa narrativa (questi due sono destinati a lasciarsi perché sin dall’inizio sappiamo che lei è malata e morirà), consentivano allo spettatore/lettore di vivere l’esperienza con i fazzoletti pronti. L’attesa della tragedia è essa stessa tragedia. Abbracciare le teorie sulla comunicazione di Eco, per l’epoca, era come ascoltare Copernico, o il successivo Galileo, sostenere che è la terra a girare intorno al Sole e non il contrario. Fino a buona parte degli anni Novanta, e per certi versi ancora oggi, le teorie di Eco sulla cultura di massa erano purtroppo appannaggio solo della cultura elitaria. E per molto tempo soprattutto in America, dove Eco venne subito considerato un cervello fuori dal comune. Quando nel 1995 Vogue America lo intervistò, chiedendogli: “Come mai i suoi romanzi, pur non essendo affatto facili, hanno così tanto successo?”, Umberto Eco, dando ulteriore prova della sua demistificatoria iroina, rispose: “La sua domanda mi offende, è come chiedere a una donna come mai ci sono uomini interessati a te?”

Touchè.

Pur avendo attraversato almeno tre epoche culturali, dalla metà degli anni settanta alla metà del decennio scorso, fino al 2016 (anno della sua morte, sono certamente i Novanta gli anni in cui Eco estese la propria popolarità.

La sua grandezza non sta solo nell’inarrivabile cultura, nell’eleganza con cui metteva a posto mezza e più popolazione italiana. Si recuperino, a questo proposito, gli scritti de La bustina di Minerva, la storica rubrica che Eco tenne sull’Espresso fino al ’98 in cui “prediceva” il presente ai lettori, riflettendo sulla società italiana. La grandezza di Eco sta nell’applicazione della teoria alla pratica. Per questo possiamo considerarlo il secondo Vate della lingua italiana, dopo Dante Alighieri.

Si deve a lui l’evoluzione, per molti versi in positivo, delle discipline umanistiche nelle Università italiane. Nel 1971, fu tra i primi proporre l’istituzione del DAMS di Bologna (il primo corso di laurea italiano in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo). Nei primi anni Ottanta ha promosso e realizzato i corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione, prima a Bologna e Siena, ora estesi in tutta la penisola.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.

Prima della sua carriera universitaria, cominciata nei primi anni Sessanta, Eco ebbe una lunga storia intellettuale e pratica con i movimenti dei giovani cattolici, ad Alessandria e poi a Torino, dove nel 1954 si laureò con una tesi su Tommaso D’Aquino che cambiò per sempre la sua concezione sulla fede cattolica. Studiando san Tommaso abbracciò definitivamente una posizione atea che poi ne caratterizzò pensiero e azione. “Tutte le cose di questo mondo, per esempio un fiore, nascono perché nella materia preesistente esse sono in potenza, poi sopraggiunge la forma-fiore e sboccia il fiore come sostanza. Se dunque Dio avesse dovuto imporre le varie forme su una materia preesistente questo significherebbe che il mondo, come materia informe, ovvero pura possibilità, esisteva prima del suo atto creatore, il che è impossibile. Tuttavia Dio ha creato gli angeli senza che ci fosse materia preesistente (infatti l’angelo non ha materia ed è pura forma), quindi non è necessario che Dio crei da una materia preesistente.”

Dalla fine degli anni settanta, affiancò la critica letteraria agli studi di semiotica. Portò in Italia questa disciplina che interpreta le culture attraverso i loro segni e simboli (parole, icone religiose, divi cinematografici, feticci televisivi, cartoni animati, canzoni). Pubblicò più di 20 saggi sull’argomento. “La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.”

Come romanziere non si separò dalla semiotica, cercando nelle sue storie un altro significato dentro quello più apparente. Il suo successo mondiale, Il nome della rosa, best seller che solo nel 1980, anno di pubblicazione, ha venduto 10.000 copie in Italia, coinvolge più di una delle sue “preoccupazioni” semiotiche. Il romanzo, oggi riconosciuto come uno dei libri italiani più famosi nel mondo, con oltre 50 milioni di copie vendute e più di 40 traduzioni, gli valse il Premio Strega nel 1981, a cui seguì la trasposizione cinematografica con l’indimenticabile Sean Connery nei panni di Gugliemo da Baskerville.

Anni dopo, dichiarò di odiare a volte il suo best seller e di amare molto di più i successivi romanzi (6 in tutto) che a suo avviso avevano più valore del primo. Ma i lettori non sono mai stati d’accordo. Come romanziere resta “quello” de Il nome della rosa. Il best seller fa ormai parte dell’immaginario collettivo, divenendo di proprietà dei suoi lettori.

In tal senso (…) ogni fruitore porta una concreta situazione esistenziale, una sensibilità particolarmente condizionata, una determinata cultura, gusti, propensioni, pregiudizi personali, in modo che la compresione della forma originaria avviene secondo una determinata prospettiva individuale. (…) In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata.”

Il nome della rosa l’abbiamo scritto noi non meno di quanto l’abbia fatto Eco. Dimostrando che se il destino di un uomo è nel nome, il destino di uno scrittore è nei lettori della sua opera.

alessandra

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