Sylvia Plath, la mia Maestra bellissima

(Questa è la versione integrale del ritratto di Sylvia Plath, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  19 gennaio)

Se Sylvia Plath fosse un mantra sarebbe: “Le persone mi piacciono molto oppure per niente.” Una frase che lei stessa partorì, tra una poesia e una pagina di diario. Sylvia era nero o bianco. Dentro o fuori. La nettezza del pensiero è la qualità più riconosciuta alla poetessa americana, nata il 27 ottobre del 1932 in una famiglia di origine tedesca, trasferitasi a Boston.

Sylvia Plath, con i suoi enigmi in versi, “Non sono crudele, sono solo veritiera”, rappresenta una delle figure più misteriose della letteratura contemporanea. Tanto mistero, tanto fascino. Come lo Scorpione, il segno zodiacale del vedo non vedo/faccio non mostro. Un segno che unisce la Plath alla sua anima gemella letteraria, Anne Sexton. Entrambe poetesse, entrambe discepole del poeta statunitense Robert Lowell, padre della poesia confessionale che, alla fine degli anni Cinquanta, diffonde una scrittura in versi ispirata alla vita personale.Si conoscono da ragazze durante un corso di scrittura creativa a Boston, dove Sylvia si era trasferita da poco con il neomarito, sposato nel ’56, Ted Hughes, anche lui poeta, con cui visse in America dal ’57 al ’59. Entrambe, Sylvia e Anne, affette da un eccesso di sé tipico del disturbo bipolare, troppo vive per continuare a vivere, autrici di meravigliosi versi anticonformisti, accumunate dalla disperazione fino a togliersi la vita.

Quando si è visto Dio, qual è il rimedio?/Quando si è stati afferrati e sollevati senza che una sola parte sia tralasciata/non un dito, non un capello, e usati,/usati fino in fondo,… qual è il rimedio?

Il rimedio non esiste, per lei esiste solo il disturbo. Bambina iper-intelligente, capace di scrivere la sua prima poesia a otto anni, in seguito alla prematura morte del padre; prima della classe a scuola; autrice di racconti apprezzati da giovanissima. Studentessa modello e genio precoce. “Non mi avevano detto che sei anche bella!” le dicono al College. Ed è vero. Sylvia Plath era bellissima: bionda, sorridente, con le ciglia lunghe. Una strega magica. Amava il rossetto e lo smalto per unghie color ciliegia di Revlon. Aveva una vera passione per l’estetica e per la moda, collabora al femminile Mademoiselle. Nei suoi look non manca quasi mai un tocco di rosso – ballerine rosse, sciarpe rosse. Poi arriva il 1953. Ha poco più di 20 anni e non viene ammessa al corso di scrittura creativa, considerato il lasciapassare definitivo verso il beneamato mondo delle lettere. Lo stop esterno si trasforma in uno stop interiore e poco tempo dopo tenta, per la prima volta, il suicidio. Un anno dopo torna allo Smith College, con una diagnosi del disturbo bipolare in una mano e la domanda per studiare a Cambridge nell’altra. Finito il College lascia l’America per l’Inghilterra. Qui conosce Ted Hughes, croce e delizia, amore della sua vita. Entrambi poeti, giovani belli ambiziosi, vivranno alcuni anni di estasi alternata a burroscose liti. Tutta l’esistenza della Plath è stata una giostra lenta e meccanica, un’altalena di vuoto che si alterna al pieno. Prima tanto amore per un uomo, poi tanto odio per lo stesso. Prima un effluvio di parole, poi la loro definitiva dissoluzione.

In continuo rapporto dialogico tra carnale e intellettuale, bellezza ed etica, la Plath ha scritto talmente tanto di sé che si finisce per non saperne mai abbastanza. Si rimane assetati di Plath. Scrive tanto: le lettere alla madre, l’inseparabile diario, le prime poesie, tutte parole da bere fino all’ultima goccia.

Gli Hughes tornati in Inghilterra con i due figlioletti, sembrano felici. Fino a quando Ted abbandona la famiglia per Assia Wevill, poetessa che vive nello spettro di Sylvia: all’inizio sua amica poi rivale, ne emulerà miseramente perfino la modalità di suicidio. Dopo la separazione coniugale, avvenuta all’inizio del ’62, Sylvia è decisa a riprendere in mano l’attività letteraria: “Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei.”

La sua vitalità naufraga, però, nella dipendenza affettiva per Hughes, senza il quale si sente persa. È una madre infelice. La maternità è oscurata dall’abbandono, dedica poesie tetre ai figlioletti: “Dici che quei gattini dovrei affogarli. Che puzza! E affogare anche la bambina. Se è matta a due anni, a dieci taglia la gola. Il pupo sorride, lumacone paffuto, dalle lustre losanghe del linoleum arancione. Roba da mangiarselo. È un maschio.” Più volte accuserà Hughes di averla vessata e manipolata. Interi diari e lettere sull’argomento vengono disintegrati dal marito, dopo la morte di Sylvia.

A parte i diari, gli anni della separazione (dal ’61 fino alla morte avvenuta nel ’63) sono quelli in cui termina le opere più importanti. Ariel (che resta la sua silloge più acclamata); una visionaria e proto-femminista opera teatrale Tre donne (“Sono solitaria come l’erba. Che cos’è che mi manca? Lo troverò mai, questo qualcosa che non so?”); libri per bambini, tra cui Max e il vestito color zafferano che racconta la difficoltà di un ragazzino ad entrare in abiti troppo grandi per la sua età. Una settimana prima di togliersi la vita, pubblica il suo primo (e unico) romanzo semiautobiografico, sotto pseudonimo, La campana di vetro di Victoria Lucas.

«Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.» Romanzo che consacra la depressione, paragonandola a una campana di vetro, nella quale finchè si sta dentro “si sta bene”. Il romanzo vede la luce in America quasi 10 anni dopo, quando la Plath non c’è più e invece il suo nome (vero) campeggia indomito sulla copertina. La campana di vetro ha cambiato schemi e strutture del romanzo tradizionale, una sorta di Giovane Holden al femminile.

Tutta l’opera della Plath si è rivelata una macabra autoprofezia per la sua vita. La fine è nota, ci sono perfino delle sue foto in circolazione con la testa affondata nel forno a gas.

In uno dei suoi versi più noti, dai tratti autobiografici, Sylvia scrive:

Dalla cenere io rinvengo
con le mie rosse chiome
e mangio uomini come aria di vento.

Noi la aspettiamo la nostra “Lady Lazarus” che ancora ha nove volte per morire, e altrettante per tornare.

alessandra

Iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere aggiornamenti, inviti ad eventi e notizie sui corsi di scrittura.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi