Raymond Carver – Il mio maestro paterno

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a R. Carver, originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  4 agosto)

Caro Ray,

questa è la storia di una relazione tra due persone. Comincia quando due persone si lasciano. Dopo che si sono amate tantissimo. Hanno passato una buona parte della vita insieme. Hanno dei figli. Animali domestici. Sanno cosa pensa l’altro prima che questo lo dica. Hanno amici in comune. Si divertono con loro, bevono e cenano e ogni tanto sfumacchiano. Fino a qualche giorno fa, progettavano vacanze tutti insieme. Poi è successa “la cosa tremenda”. “Voi altri siete insieme da 18 mesi e vi amate, si vede benissimo, spruzzate gioia da tutti i pori. Senonché tutti e due avete amato altri prima di incontrarvi. Siete stati entrambi sposati, proprio come noi. E probabilmente prima di sposarvi avete amato altre persone ancora (…) E la cosa tremenda, la cosa veramente tremenda, ma anche la cosa buona, la benedizione del cielo, per dirla così, è che se a uno di noi due succedesse qualcosa (..), insomma, se succedesse qualcosa a uno di noi, mettiamo domani, secondo me, l’altro, l’altra persona, soffrirebbe per un po’, sapete, ma poi il superstite uscirebbe e amerebbe di nuovo, si troverebbe presto un’altra persona da amare e tutto questo, tutto questo amore (…), diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello.”

Insomma, i protagonisti di questa relazione hanno incontrato un’altra persona. Adesso, non è importante che tu sappia chi ha incontrato prima chi. Se è stata la donna oppure suo marito. Adesso voglio chiederti come si fa quando succede la cosa tremenda? Te la ricordi, la cosa tremenda? Quella che “va tutto bene,grazie” fino a quando all’improvviso ci si rende conto di vivere in una bolla falsa e questa bolla scoppia. Presto dentro presto fuori. Lo dicevi della scrittura, durante le tue lezioni all’università. Un po’ come il segreto per scrivere meglio: entrare subito in una storia per uscirne prima possibile. E cominciarne un’altra. Chissà che non valga pure per la relazione di queste due persone. Appena ci parlo, dico loro che ti ho scritto e che mi hai risposto così:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Sentirmi chiamare amato, sentirmi
amato sulla terra.

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI RAYMOND CARVER

Un uomo può restare senza parole, ma le parole non possono restare senza l’uomo”. Alla perfezione di questa frase, si può aggiungere solo questo: uno scrittore può restare senza racconto ma un racconto non può restare senza Carver.

Raymond Carver in una frase poteva racchiudere un universo. Considerato il padre del minimalismo letterario, ha raccontato l’America sbugiardando le sue distorsioni quotidiane. Così preciso nel scaraventare l’anima degli americani per terra, senza scampo, che ai suoi racconti si è ispirato Robert Altman per il film del 1990 “America Oggi”. “Sono così eppure uccidono la gente sulla sedia elettrica.”, scriveva a proposito degli americani.

Carver è il sovrano delle short stories. Per alcuni versi si può dire che ha reinventato le storie brevi, dando loro la completezza e l’essenzialità di una scrittura senza fronzoli.

Di Carver si parla soprattutto quando si parla di editing e cioè quando si parla del suo editor Gordon Lish, fautore del successo e della frustrazione dello scrittore. Di Carver si parla quando si parla di racconti e di minimalismo letterario (canone che esclude tutte i pensieri non necessari, di cui “Cattedrale” è considerato il manifesto). Di Carver si parla quando si pensa agli scrittori come esseri (sovra)umani disperati, poveri, alcolizzati, soli e depressi.

Non si parla mai, invece, di Carver genitore. Del fatto che la prima cosa bella, o comunque la più importante e per certi versi devastante, della sia vita fu la paternità. Aveva 19 anni, era il 1957 e sua moglie, di anni 17 e appena sposata, gli sfornò Christine e un anno dopo, un maschio: Vance.

Quanti scrittori hanno cominciato a fare gli scrittori giovanissimi e con due figli a carico? Ecco, si dovrebbe parlare di Carver a cominciare da questo.

Mentre la moglie lo rende bis-padre, lo spinge anche ad iscriversi ai corsi di letteratura e scrittura creativa dell’università. E meno male. Perché è l’occasione per conoscere John Gardner, nel 1958 all’università di Chico in California. Gardner diventa il suo maestro, il mentore e il vate. Esattamente quello che Carver diventerà in seguito per i suoi studenti quando insegnerà a sua volta scrittura creativa dagli anni 70 fino alla morte nel 1988.

Ma nel frattempo: figli e libri. Cosa viene prima? La fame o la sete? Carver non lavora se non saltuariamente preso com’è dalla vampa della scrittura. Nel 1961 su una rivista letteraria,Toyon, appare uno dei suoi primi racconti importanti e guarda caso si intitola “Il padre”. Ma intanto i suoi ragazzi hanno fame. E le riviste pagano un dollaro a poesia. Dopo vari tentativi di lavorare alla meno peggio in librerie e biblioteche, si trasferisce a Sacramento dove alterna la scrittura al lavoro di giorno in libreria e a quello di notte come custode in una clinica ospedaliera.

La sua vita diventa un continuo e tormentato assillo, con un’unica preoccupazione: trovare il tempo di scrivere. Togliendolo al matrimonio, ai figli, al lavoro, alla notte. Qualsiasi cosa pur di raccontare le sue storie. In questo senso il 1967 è strategico. Carver incontra Gordon Lish che inizia a seguirlo come editor e accetta di pubblicare nel 1971 su Esquire “Vicini”: un memorabile racconto sull’invidia del vicino che pare abbia sempre una vita migliore della nostra fino a quando non indossi (materialmente e non) i suoi panni.

Da quel momento in poi Carver inizia a pubblicare più assiduamente ma senza però riuscire a campare la famiglia, nemmeno con il sussidio di disoccupazione. Alcolismo e depressione fanno il resto. Il successo tuttavia lo travolge nel 1976 quando esce la prima raccolta di racconti “Vuoi stare zitta per favore?”, titolo cooptato da una frase di Hemingway del racconto “Colline come elefanti bianchi”.

Di Carver padre, pian piano, non si hanno più tracce. Se non in alcuni scritti e diari in cui lo scrittore rivela, senza troppi preamboli, che figli e libri non sono molto in sintonia. Almeno, lui li soffre. Non può concentrarsi. Non può accontentarsi del poco e niente. Carver non ha paura della povertà. Ha paura di non scrivere.

Nel ’77 fallito il matrimonio, Carver si trasferisce dalla madre. Senza soldi e senza i suoi figli. Nello stesso anno “Vuoi star zitta per favore?” viene candidato al National Book Award. Carver immagina la storia per un romanzo che non scriverà mai, preferendo per tutta la vita le storie brevi. Nello stesso anno conosce la donna con cui condividerà la seconda parte della sua vita, la poetessa Tess Gallagher che resterà con lui, divenendo sua moglie. I due conducono quella vita felice che nessuno degli antieroi della working class americana, protagonista delle sue storie, ha mai raggiunto.

Carver muore il 2 agosto del 1988 per una grave infezione ai polmoni, a 50 anni. Muore da scrittore noto e amato. Osannato, si può dire. E mai dimenticato. Ancora oggi viene considerato il padre della scrittura breve, del minimalismo, dell’America proletaria. Raymond Carver ricalca un destino di padre e i suoi figli quello di orfani.

Una delle sue frasi mantra suona più o meno così: i sogni sono ciò da cui ti svegli. Non è difficile immaginarlo mentre ripete questa frase ai suoi figli, prima di farli addormentare. 

alessandra

Iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere aggiornamenti, inviti ad eventi e notizie sui corsi di scrittura.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi