Dogville, Premio Ferrero

DOGVILLE Trappole, scorciatoie, recinzioni

Dogville, l’ultimo film di Lars Von Trier, è una trappola.

C’è una piccola cittadina popolata da venti anime che mimano la vita.

C’è un uomo che simula mascolinità.

C’è una donna che incarna la crudeltà della bellezza e la bellezza della crudeltà. Perfetta. C’è la Grande Depressione nell’America dei gangster, del proibizionismo, della miseria morale e materiale; in un luogo e in un tempo in cui nessuno dà senza ricevere per la sicurezza della comunità.

Il film è un sistema intelligente nel quale tutti gli elementi di natura sintattica, semantica, corporea, audiovisuale e simbolica convergono intorno allo stesso asse: un linguaggio condiviso.

La prima esca è la trama.

Grace (Nicole Kidman), in fuga da un gruppo di gangster, arriva a Dogville dove incontra per primo Tom (Paul Bettany) un aspirante scrittore, che si mostra disponibile ad ospitarla per beneficare la cittadina, dice. Tom riunisce il Gran Consiglio di Dogville per decidere del destino della fuggitiva che, potrà restare, purché compensi la comunità. In qualche modo…

Sotto le sembianze di una parabola meta-religiosa si cela la triste storia di Dogville: un sincero e commovente racconto di come sia impossibile per l’uomo sfuggire alla sua penosa natura e di quanto questa scoperta sia alienante.

C’è un rapporto di sudditanza dell’istinto sulla ragione per una buona parte del film: gli attori/personaggi sono trattati dal regista come materiale grezzo, cavie da laboratorio; automi che simulano i modelli comportamentali degli esseri umani.

Grace e gli abitanti di Dogville (dog-villani?) deambulano in una cittadina cerebrale: lo spazio è un ibrido tra il classico laboratorio dello scienziato pazzo e il teatro di posa avanguardista.

Non c’è luce naturale nella cittadina, solo chiaroscuri umorali a descrivere il buio dell’interiorità disumana.

Spostarsi tra i perimetri ingessati di Dogville dimostra la pervicace crudeltà di cui i suoi cittadini sono portatori. Ma Ginger (Lauren Bacall) sgrida impietosamente Grace mentre passa per un piccolo sentiero tra i cespugli di uvaspina. Leggi pure: lo star system di vecchio stampo ammonisce le facili scorciatoie della new Hollywood

Spostarsi da Dogville, poi, è impossibile.

È una trappola dove non è lo spazio nè le azioni dei personaggi ad opprimere.

Non solo.

È lo sguardo asfittico ed ossessivo della macchina da presa che comprime nel primo piano i volti degli attori.

È la macchina da presa che si muove o sta ferma come lo zoom di una fotocamera digitale si avvicina o si allontana dal corpo di uno scarafaggio per verificare che, al fondo, uno scarafaggio è un insetto peloso e orribile. La macchina da presa, stretta sui personaggi, è una lente di ingrandimento che parla il linguaggio asfittico del film. Soffoca. Toglie il fiato. Comprime e dice che non si scappa da Dogville

È il linguaggio della claustrofobia quello che l’occhio della mdp mette in scena: il primo piano dei personaggi è la tecnica più azzeccata per ricordarci che l’occhio umano può diventare lo schermo senza soluzione di continuità.

Gli attori si guardano raramente negli occhi: li chiudono, guardano in giù, in su, fissano un fuoricampo che non ci viene mai mostrato perché è nei loro occhi. Girarci intorno è inutile, dicono gli stacchi a vista, isterici, durante i dialoghi volutamente barocchi per termini ridondanti ed argomentazioni pretestuose.

La vile malvagità dell’animo umano è qui dentro, ribadiscono le scritte (Eros e Psiche e Dictum ac Factum) collocate alle spalle di Grace in due momenti, precisi, del film. Il narratore sornione e i titoli dei capitoli, tutt’altro che assertivi, confermano che è proprio vero: qui c’è una sola lingua.

La lingua dell’affabulazione.

Nessuna via di scampo: né per Grace né per i dog-villani né per i senza tetto americani. Nemmeno per noi.

Meglio criminali che gente perbene.

(Questa recensione è stata pubblicata su CINEFORUM 441, dopo aver vinto il Premio Adelio Ferrero nel 2005).

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alessandra

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