Pier Vittorio Tondelli – Il mio Maestro sdradicato

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore Pier Vittorio Tondelli (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 28 aprile)

Caro Tondelli,

mi rivolgo al giovane scrittore che è in te e che con te (forse) è scomparso per sempre. Spiegami tu: chi sono i giovani scrittori oggi? Che vuol dire scrivere e che vuol dire giovane scrittore? Sono tempi in cui faccio confusione e non capisco se sia più pericoloso essere giovani o essere scrittori o entrambe le cose.

Dove cercheresti oggi le scritture giovanili? Chi leggeresti tra i giovani autori e le giovani autrici italiane? Che consigli di scrittura daresti?

Un’idea, caro Tondelli, me la sono fatta. Tu che per me sei la sibilla, la sfera di cristallo, la lettura incontestabile di un giro di tarocchi. Oggi ciò che hai detto al riguardo più di 30 anni fa, in un’intervista uscita su Linus nel 1985, vale ancora e anzi vale doppio:

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»

Quando una volta ti hanno chiesto perché scrivi?, tu hai risposto: “perché leggo”. Confesso che è stato lì che ho capito di amarti, dall’estrema sintesi di una risposta che rivela una filosofia, solo un genio trasfoma un’azione in una verità eterna.

Giovani scrittori, non dovete scrivere cose giovani dovete avere sguardi giovani. Lo sguardo è giovane se è autentico, sincero e perfino stronzo. Uscite dalle vostre classi, smettete di imparare le regole, ricominciate a leggervi dentro.

Essere giovane e scrivere per te hanno rappresentato lo stesso tempo nnel medesimo spazio, una inesorabile condizione naturale. Non faccio che pensarci. Scrivere non dovrebbe essere esperienza, dolore, accettazione, consapevolezza? Giovinezza non è esattamente la negazione di tutto ciò? Dipende dallo sguardo. Dove posavi il tuo sguardo, scoppiava una rivoluzione: dentro un palazzo, in una piazza, sul palcoscenico, in un fumetto o nei versi di una band inglese. L’amore specialmente, per te è stata la rivoluzione più importante. Lo sguardo necessario per trasformare la gioventù in età adulta, lasciando dietro l’ingenuità di sentirsi unici e provando a rendere unica un’altra persona.

Alla fine di “Camere separate” (manifesto dell’amore moderno che dovrebbe essere letto in tutte le scuole nell’ora di lettere ma anche di religione e di educazione civica) c’è il verso di una una canzone che dice, più o meno, che quando ci si innamora finisce la giovinezza. La canzone si intitola “Break up the family” e la canta il nostro adorato Morrissey, il verso è questo:

I’m so glad to grow older

To move away from those darker years

Oh, I’m in love for the first time.

Tu l’hai lasciato a noi, in eredità. Ora noi lo dedichiamo a te, giovane scrittore innamorato delle parole, con gratitudine.

RITRATTO

Ritratto di una scrittore da giovane: Pier Vittorio Tondelli, l’autore che ha inventato la meglio gioventù della scrittura

Nonostante si sentisse ispirato dalla Beat Generation americana, Jack Kerouac in particolare, Pier Vittorio Tondelli è stato il primo scrittore post moderno italiano. Non ha copiato i canoni letterari di nessuno, li ha anticipati. Possiamo considerarlo, giocando con l’iperbole tanto cara allo stile postmoderno, un David Foster Wallace italiano ma ancora più grande del grandissimo Wallace: Tondelli l’ha addirittura anticipato. Ha anticipato la scrittura frammentata e citazionista, ha anticipato la poetizzazione del profano, ha anticipato la narrativa autoreferenziale rendendola un Sacro Graal: un racconto leggendario che dona conoscenza e vita eterne.

Nato vicino Reggio Emilia, a Correggio, nel 1955, Pier Vittorio Tondelli è stato uno scrittore molto amato dalla sua generazione e contemporaneamente criticato da quella a lui precedente. Non è da considerarsi una penna fastidiosa, i suoi libri non davano fastidio. Dicevano la verità, messianici per certi versi e satanici per altri. Non può essere un caso il fatto che, come tutte le personalità visionarie, sia compreso meglio oggi del suo tempo. Soprattutto dai più giovani. I suoi personaggi, portatori sani di ideali giovanili, affollano le pagine dei social; su instagram è uno dei più “quotati” autori: le citazioni tratte dai suoi libri ricevono più like di un bestseller (italiano) attuale. Tondelli è un cult, uno stracult. Tondelli questo amore eterno lo merita, scrivendo ha dato tutto se stesso. Ha vissuto più nelle sue pagine che nella vita. Non è detto che sia un bene, di certo è un merito e va riconosciuto. Dare ai lettori, nei propri libri, pezzetti di sé; rendere il particolare universale; intercettare il dolore degli altri attraverso il proprio è il modo in cui Tondelli faceva letteratura. Spremendo la sua vita.

Tutte le opere, poco più di una decina tra romanzi, raccolte di prose e di racconti e un testo teatrale, sono ispirate a se stesso. In ognuna di esse si può dire che non ci sia nulla di nuovo, se non una cura particolare per l’espressione e la riscoperta di alcune tecniche narrative tra cui la digressione, la citazione e il richiamo. Non c’è nulla di nuovo a parte il modo di raccontare, lo sguardo a mitraglia sul e nel mondo che PVT ha reso unico (potreste trovare questo acronimo al posto del suo nome: PVT che oggi è più noto come acronimo di MESSAGGIO IN POSTA PRIVATA. Questo lo rende ancora più adatto, trasfigura Tondelli dentro un pensiero che merita importanza, lontano dal clamore della piazza virtuale proprio come un messaggio in privato).

Nella scrittura di Tondelli la propria nevrosi si erge a sistema, senza mai diventare isteria. Le sue opere sono legate al contesto in cui lo scrittore agiva: la piccola minuscola provincia italiana in cui un ragazzo, attivista cattolico, allievo di Eco al Dams di Bologna, si innamora degli uomini. La provincia per lui era quel non luogo di fronte al quale le scelte diventavano due: fuga o rivoluzione. Tondelli scelse la seconda, attraverso la sue storie rese la provincia meccanica una dimensione sovversiva che dava voce agli emarginati: tossici, gay, trans, marchettari, poeti. Tutti giovani. Quella della giovinezza è stata la sua fissa. Tanto da diventare uno dei primi scrittori a scoprire talenti attraverso il lavoro editoriale e le riviste letterarie. È stata sua l’idea del progetto Under 25 che dal 1985 al 1990 ha scoperto giovani scrittori (alla ricerca risposero centinaia di autori inediti) che poi furono pubblicati, in tre antologie, con la casa editrice Transeuropa. L’iniziativa, avanguardia pura in Italia, trovò espressione nella raccolta di scritti “Un weekend postmoderno” in cui Tondelli sottolinea che pubblicare non deve essere il fine della scrittura, il fine della scrittura è scrivere bene: “Non abbiate paura di buttar via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita da un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando sarete già in pieno romanzo“. Il successo della ricerca di talenti fu immediato, a Tondelli si deve il battesimo letterario (tra i molti) di Gabriele Romagnoli, Silvia Ballestra e Giuseppe Culicchia.

Se è vero che dentro la scrittura di qualcuno si legge il suo destino, dentro quella di Tondelli c’è scritto: gioventù bruciata. Quando è morto, nel 1991, aveva soli 36 anni. L’articolo che ne annunciava la morte si intitolava “Breve storia di un libertino”, limitando il senso di libertà che lo scrittore ha raccontato, anche come giornalista: non libertà di vagabondaggio ma senso di sradicamento. Tondelli è stato uno scrittore sradicato, non senza radici ma capace di mettere radici ovunque. La sua morte, per AIDS, non si deve all’omosessualità ma ai tempi in cui lo scrittore ha vissuto. I feroci e fanatici anni 80 di cui è stato figlio prediletto e maledetto, senza potersi mai trasformare in genitore. Eppure oggi se fosse vivo, avrebbe 64 anni, sarebbe il padre putativo di gran parte della meglio gioventù delle lettere, quegli altri libertini rimasti orfani delle proprie radici.

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alessandra

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