Paolo Volponi – Il mio Maestro corporale

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Paolo Volponi. Originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 28 luglio)

Pur essendo un autore nostro contemporaneo, o forse proprio per questo, di Paolo Volponi si sa poco. Non si sente tanto parlare. Un’ipotesi di questa dimenticanza, grave, può essere dovuta all’immaginario narrativo di questo grande scrittore italiano. Il lavoro. L’alienazione che ne deriva. La massacrante prigione che produce dentro l’uomo.

Non prendere il lavoro come un nemico, e non farne nemmeno l’unica ragione della tua vita.” 

Nato a Urbino nel 1924 e morto ad Ancona nel 1994, Paolo Volponi appartiene ad un’italia che non esiste più. Quella Repubblica fondata sul lavoro che oggi ci appare da esso sfondata. Fa sorridere rileggerlo, un sorriso amaro, nella sue totali diatribe contro lo sfruttamento dei lavoratori, quelli delle fabbriche in particolari, oggi che lavorare è diventato un lusso che invece di ripagare si paga.

Volponi fu una mente perversa dal punto di vista letterario. Esordì nel 1948 con “Ramarro”, raccolta di poesie, molto legate per temi e visioni al neorealismo italiano: “Nelle vastissime notti io sento il rumore dell’ossatura delle cose.” La produzione poetica, raccolta dalla casa editrice Einaudi, lo tenne in qualche modo avvinghiato ancora alla vita. Abbraccio che invece si spezza completamente quando passa alla narrativa.

La vicende professionali e politiche della sua vita sono il nutrimento da cui nascono gli indimenticabili, indefessi e stolti per quanto idealisti personaggi. Personaggi d’altri tempi che credono che la differenza tra vivere e l’essere al mondo sia nella lotta per qualcosa, un ideale, uno stipendio più alto, una vita interiore libera.

Quando nel 1955 viene assunto dalla Olivetti a Ivrea, secondo il progetto di Adriano Olivetti che voleva fortemente circondare la sua azienda di menti illuminate, scrittori e intellettuali, credendo che l’integrazione dell’anima potesse stringere alleanza con l’alienazione del corpo, Volponi si dedicò moltissimo alla gestione democratica e umana delle relazioni tra lavoratori e padroni. Un ruolo che occupò dal 1972 anche per la Fiat, spostandosi a Torino.

La sua figura di uomo sano in un contesto che pian piano sarebbe impazzito, quello delle fabbriche, generò in lui una fantasia narrativa che può dirsi, appunto, perversa. Perché l’utopia è una perversione. Soprattutto quando si tratta di diritti dei lavoratori.

Negli anni olivettiani Volponi esordisce con due romanzi, “Memoriale” e “La macchina mondiale” (che gli valse il Premio Strega nel 1965) nei quali i protagonisti sono simboli dell’eccessivo ottimismo che all’epoca si poteva provare verso l’industrializzazione del Paese.

“Questo poter vedere allacciarsi la vita della fabbrica con quella di fuori è l’aspetto positivo del fare il piantone insieme a quel risentimento contro la fabbrica che consente di giudicare con tutta la necessaria acidità.
Infatti nei reparti la smania dei premi, dei passaggi di categoria e l’ambizione di essere benvoluti dai capi, portano sempre tutti a rimettere ogni giudizio, ad assumere quasi la difesa dell’interesse dell’azienda, anche contro il proprio e quello degli altri che lavorano.
Quanto sbaglia la gente, ad ogni livello, che crede di diventare una parte della fabbrica. In quel momento, la fabbrica conta per loro e più di loro; così cominciano tutti gli sbagli che si possono fare contro la propria vita. Meglio, allora, fare il piantone per scampare quell’influenza.”

Anche leggendo la vita di Volponi, ci si accorge che è ruotata intorno a un’unica ossessione. Verrebbe da dire che questa sia l’uguaglianza se una parola del genere non risultasse oggi uno scherzo del destino. Eppure, era così. “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse.”

Nel 1975 lasciò la presidenza della Fondazione Agnelli per aderire da indipendente, al PCI di cui divenne senatore a vita nel 1983. Nei tormentati mesi in cui lasciò la fabbrica, seppure non da operaio ma pur sempre da attivista, scrisse a Pier Paolo Pasolini, morto da pochi mesi, che considerava maestro e amico: “Caro Pier Paolo – scriveva il 26 agosto 1975, pochi mesi dopo la morte di Pasolini) mi aiuti, anche da lontano, con i tuoi silenzi”. Ascoltare i silenzi è un segno dei tempi antichi, a noi tocca ancora troppo chiasso.

Caro Paolo Volponi,

chissà cosa si prova ad essere uno scrittore e ad essere pagati. Non parlo dei compensi per i libri o altre attività legate al battere i tasti sulla tastiera. Mi riferisco a quel riconoscimento emblematico che deve essere di avere dei soldi per cambiare le cose. In quanto scrittore, cioè pensatore libero e onnipotente.

Ingenuamente pensavo che se uno faceva lo scrittore veniva pure pagato. Non senza lavorare, per carità. Veniva pagata, quindi riconosciuto umanamente e socialmente, per mettere una cosa piccola, il proprio pensiero, al servizio di una cosa più grande, un’azienda o una comunità o un Paese. Un contesto che del pensiero potesse fare risorsa economica e non meramente consolatoria.

Non abbiamo paura delle trasformazioni e non crediamo che vi sia un vuoto etico incolmabile tra noi e la scuola, tra noi ed il mondo del lavoro, tra noi e la società, tra noi e i vari gruppi, anche emergenti e nuovi, perché teniamo fermo il principio democratico della ricerca, che è alla base dell’insegnamento, il principio della materialità della verità e dei suoi strumenti, anche scientifici e culturali. È il principio secondo il quale la cultura non deve perdersi nelle parole e nelle proclamazioni ideologiche, ma deve entrare effettivamente nel campo del lavoro e della trasformazione e impossessarsi di tutti i termini – anche di quelli tecnico-scientifici – che derivano sempre dalla ricerca, dal pensiero, dalle capacità dell’uomo e dal suo lavoro”.

Invece. Conosco la maggior parte degli scrittori e delle scrittrici della mia generazione che la mattina, e a volte anche il pomeriggio, sono a casa propria a passare lo straccio per terra. Perché non lavorano. E se lo fanno non lo fanno in virtù della propria risorsa intellettuale. Ma perché fanno altro. Si occupano di pizze, per esempio, servendole la sera nei locali. Oppure di turismo, caricandosi nei taxi le persone. Ma nessuno, o quasi, chiede loro: secondo te questa cosa come dovremmo risolverla o quanto meno affrontarla?

Caro Volponi, com’è che se uno pensa non fa e se uno fa non pensa? Dove è finito il lavoro? Quando penso al ruolo  dello scrittore (cioè chi non sa fare e non fa altro che scrivere) oggi penso al lucernario. Un mestiere che non esiste più. Il lucernario era colui che si occupava di accendere i lampioni prima che venisse sera in città. Dava luce al buio. Quando penso al lavoro dello scrittore oggi penso a questa mansione antica e desueta perché divenuta inutile. Non c’è bisogno di pagare qualcuno per far luce. È già tutto acceso. Ed è accecante.

alessandra

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