Oriana Fallaci, la mia musa infallibile

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato ad Oriana Fallaci (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 7 luglio)

Il 29 giugno Oriana Fallaci avrebbe compiuto 90 anni. Novanta il numero della paura. Si tratta di un caso. Eppure nemmeno con il compimento di un’età, che i più si augurano come traguardo, lei raggiunse la paura.

Nata a Firenze, nel 1929, da una famiglia militante antifascista e partigiana, “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento, fiorentina è la mia cultura e la mia educazione”, Oriana Fallaci non è mai stata bambina. Se intendiamo per infanzia quel periodo dorato in cui si accoglie la vita come un regalo inatteso e accolto da mani inesperte. Nel 1943, a 14 anni, ebbe un riconoscimento d’onore, dall’esercito italiano, per il coraggio dimostrato durante la resistenza al fianco del padre.

Forse non scelse coscientemente di fare la giornalista, quando cominciò a lavorare per Epoca, diretta da suo zio, esordendo con la cronaca dell’Alta Moda Italiana a Palazzo Pitti nel 1952. Infatti, per un lungo periodo, il suo sguardo si posò su soggetti legati al mondo dell’aristocrazia, del jet set, della mondanità italiana e americana (I sette peccati di Hollywood, 1958). Cronache molto lontane da quelle più bellicose per cui è nota in tutto il mondo.

La sua vocazione fu precoce e insistente. Era capace di raccontare le vite degli altri non dando loro voce piuttosto orianizzando le loro storie. La Fallaci imponeva la sua voce, rinominava le cose del mondo. Mutò in un modo del tutto personale l’arte del giornalismo, cambiando la percezione dei fatti attraverso la voce molto potente. Severa ma giusta, a volte sulle pagine dei giornali sbraitava. Il suo punto di vista ignorava sia il senso comune che la convenienza e la verità che raccontava spesso era insopportabile.

“Ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato. Ciò non piacerà ai cultori del giornalismo obiettivo per i quali il giudizio è mancanza di obiettività: ma la cosa mi turba pochissimo. Quel che essi chiamano obiettività non esiste. L’obiettività è ipocrisia, presunzione: poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero”.

Famosi sono i ritratti di personalità gigantesche, artisti e politici di fama mondiale, per la maggior parte raccolti in “Oriana Fallaci. Intervista con la storia”. Nelle sue interviste leggeva nell’anima delle persone. “Non mi presento a loro come una giornalista, non li spavento. Non vado lì con la presunzione di una persona che entra in una stanza dicendo e pensando “io sono la stampa” con la esse maiuscola. Io sono una persona che parla con un’altra persona. Sinceramente curiosa. Non in modo superficiale. Io voglio veramente capire.”

Tra gli anni sessanta e settanta, la Fallaci è stata tante volte in Vietnam, negli Stati Uniti e in America del sud. Lei agiva in nome della Storia. Non sopportava essere “solo” una giornalista ma si definiva una storica. Fu zelante osservatrice delle principali guerre, guerriglie e contestazioni rischiando anche la vita. Avvenne a Città del Messico, nel 1968, durante il massacro di Tlatelolco. Portata in obitorio, lei stessa si rese conto di essere ancora viva mentre la davano per morta.

Il suo essere popolare, pur essendo molto impopolare, la rese imperdonabile. Non ha mai riscosso simpatie unanimi. E a lei andava bene così. Anche di fronte alla morte e alla malattia, non spensi il suo pensiero.

Più di una volta dichiarò che non avrebbe potuto fare la moglie di mestiere “una donna la cui vita è dedicata all’essere madre due volte. Per suo marito e per i suoi figli”. Anche se, il libro che la consacrò al mondo è legato alla maternità, quella che le mancò a causa di vari aborti che spezzarono qualcosa dentro di lei. Nel 1975 pubblica “Lettera a un bambino mai nato”, tradotto subito in 22 lingue. “Il dolore è meglio del nulla”, scrisse, dimostrando ancora una volta che non era la paura di vivere a ferirla ma al contrario l’assenza di paura, la noia era la sua più grande paura. “La paura della solitudine, della noia, del silenzio? Il bisogno di possedere ed essere posseduto? Secondo alcuni è questo l’amore. Ma io temo che sia molto meno: una fame che, una volta saziata, ti lascia una specie di indigestione. E tuttavia, tuttavia, deve pur esserci qualcosa in grado di rivelarmi il significato di quella maledetta parola (…) ne ho tanto bisogno, tanta fame.”

Cara Fallaci,

ti scrivo stasera mentre in Italia hanno liberato una donna più libera di molte altre messe insieme. Carola Rackete è tedesca, ha 31 anni, ha violato il blocco imposto dal governo italiano per salvare 42 migranti a bordo della Sea Watch di cui è capitana. Il gip ha annullato il suo arresto, in quanto ha agito per portare in salvo vite umane. In un tempo in cui combattere assomiglia a una resa, mi chiedo che domande avresti posto a questa ragazza. Perché, sono certa, la vicenda non ti avrebbe lasciata indifferente. Forse avreste parlato di coraggio, come una forma di invidia repressa per chi non ha mai temuto il giudizio di qualcuno.

Non sono sicura di averti capita fino in fondo. Vent’anni fa, in occasione del g8 di genova, anzi in seguito ai movimenti no global italiani, te la sei presa a male, molto a male, con la gioventù smidollata come la mia, incapace di sfasciare un bancomat, figuriamoci lottare dentro una rivoluzione. A Firenze, la tua città, mentre la malattia ti dissolveva, circolavano cartelli con “Meglio un Pacciani in casa che una Fallaci all’uscio.” Fino alla fine te la sei presa con qualcuno, mi chiedo come si possa guardare così bene la verità anche prima che questa esista. Perché sì, Fallaci, tu ci hai fatti neri ma caspita se, quasi a 20 anni di distanza, non avevi ragione. Non siamo stati in grado di fare alcuna rivoluzione. Noi abbiamo paura. Perchè non siamo lucidi, non siamo mai nati lucidi. Abbiamo venduto l’orgoglio, scambiandolo con la rabbia.

A chi spetta il tuo scettro oggi? A chi appartiene la verità? Se a chi tace o a chi sbraita? Non lo so, Fallaci. Non so dire chi stia raccontando il presente con la sfacciataggine che ti distingueva. Non so nemmeno quale sia la Storia odierna e chi e come un giorno la racconterà. Forse c’è un coro silente che affronta le guerre senza finire sui giornali, stando al riparo dalla facilità dell’opinione sciatta. Un coro silente che parla una lingua che noi non comprendiamo. Incapaci come siamo di andare avanti senza ogni volta tornare indietro.

alessandra

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