“Nove C” di Dario Ricci – Dopolavoroletterario n. 20

Tutte le cose belle iniziano dal fare schifo. Questa è una cosa che mi ha detto Dario dopo che abbiamo terminato il nostro percorso. Io gli ho detto che è proprio così, un po’ diretta come osservazione ma vera. Se non si fa schifo all’inizio non si può arrivare a scrivere una storia buona. Dario ha fatto schifo, all’inizio, e ora il suo romanzo è buono. Piace molto a me, piace finalmente anche a lui e sono sicura che piacerà a chi vorrà leggerlo per pubblicarlo. Io ci conto, molto. E, come direbbe Diego – il protagonista di questa storia, “Nove C” arriverà fino in cima. L’arrampicata non ci spaventa.

Questo è un estratto del romanzo, l’ immagine fornita dall’autore.

 NOVE C

romanzo di

Dario Ricci

VERSO NORD

Il buio in Islanda è più buio. Guardo fuori dai finestrini del fuoristrada. Solo qualche luce in lontananza. Un piccolo villaggio. Nessun rumore. Sono seduto accanto a Nicholas. Guida con lo sguardo di chi sa che è il momento che aspettavi da troppo è arrivato. Ho scritto alla Linetti che per imprevisti generici non sarò disponibile da qui a dieci giorni. L’agenzia mi ha risposto di andare a farmi inculare.  Stavano valutando la rescissione del contratto. Per fortuna le bizze di Mara lì ha fatti cambiare idea. Mi sono beccato una serie di insulti di vario tipo. Messaggi vocali pittoreschi. Credo che potrò farmene una ragione. A Dafne ho solo detto che per una decina di giorni non avrei avuto campo sul cellulare. Si è incazzata come una poiana. Scusa.

Ci stiamo spostando verso Aukereyri una delle cittadine principali del nord. Dormiremo lì stanotte. Sgranocchio carne essiccata giusto per prendere confidenza con quello che mangerò nei prossimi giorni. Fa abbastanza schifo, ma piano piano ci sto prendendo gusto. Nicholas non è di molte parole. Non sembra del tutto tranquillo. Provo a fare una battuta. Non ride. Procediamo silenziosi verso nord. Il panorama ruota su se stesso scivolando tra forme e colori diversi.

Arrivati. Pomeriggio. Questa cittadina è fatta solo di casette colorate. Un pub. L’unica vera attrazione. Non c’è molto da vedere. Direi che è quasi un eufemismo. Non c’è niente da vedere. Forse ha ragione lui che trangugia la terza pinta. Sono solo le tre. Mi guarda frustrato quando mi fermo alla prima. Tira nuovamente fuori la cartina tracciata.

“Sei pronto?”.

“Si.” Mi lecco le dita impastate dal sale delle patatine che sto mangiando.

“Domani mattina ci sveglieremo verso le quattro Un amico passerà a prenderci per portarci al rifugio di Sigurðarskáli. La strada è sgombra dalla neve. Riusciremo ad arrivare velocemente. Da lì partiremo il giorno seguente per il ghiacciaio.”

Manda giù l’ultimo sorso di birra. Paghiamo. Si parte.

BIANCO

Lo sci affonda in un abbondante strato di neve. Il mio primo passo sul ghiacciaio. Devo ancora abituarmi agli scarponi. Ancora qualche ora ed avrò vesciche ovunque. Per fortuna le pendenze che affronteremo sono umane. Vedo Nicholas che mi precede con la sua slitta rossa. Ha l’aria di un bimbo al luna park. Sguardo in alto. Fissa il sole. Occhiali a specchio e labbra imbiancate. Un chilo di crema solare. Ogni tanto si gira verso di me. Controlla il passo. Sembra molto premuroso. Forse non si fida troppo. In effetti portarsi dietro un italiano conosciuto da tre giorni non credo gli dia un gran senso di sicurezza. La prima tappa dice che dovremo fare circa diciotto chilometri. Il peso delle nostre slitte non lo renderà esattamente una passeggiata. In questo bianco infinito è difficile non pensare. Ogni movimento è ripetitivo. La marcia è una somma infinita di piccoli passi. Mezzo metro. Forse meno. Poi ancora mezzo metro. L’unica distanza a cui sei in grado di pensare quando la fatica ti attanaglia le gambe.  Nicholas si ferma un attimo e prende un thermos dalla slitta. É già paonazzo in volto, nonostante la protezione cinquanta. Bevo un po’ di the insieme a lui.

“Grazie, mi hai tolto di mezzo da quell’inferno.” Si cosparge nuovamente il volto di crema.

Credo di non aver capito bene, forse è il mio inglese. Faccio cenno di ripetere. Le parole sono identiche.

“Amo la mia famiglia ma avevo bisogno di questo. Un momento solo per me.” Non approfondisco. Il bello di non avere figli è che puoi reagire a queste situazioni semplicemente rispondendo con un sorriso idiota. Nessun aneddoto o consiglio da professare. Sono un po’ deluso. Io ci speravo nella famiglia nordica.

“E tu sei solo?”

Il sorriso idiota di prima sta benissimo anche per questo turno.

“Una ragazza, una moglie?”

Dovrei dire di sì. Ci sarebbero troppi “ma” da aggiungere.

“Sei gay?”. Rispondo di no con il dito.

L’orientamento sessuale è una delle poche cose su cui posso rispondere senza dubbi. A volte ho pensato che sarebbe stato più facile fosse stato il contrario. Sposato con Nicholas. Non si sceglie. Come la squadra per cui tifi.

Ripartiamo. La pendenza si fa sentire. Sono costretto a fare più forza sulle racchette. La neve è comunque dura abbastanza per non sprofondare e permettere un attraversamento non troppo estenuante. Il sole sta calando. Davanti a noi lo scintillare rossastro del tramonto, riflette sull’orizzonte impassibile del ghiacciaio. Il mio compagno controlla il Gps. Pollice alto.

Montiamo la tenda velocemente. Fornellino. Un piatto di ramen precotto. Gli effetti collaterali della globalizzazione.

IN BIANCO

Fa freddo. Molto. La prima giornata mi ha già messo alla prova. Nicholas scrive alcuni appunti sul diario di viaggio. Leggo qualche pagina di un libro in inglese comprato in un negozio lungo la strada. Dalla copertina avrei detto che avrebbe fatto schifo. Le prime pagine lo confermano. Dovrei sentirmi libero. Sperduto in questo nulla. Invece. Claustrofobia. Costretto dentro questo sacco a pelo. Fermo. Mentre i pensieri si muovono. C’è molto silenzio. Il silenzio è una cosa con cui non è facile avere a che fare. Avrei bisogno di parlare, ma ho un vichingo taciturno con cui riesco a scambiarmi giusto qualche pensiero. Eppure c’è qualcuno che mi aspetta a casa. Ho una ragazza che non vedrebbe l’ora di prendere il telefono e chiamarmi. Non si può. Per fortuna. Non saprei che dirle. Finiremmo per parlare di tutto tranne di ciò che dovremmo. Chissà come sarebbe dirle che io un figlio non so se lo voglio. Che odio passare le domeniche a comprare i mobili e che la disco music mi fa cagare. Chissà come sarebbe dirle allo stesso tempo che ha il culo più bello del mondo e che sa farmi ridere anche quando non ce ne sarebbe alcuna ragione. Amo il modo in cui mi ama. Come farei poi a spiegarle avrei voglia di accoppiarmi con Giulia qui, adesso? Come un animale. Credo si tratti di geni e di sopravvivenza della specie. Potrei rispolverare la teoria evoluzionistica. Non credo la prenderebbe bene.

“Domani sarà dura.” le parole di Nicholas riescono a distrarmi.

Mi mostra il tracciato per la seconda giornata. Sarà una tappa piuttosto impegnativa. Penso che dovrei dormire. Ci diamo la buonanotte. Vorrei attaccare bottone. Spegne la piccola torcia appesa sopra la sua testa.

Osservo il cielo giallo della tenda da quasi un’ora. Non riesce a cullarmi. Continuo a cercare una posizione. Nicholas dorme come un bambino. Servirebbe Trambusto. A riempire il vuoto di questo sacco a pelo. In questo momento starà mangiando per la quarantesima volta. Tutte le volte che lo lascio dai miei diventa il doppio.

La copertura della tenda sembra schiacciata. Non so che ore siano, ma deve essere da molto tempo che nevica. Mi alzo ed esco. I fiocchi scendono dolcemente. Coprono di bianco un orizzonte ancor più bianco. Bianco alla seconda. Cerco di togliere la neve in eccesso con i guanti. Fisso il cielo. É notte. Io però le nuvole le vedo lo stesso.

Su. Fra le nuvole sciolte nel blu. Il mio cuore la rabbia il tempo forse tu. Niente più.

Disteso con le braccia allargate nella neve. Gelo. Accogliente.

VICINO

Nono giorno. Non manca molto. Avrò dormito non più di un’ora. Nicholas prepara il caffè. Ho finito da solo un pacchetto di biscotti. Il sole è alto in cielo. Tutto sembra un po’ meno complicato. Riusciamo a smontare la tenda in pochi minuti per riprendere la nostra marcia. Le gambe non fanno male. Un insperato ottimismo ulula dentro di me. Avanziamo veloci cercando di evitare i crepacci che ci circondano. Fa molto più caldo di ieri. Nicholas si ferma per togliersi il pile. Io faccio lo stesso. Si avvicina.

“Stanotte non hai chiuso occhio, vero?” mi chiede.

Devo aver fatto un gran casino. Mi spiace.

“Si dice in questo posto la notte risvegli antichi demoni. Disturbano il sonno di tutti coloro che attraversano il ghiacciaio. Una favola che ci raccontavano da piccoli.”

“Se lo dici tu.”

Sorride e scuote la testa.

“In ogni caso non preoccuparti, tu non dormi sul ghiacciaio. Io sto sveglio tutti i giorni della settimana. Forse i demoni non vivono solo qui.”

Vorrei chiedere di più. Vedo Nicholas che prende in mano i bastoncini e riprende la marcia.  Probabilmente si viene in mezzo a tutto questo nulla per trovare qualcosa. O per perderlo. Definitivamente. Lasciarlo andare.

 Le nubi si addensano all’orizzonte accompagnate da un forte vento. Controlliamo la cartina di nuovo. Ci sono un paio di ore di luce che consentirebbero di avanzare ancora. Guardiamo il cielo. Forse è meglio fermarsi. Essere colti da una tempesta in mezzo ai crepacci non è una grande idea. Mi apparto un secondo per fare i bisogni. Con l’urina traccio un ovale perfetto. Provo un certo tipo di soddisfazione quando il ghiaccio si scioglie al contatto con il calore giallastro della pipì. Una volta disegnai un cuore per Giulia. Sono sempre stato molto romantico.

Oggi sta a me cucinare. Pesco dentro la slitta di Nicholas. Zuppa di fagioli. Il vento si è ulteriormente rafforzato. Non riesco a vedere oltre cinque metri. Non è una bella sensazione. Il mio compagno ha la faccia tesa. Mangiamo in silenzio.

Una raffica improvvisa fa vacillare la tenda. Ci guardiamo preoccupati. Sbircio fuori. Non riesco più a vedere niente.  Rintanati nei nostri sacchi a pelo, cerchiamo di scambiarci qualche parola. I paletti della tenda sembrano doversi rompere da un momento all’altro. Mi chiedo che fine avranno fatto i miei sci là fuori. Paura. La tenda si affloscia da una parte. Uno dei paletti ha fatto crack. Riusciamo a riparlo grazie ad un pezzo di metallo e del nastro isolante. Sappiamo entrambi che la tenda potrebbe non reggere. Passare la notte sotto una tormenta, sotto zero, non è esattamente la migliore delle idee. Non riesco a chiudere occhio. Torna la claustrofobia. Stavolta non posso neanche scappare fuori. Impotenti. Galleggiamo in questo niente fatto di vento che fischia ed una tenda che sembra sull’orlo della resa. Sibili. L’unica cosa che riesco a sentire, anche quando tutto è passato. I raggi di sole fanno capolino. Usciamo. Di fronte a noi gli sci spazzati via dalla bufera. A qualche metro di distanza dal punto dove li avevo lasciati. Una delle due slitte si è rovesciata. Il cielo è sereno sopra di noi. Nicholas mi abbraccia. Ne avevo bisogno.

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