Mary Shelley, la mia Maestra Materna

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Mary Shelley originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 settembre)

Duecento anni fa, nel 1818, una ragazza inglese di 19 anni termina il suo manoscritto, questo è “Frankestein”. La storia dell’ossessione di un uomo per la creazione della vita e del successivo abbandono della sua creazione. Una storia che punisce la doppia morale rispetto al “diverso” e colpisce l’ambizione eccessiva dell’uomo. È la storia di una società che condanna i propri mostri, dimenticando che i mostri li generiamo noi stessi. Sono i nostri figli.

“Frankestein”, sostanzialmente, è la storia di una madre e di suo figlio.

“Dicevano che ero nata sotto una buona stella. Puoi vedere ora quanto fosse vera quella profezia. Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità.”

Mary Shelley nasce nel 1797 a Londra, sin da piccola vuole essere una figlia ideale per sua madre. Peccato che la madre, Mary Wollstonecraft, intellettuale londinese che nel ‘700 scriveva: è tempo di restituire alla donne la dignità perduta, è morta dieci giorni dopo averle dato la vita. Il padre, William Godwin,filosofo anarchico con la testa calda, cresce sua figlia nella libertà di pensiero, cura la sua formazione (le insegna persino a leggere tracciando le lettere sulla lapide della madre), la rende partecipe ai simposi poetici. Per questo il poeta più famoso del momento, Percy Shelley, viene subito colpito da Mary: una creatura pallida, con un tripudio di capelli rosso-oro, silenziosa fino a quando non arriva il suo turno e sbalordisce letteralmente il poeta, per le intelligenti allusioni e citazioni che rivelano la sua splendida unicità. Il padre dunque ha fatto un buon lavoro con Mary, deve aver pensato. Fino a quando sua figlia non le appare un mostro. A 16 anni Mary scappa con Shelley, sposato e padre di due figli. Il suo gesto è piena espressione del Romanticismo: se due persone sono innamorate, nulla deve ostacolare la loro strada. Come sua madre, che prima di lei aveva avuto una bimba illegittima, Fanny, che si suiciderà oppressa dalla condizione di “bastarda”, Mary diventa un mostro perfino per il padre che dimentica le idee radicali e non rivolge più parola alla figlia.

Nel 1814 Mary attraversa l’Europa al seguito di Shelley, ufficialmente suo compagno more uxorio. I due si uniscono presto a Lord Byron, il poeta più famoso dell’epoca. Come gli Shelley, era stato respinto dalla società londinese per il suo comportamento scandaloso. Lontano dall’Inghilterra e vicino a personalità inquiete, e multiple, come gli amici del suo Percy (oltre che Percy stesso) Mary si sente ispirata. In Svizzera, dopo settimane di pioggia, che li costringe in casa Byron sfida la coppia a scrivere la storia di fantasmi più spaventosa possibile. Mary scopre per gioco che dentro di lei abita qualcun altro: “Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato”. L’idea di un uomo, la sua autrice mai lo ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre ragazzi irrequieti.

Quando nel 1818 termina il manoscritto, Mary si è sposata da poco con Shelley (divenuto vedovo in seguito al suicidio della prima moglie) e non conosce il sapore della sua nemesi: quell’etterno dolore che provocherà la perdita prematura di tre figli a cui seguirà quella del marito, annegato a Viareggio nel 1822. Per questo, nel 1831 revisiona ”il mostro” e dà alle stampe la nuova versione, con il suo nome bene inciso sul frontespizio come quello di un defunto sulla propria lapide. I critici letterari mormorano che Mary Shelley è una donna mostruosa e immorale. Una madre sola che si mantiene scrivendo. Eppure quando l’incontrano, scoprono una persona signorile e riservata. Umile, inconsapevole di aver segnato la storia della fantascienza: “Quanto è pericoloso l’acquisizione della conoscenza e quanto più felice è quell’uomo che crede che la sua città natale sia il mondo, di chi aspira a diventare più grande di quanto la sua natura permetterà”.

Cara Mary,

tu sapevi cosa vuol dire mettere al mondo un figlio. L’hai capito a sedici anni. Da queste parti, invece oggi, abbiamo ancora difficoltà a (ri)conoscere le nostre madri. Figuriamoci i nostri figli.

Quello che insegna la tua storia è questo. Il mostro è negli occhi di chi guarda e non è escluso che quegli occhi possano essere quelli di sua madre.

Cos’è la maternità? Significa guardare le cose dal punto di vista del creato e non del creatore. Significa essere ambivalente riguardo alla prospettiva che gli uomini creano la vita. L’istinto materno dovrebbe portare avanti questa consapevolezza. Senza distruzione non esiste creazione, così come senza fine non esiste inizio. E senza morte, non può esserci la vita.

Chi siamo disposti a far morire per far nascere qualcuno?

Cara Mary, hai dato alla luce un bambino che amavi, ma hai anche perso un altro bambino e tua madre è morta a causa del parto. Se gli uomini potessero controllare la vita e la morte, non avresti subito queste tragedie. Tu stessa suggerisci: i mostri sono di nostra creazione. In una lettera hai giustificato la nascita di Frankestein nella tua testa, annotando che si è trattato di un sogno, anzi di in incubo. Hai dovuto giustificarti, hai scagionato perfino il tuo inconscio per ciò che con la penna hai messo al mondo: Quando ho appoggiato la testa sul cuscino, non ho dormito né mi è stato detto di pensare. La mia immaginazione, nascosta, mi possedeva e mi guidava, regalando le immagini successive che sorsero nella mia mente con una vividezza ben oltre i soliti limiti della fantasticheria.

Vorrei sapere piuttosto chi non abbiamo messo al mondo e come e se continueremo a non (ri)conoscere chi ci ha generati e dunque a non generare di riflesso. Se fossi tu a scrivermi adesso, la domanda sulla creazione che mi porresti è: se essa fosse un’esperienza non solo naturale ma anche artificiale, chi metteremmo al mondo? Potrei darti un sacco di risposte e tu ne saresti quasi orgogliosa. Ma non so se felice di sapere che, con o senza artifici, mettiamo al mondo noi stessi. Come tu hai messo al mondo nel tuo figlio forse più sofferto, il tuo romanzo, quelle parti di te che altrove non potevano vivere. Non è difficile mettere al mondo. È il contrario che snerva e snatura. È conoscere chi e cosa non nasce il difficile, l’inverosimile mistero. Allo stesso modo in cui non riusciamo a scrivere ciò che abita in noi e lo lasciamo in un cassetto che peraltro, in verità e a dirla tutta, questo cassetto non esiste.

alessandra

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