Marguerite Yourcenar, la mia Maestra di roccia e vento

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Italo Calvino, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  27 ottobre)


Era fatta di roccia e di vento. Ha condotto una vita saggia, suggellata da una grande verità che suona più o meno così: se la mente è concentrata su qualcosa non può concentrarsi su altro. Lei si riferiva alla scrittura, croce e delizia. Ma cambiando l'ordine delle priorità il risultato non cambia. Sopravvivere alle proprie ossessioni è un'impresa. Un'impresa che a questa scrittrice è riuscita.
Marguerite Antoinette Jeanne Marie Ghislaine Cleenewerck di Crayencour, conosciuta come Marguerite Yourcenar, è  nata nel 1903 a Bruxelles. Sua madre muore dieci giorni dopo la nascita e dunque la scrittrice cresce  con la nonna, che non sopporta, e si lega molto a suo padre, Michel de Crayencour di cui Yourcenar è l'anagramma. Si può dire che la scrittrice abbia avuto due uomini importanti nella sua vita. Il primo è stato il padre dal quale ha indubbiamente ereditato il gusto spassionato per i viaggi e il secondo è stato Adriano, l'imperatore di Roma.

Marguerite Yourcenar trascorre i ruggenti anni Venti visitando l’Europa e i suoi musei, mostrandosi appassionata di arte classica, di storia e di letteratura. Il suo primo romanzo, “Alexis o il Traité du vain combat”, è del 1929. Nel 1930 cede alla sua passione e si trasferisce in Grecia, dove vive per un anno, scrivendo con meticolosità le sue prime novelle. Nel 1934 inizia le ricerche su questo personaggio che l’attrae irresistibilmente: l’imperatore Adriano. Dichiarerà di esserne attratta in un momento della sua vita in cui aveva perso fiducia nei miti e nelle divinità, nella fede e nei suoi contemporanei. Quando nel 1939 scoppia la guerra, Marguerite Yourcenar parte per gli Stati Uniti con la sua compagna Grace Fricks, conosciuta un anno prima. Per un po’ insegna letteratura comparata al Sarah Lawrence College, vicino a New York. Diventerà anche traduttrice, perfino della Woolf di cui traduce “Le onde”, scelta azzeccata per il suo temperamento fluttuante. Concepiva la traduzione come un intermezzo volontario nei periodi d’intenso lavoro creativo, una sorta di straordinario esercizio ginnico, tanto più proficuo quanto più lo spirito dell’opera originale è estraneo a quello di chi la traduce. Nel 1947 ottiene la nazionalità americana. Ma lo stesso anno abbandona la cattedra e si ritira in un’isola nello stato del Maine, l’isola di Monts-Deserts con la sua compagna. Un ritiro attivo che dedica totalmente alla sua ossessione, Adriano, che continua a perseguitarla giorno e notte, riempendo quaderni e quaderni di ricerche e spunti per raccontare la sua storia. Quando ritrova in un vecchio baule una bozza del primo manoscritto, decide che da allora lui sarà “l’uomo della sua vita” e non lo abbandona fino alla stesura definitiva. La sessualità e le relazioni dolorose sono temi ricorrenti nel suo lavoro di scrittrice, poetessa e saggista. Marguerite Yourcenar è stata una filosofa della parola, scrittore, come si faceva chiamare, non è abbastanza. È diventata la prima donna a unirsi all’Académie française, dove è rimasta dal 1980 fino alla sua morte nel 1987. “(…) Voi mi avete accolta, questo me incerto e fluttuante, questa entità di cui io stessa ho contestato l’esistenza… eccolo come è, circondato, accompagnato da una schiera di donne invisibili che avrebbero dovuto ricevere molto prima questo onore, al punto di spostarmi da un lato per lasciar passare le loro ombre: Madame de Stael, una delle migliori menti del secolo, George Sand, Colette.”

All’inizio degli anni Cinquanta, una Francia sconcertata accoglie la storia della passione di Adriano per il giovane Antonino, e frasi come “questo bellissimo levriero avido di carezze e ordine si sdraiò sulla mia vita” mostra al mondo che si poteva essere allo stesso tempo un grande imperatore e un grande amante che attingeva la sua forza nell’ossessione amorosa. Se alla fine del XX secolo l’omosessualità non è più punita, come lo era ancora in Francia negli anni Cinquanta, è in parte a Yourcenar e al suo Adriano che lo dobbiamo.

Guardando la sua ultima intervista, pochi mesi prima della sua morte, rilasciata completamente in italiano al giornalista Giovanni Minoli, che a lei dedicò una puntata del programma di culto “Mixer”, si resta incantati. Come davanti all’ultima imperatrice. La scrittrice ipnotizza l’intervistatore con il suo piglio imbarazzato,come se la più grande scrittrice francese contemporanea non si sentisse all’altezza nemmeno di se stessa. In un’altra famosa intervista, precedente a questa, teorizza il paradosso dello scrittore che è quello di perdere la sua vita a scriverla mentre in realtà dovrebbe uscire e viverla. Una frase che riassume bene la filosofia di questa donna forte, che si è fatta strada da sé.

Cara Marguerite,

lo scrittore deve vivere e contemporaneamente radicarsi nel nulla per esprimere a parole quello che la sua mente produce. Scrivere è un’abitudine come impastare e mangiare ciò che si è creato dal nulla.

“Le abitudini servono alla creazione letteraria, perché nelle abitudini c’è un che di rituale. Alzarsi la mattina, scendere ad accendere il fuoco in cucina, dar da mangiare agli uccelli, guardare il sole dalla terrazza, sono altrettanti riti che finiscono col diventare assolutamente impersonali.”

Da te edotta con questo piccolo grande precetto, l’altra sera ho impastato per la prima volta. Farina, olio, lievito, sale. Non eri tu quella che diceva che scrivere è come fare il pane? Bisogna sporcarsi le mani, impastare dal niente, aspettare la forma naturale di una creatura e darle poi il contenuto che le spetta.

Saper mettere le mani in pasta e poi attendere. Che grande lezione di cucina letteraria. In effetti, impastando molti aspetti che sfuggono quando si addenta un pezzo di pane bello e pronto, non sfuggono. Non sfugge, con le mani sporche di massa, quell’odore inconsistente della mancanza di una forma ancora da prefissare. Perchè uno scrittore sceglie determinati personaggi rispetto ad altri? Li sceglie seguendo un mistero o una verità? Entrambi, credo. Insomma questo insegni tu. E non arricciare il naso davanti alla parola “insegni”. Tu l’hai fatto e continui a farlo ai tuoi lettori eterni.

Si scrive di cosa si sa. Come si sceglie un periodo storico e i suoi personaggi? Forse con lo stesso criterio degli ingredienti per una focaccia? Alcuni sono indispensabili e universali, altri invece fanno parte del nostro mondo noto. Li abbiamo “assaggiati” da qualche parte in un altro spazio-tempo e proviamo a metterli in scena per vedere l’effetto che fa. E il sapore che avranno. Se questo sapore ci assomiglia, anche se viene da luoghi lontani ed epoche lontane. Ogni libro è come una focaccia impastata per la prima volta. Non sappiamo che gusto avrà, non sappiamo che cottura e che forma prenderà. Non possiamo prevederne la consistenza. Ma sappiamo che sarà assolutamente fedele alla realtà, alla nostra realtà. Che può essere a volte anche solo la realtà di una domenica pomeriggio d’autunno, in questo caso già diversa dalla prossima.

alessandra

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