“L’ingaggio” di Marco Marsigliano – #dopolavoroletterario n. 41

Marco Marsigliano è uno che spazia e si sposta e non sa stare fermo.  L’unica certezza è l’ironia. Non sai mai dove la sua scrittura arriva, chi punterà e tantomeno il motivo. Ha frequentato due laboratori, sia “Una Storia tutta per sé” che “Scrivere storie fantastiche”. La sua abilità narrativa si nutre di continui inizi, rilanci del destino e rincorse del suo talento. Questo ad esempio è racconto bellissimo, pieno di sorprese. Potrebbe essere uscito da uno dei miei laboratori come dal cilindro di un prestigiatore al posto di un coniglietto. (La foto pare sia dell’autore. ) Buona lettura!

L’ingaggio

di Marco Marsigliano

Quando Sandro ce lo disse pensammo subito a una fregatura.

Ci aveva convocati d’urgenza per riferirci una notizia che definiva sensazionale. Io e Giulio avevamo smesso di credergli il giorno stesso in cui l’avevamo conosciuto, quando ci raccontò che David Bowie lo aveva molestato nel corsello di un parcheggio con la scusa di una sigaretta.

You got a smoke? gli aveva chiesto ammiccando e, senza aspettare una risposta, si era messo a palpeggiarlo, facendogli scivolare una mano lungo il fianco mentre, con la lingua, si ripassava le labbra tumide.

«Ve lo giuro su quello che volete!» insisteva concitato. «Mia cugina ci ha chiesto di suonare alla sua festa!»

«E scommetto che ci vuole anche pagare!» commentò Giulio, sarcastico.

«Trentamila lire!» esultò Sandro, strofinandosi il pollice sull’indice. «Trentamila lire… a testa!»

Giulio si sdraiò sul letto e stiracchiò le gambe oziose.

«Ma Bowie viene per conto suo o lo dobbiamo passare a prendere?»

«Fate meno gli stronzi, quando fate gli stronzi» stilettò, seccato, Sandro.

Lo infastidiva che non lo prendessimo sul serio. A volte ci rimaneva male fino a piagnucolare, anche se col tempo aveva imparato a respingere i colpi più insidiosi. Giulio diceva che era un venditore di carote ma non lo faceva per cattiveria, soltanto non sapeva resistere alla tentazione di mostrarsi superiore anche quando non c’era nessuno con cui competere. Io avevo sempre evitato di domandargli da dove venissero quelle storie strampalate, pensavo che chiedere fosse una scortesia, un gesto di impertinenza, che i buoni amici, gli amici, se li tengono come sono, senza indagini, senza intromissioni. Ma io, anche se allora non lo sapevo, non ero mai stato un buon amico.

«Perché non ci sei andato?» domandò Giulio.

«Con chi?»

«Con David» riprese irriverente. «Era Bowie mica Scialpi!»

«Io il portone di dietro non me lo faccio scassinare nemmeno dal Duca».

«Per un miliardo?»

«No».

«Dieci miliardi?»

«None!»

Mentre Guido e Sandro contrattavano il prezzo della profanazione, realizzai che qualcosa sfuggiva dal ragionamento, e tentai un affondo:

«Ma scusa, Sandro, com’è che tua cugina ha deciso di chiamare proprio noi?»

«Perché le piace la nostra musica!» rispose Sandro con l’ingenuità di un tonno.

«E quando l’ha sentita la nostra musica?» proclamai con decisione, convinto di avere smascherato l’ennesima sballonata.

«Le ho dato una nostra demo» si difese Sandro.

«Una demo? Che demo?» dissi incrociando lo sguardo perplesso di Giulio che intanto si era raddrizzato sul bordo del letto.

Sandro afferrò una cassetta abbandonata sulla scrivania e la infilò nello stereo. Clic.

«L’ho fatto col walkman, settimana scorsa, durante le prove» disse orgoglioso. «A vostra insaputa».

L’espressione a vostra insaputa ci fece pensare che quella cassetta, qualsiasi cosa contenesse, non sarebbe dovuta esistere.

Dopo alcuni secondi di silenzio statico, la stanza fu sommersa da una specie di lamento antelucano, una strana congerie di vibrazioni lontane che solo per una fortuita e imponderabile combinazione si fondevano insieme a formare qualcosa di vagamente armonico.

«Non si capisce un cazzo!» sentenziò Giulio avvicinando l’orecchio a una cassa.

«Se magari non ci parli sopra…» protestò Sandro.

«Io sento solo un fruscio».

«Ma che inestimabile rottura di palle! Non sarà professionale ma è pur sempre una demo!»

«Non è una demo, è un fruscio con della musica di sottofondo».

«Intanto, grazie a me, adesso abbiamo un ingaggio».

«Intanto, grazie a te, adesso siamo sputtanabili e ricattabili» concluse Giulio.

Qualcosa continuava a non tornare.

«E tua cugina ascoltando questa roba si è convinta a farci suonare?» dissi.

«Sì».

«Alla sua festa di compleanno?»

«Sì, ma…».

Lo guardammo preoccupatissimi.

«Dobbiamo prendere il suo ragazzo nella band».

«Sputtanamento e ricatto!» sentenziò Giulio, picchiandosi le mani sulle cosce, soddisfatto della sua previsione.

«Fa il cantante!» provò a convincerci Sandro. «A noi serve un cantante!»

«A noi non serve proprio nessuno» dissi risoluto.

Sandro estrasse la cassetta dallo stereo e la restituì al parcheggio della scrivania. Poi ci fulminò con uno sguardo muto, ricominciando a frizionarsi il pollice e l’indice della mano.

Sandro

Il destino ci aspettava in agguato nella sezione hard & heavy di Soundage, il più fornito negozio di dischi della città. Io e Giulio eravamo impegnati a scartabellare una pila di vinili, animati dalla messinscena di una accesa rivalità.

«Questo è stupendo! Lo conosci?» chiese Giulio estraendo dal mucchio In a gadda da vida degli Iron Butterfly.

«Un classico!» dissi, mentendo clamorosamente.

«Uh! Uh! Guarda quest’altro!» rilanciai, spiattellandogli sotto il naso Rising dei Rainbow che avevo scelto solo per la sua copertina sgargiante e suggestiva.

Avevo la convinzione che nemmeno lui conoscesse quelle band primitive, quegli album dai titoli arcani, delle canzoni mai sentite, dall’esistenza insospettabile. I nostri pellegrinaggi settimanali, a caccia di improbabili cimeli, erano una sorta di prova di carattere. Ammettere la propria impreparazione, in un ambito in cui entrambi ci eravamo autoproclamati competenti, era una sconfitta troppo infame da gestire. Mettersi a nudo significava rinunciare all’autorevolezza della propria faccia. Bisognava mentire, mentire sempre, ridefinire i confini tra la logica e il decoro. Come quando, a scuola, per difendersi da una domanda particolarmente insidiosa si dava la colpa al libro. Sul libro non c’era. Io, però, l’ho spiegato. Ero assente. Eri presente. Volevo dire che ero in bagno. E non potevi chiedere ai tuoi compagni? Ho perso tutti i numeri in un incendio. Non contava la verità, contava non perdere il prestigio faticosamente costruito in anni di fragili apparenze. Io ero un chitarrista con le palle, Giulio un batterista cazzuto. Due anime gemelle.

Tutti eravamo qualcosa che non sapevamo, tutti sapevamo di non essere niente.

Mentre proseguivamo in quel gioco di inganni, una voce efebica ci sorprese alle spalle:

«Non li ascolto più da quando Ronnie ha lasciato il gruppo».

Ci voltammo incuriositi. Era un ragazzo pallido, macilento, con gli zigomi sfuggenti, gli occhi bistrati di eyeliner, le pupille screziate di un grigio malinconico e impenetrabile.

«Ronnie?» dissi, impulsivo, tradendo la mia impreparazione. Giulio mi lanciò uno sguardo d’avvertimento. Non era più una corsa a due, ora avevamo un avversario comune.

«Ronnie James» disse il ragazzo, accennando alla copertina di Rising che ancora stringevo tra le mani.

«Ronnie James…» ripeté Giulio «grandissimo… artista!»

«Dio ti manda veramente in estasi con la sua voce» riprese l’intruso, roteando gli occhi di piacere come uno squalo che abbia appena azzannato la sua preda.

«Così dicono» ribatté Giulio. «Una mia bisnonna vedeva l’arcangelo Michele e ogni volta diceva che…».

«Ronnie James Dio, il cantante dei Rainbow! Rimetti a posto la vecchia!»

«Ma ti prendevo in giro!» rispose Giulio, imbarazzato, strappandomi l’album dalle mani e rimettendolo nel mucchio. «Comunque, io sono Giulio» tagliò corto.

«Sandro».

Riprendemmo a scorrere i vinili come se fossimo amici da sempre, finché non incocciai in uno dei pochi dischi che conoscevo, e lo sfilai dagli altri.

«Qualche commesso deve averlo catalogato nella sezione sbagliata».

«Mettilo via! Levalo!» mi intimò Sandro che neanche un vampiro con l’aglio.

«Perché? Non ti piace?»

«Quel bastardo!»

«Ma chi?»

«Mi si voleva fare!»

«Cosa?»

«Sì, l’altra sera, in un parcheggio».

«Ma che cazzo…»

«Ve lo giuro su quello che volete!»

Rimanemmo frastornati da quell’incontro. Qualcosa, in quel ragazzo singolare, ci aveva conquistato. Forse perché sapeva molte cose più di noi sulla musica che ci piaceva, o forse per il fascino magnetico che hanno sempre le persone tormentate. Nessuno contava più di rivederlo, e probabilmente lo avremmo persino scansato se l’avessimo incrociato per strada, ma il futuro aveva il sorriso beffardo di una lotteria.

Quando decidemmo di rientrare, fuori brillavano già i primi lampioni.

La sera era arrivata troppo in fretta, benché fosse estate, e io non vedevo l’ora di tornare a casa per rivelare ai miei genitori la vera identità di Dio.

Pan

Eravamo fermi da quasi venti minuti davanti a una cabina telefonica. Un caldo asfissiante, da far tremare i dati nelle statistiche, ci alitava intorno. Il sole sembrava essersi fermato, immobile e crudele, in un perpetuo mezzogiorno che ci rendeva tutti più irrequieti. Zampillavo di sudore e una sete inestinguibile mi seccava il sangue nelle vene. Non riuscivo a immaginare un supplizio più allettante di venire torturato dalla Santa Inquisizione: legato a un tavolo, un imbuto di legno infilato in bocca, i messi dell’inquisitore che mi versavano litri di acqua fresca nella gola arida.

Sgusciai nella cabina inseguendo la chimera di un po’ di refrigerio.

«Ma che fine hanno fatto?» domandai, esausto.

«Avranno avuto un contrattempo» congetturò, clemente, Giulio.

«In una giornata così, l’unico imprevisto tollerabile è la morte violenta».

«Incidente d’auto?»

«Formiche assassine».

Una Panda sgangherata parcheggiò sbilenca contro il marciapiede. I finestrini abbassati, i Def Leppard che facevano tremare il parabrezza. Sandro, in sandali e bermuda, scivolò dal sedile passeggiero e ci venne incontro, scintillante. L’autista si attardò a tramestare col bloccasterzo.

«Un altro minuto e chiamavo un’ambulanza!» dissi mentre evaporavo.

«Eravate in pensiero?» rispose lui, abbozzando un sorriso compiaciuto.

«Stavo per avere un collasso, Sandro. Ci sono 100 gradi!»

«Sì… è che ci siamo fermati a comprare le sigarette».

L’autista si arpionò al tettuccio della Panda, improvvisò un movimento atletico da fare impallidire i cugini Hazzard, poi si lanciò dal finestrino senza aprire lo sportello e cominciò ad avanzare nella nostra direzione. Lo guardammo stupefatti.

La sigaretta incollata al labbro superiore, una maglietta bianca e consumata da cui spuntavano due braccia esili e affusolate da tubercolotico. I capelli lisci abbandonati sulle spalle, la barba lunga e bionda che gli cascava sul petto.

«Lui è il ragazzo di mia cugina» sentenziò Sandro con entusiasmo puerile, quasi a volerci dimostrare che il pericolo di un colpo apoplettico non era stato inutile.

«Sembra un apostolo» commentò Giulio.

«Piacere, sono Pan» disse il nuovo arrivato, addrizzando una mano nel vuoto.

«Pan?» fece eco la voce di Giulio.

«È il mio nome d’arte».

«E quello anagrafico?»

«Pantaleone ma Pan è più evocativo».

Giulio abbassò la testa e gli spizzò i sandali francescani.

«In che senso, evocativo?» domandai cercando di salvarlo.

«Che ognuno ci può vedere dentro quello che gli piace: pantera, per esempio o pandemonio».

«Pantofola e pandoro?» continuò la sequenza Giulio, alla sua maniera.

«Ragazzi» tagliò corto Pan, avvicinandosi malizioso come per confidarci un segreto inconfessabile. «Conosco un discografico».

Non era un apostolo, era il messia. E questa volta nessuno lo avrebbe tradito per trentamila lire.

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alessandra

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