Jane Austen, la mia maestra virale

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 16 giugno.)

Cara Jane,

senza ciò che non ti è mai appartenuto non avresti avuto di che scrivere. La ricchezza e l’amore. La loro mancanza ti ha permesso di scoprire che oltre la persona, dentro di te c’era una scrittrice. E come scrittrice sei stata una dea, la dea della mancanza.

In ogni scrittore c’è un’altra persona. In te ci sono altre donne. Quelle che hai scritto “con un pezzettino d’avorio lungo due pollici con un pennello così fine che dopo molta fatica l’effetto diventa minimo”. Scrivendo, hai creato figure femminili con una perfezione che va oltre la sensibilità. Dentro le tue ragazze c’è il tuo sguardo, c’è la cura e la fatica di appuntare di nascosto una frase o un pensiero, di sporcarti le mani con la carta assorbente pervasa dall’inchiostro. Spesso i fogliettini su cui inventavi le tue storie, li nascondevi in casa e molte lettere che i tuoi personaggi scrivono nei tuoi romanzi sono messaggi dentro la bottiglia, piccole profezie che auguravi a te stessa di avversarsi. In parte non è stato così, in parte ce l’hai fatta. Senza la tua Lizzie o la tua Elinor non ci sarebbe stata nessuna Miss Rossella o alcuna Jo March e nessuna Carrie Bradshow avrebbe rivoluzionato il modo di raccontare i sentimenti femminili non solo a New York ma in tutto il mondo.

Certo, so che avresti voluto in dono i tuoi desideri esauditi. Ma la tua esistenza è stata una partita a scacchi tra ardore e saggezza. Non c’è mai stato un desiderio egoistico. E tu mi insegni che l’egoismo è il fine di ogni storia.Ti sono grata, mia adorata Jane, per ciò che hai dato a me, salvandolo dalla cenere della tua vita, delle tue delusioni, delle tue solitudini. Ti sono grata per aver scritto, nero su bianco, che l’egoismo invece non è il fine di una storia ma la sua fine. Leggendoti ho imparato che la felicità in senso assoluto è impossibile, ma per fortuna molti difetti della nostra Vita possono generare gioie e storie infinite.

RITRATTO

Raccontare Jane Austen significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Una cosa è certa: leggerla è molto più divertente che raccontarla.

Di Jane Austen, nata in Hampshire nella campagna meridionale inglese nel 1775, si pensa di sapere tutto. Un po’ per le poche notizie che si hanno della sua vita, un po’ per la diffusione virale della sua produzione letteraria. Questa percezione onnipresente e falsamente esaustiva dell’autrice ha dato vita all’“austenite”. Non si tratta di una vera malattia e nemmeno di un morbo. È una sorta di virus letterario che influenza chi scrive storie. Si è affetti da “austenite” quando si inventano trame eccellenti, personaggi indimenticabili, ambientazioni e immaginari universali. Tutti elementi caratteristici della sua opera. Ma non solo. Si è affetti da “austenite” quando una storia d’amore scavalca le pagine di un romanzo e diventa, o si pensa possa diventarlo, una storia vera.

Di romanzi compiuti la Austen ne ha scritti soltanto sei. Ma le sue trame le sono sopravvissute, hanno prodotto meccanismi narrativi poi assorbiti non solo dai romanzi ma anche dal cinema e dalle serie tv. Comincerei a leggerli uno per uno senza seguire un ordine preciso, ma lasciandosi ispirare dal carattere delle protagoniste. Il segreto dell’immortalità austeniana. La tormentata Catherine de L’Abbazia di Northanger; le speculari sorelle di Ragione e sentimento; la caparbia Lizzie di Orgoglio e pregiudizio; l’accomodante Fanny di Mansfield Park; la sconsiderata Emma e la paziente Anne di Persuasione. Sono tutte ragazze all’avanguardia rispetto alla ligia età pre-vittoriana in cui la mente della scrittrice le ha generate.

Togliamoci dalla testa una cosa: Jane Austen tutto è stata tranne che una donnina perennemente acciacata dal mal d’amore. Tutte le eroine austeniane sono sottoposte dal’autrice a una profonda analisi psicologica, che le rende donne complesse e dunque inafferabili e attuali. Ragazze che si ribellano a padri oppressivi o che rifiutano uomini danarosi ma insensibili o che preferiscono leggere romanzi gotici invece di partecipare ai gran balli.

Un modo attuale per leggere i romanzi di Jane Austen è farlo tenendo presente che si trattava di una ragazza che scriveva di ragazze. Di tutto questo universo lei fu sublime inventrice e narratrice con un punto di vista unico: non era ciò che sapeva ma ciò che era a distinguerla dalle altre ragazze. L’ironia che caratterizza le sue storie, però, invece di renderle omaggio fu causa dell’isolamento da parte degli scrittori del suo tempo. Come le sue eroine, Jane Austen pagò caro il prezzo del suo essere vivace e niente affatto consolatoria. Per un momento della sua vita deve aver pensato che scrivere sia stata la sua più grande sfortuna. Peggio dell’amore che pure non le andò alla grande. Il politico irlandese, Thomas Lefroy, è stato l’unico amore della sua vita. Un amore breve e spezzato dalla volontà di lui che non sposò Jane Austen, ritenendola troppo povera rispetto alla sua condizione sociale. La scrittrice lo amerà fino alla sua misteriosa morte, avvenuta a 41 anni il 18 luglio del 1817.

Chi si fece ispirare da Jane Austen fu un’altra scrittrice inglese,molto amata, Virginia Woolf che di lei scrisse: “Non le piacevano i cani. Non stravedeva per i bambini. Era indifferente agli affari pubblici. Non aveva una solida educazione letteraria. Era antireligiosa. A seconda del momento, era fredda e volgare. Il solo ascoltare Jane Austen che con la sua voce non dice niente mentre i suoi critici dibattono se fosse una donna, se dicesse la verità, se sapesse leggere e se avesse avuto esperienza diretta alla caccia volpe, è positivamente sconvolgente. Noi ci ricordiamo che Jane Austen ha scritto romanzi. Sarebbe bene che i suoi critici li leggessero.”

Per la maggior parte dei suoi (non) lettori, essere Jane Austen significa essere una damina che prepara dolci e tè per le amiche e i famigliari dimenticando che la scrittrice fu una donna schiva al punto da sembrare eccentrica, con una passione per la lettura spasmodica. La sua scrittura non aderiva alle norme dell’epoca. A cominciare dal fatto che chi scriveva era una donna senza alcuna intenzione di sposarsi se non con l’uomo amato. Così, in un tempo di matrimoni senza amore, Jane rinunciò all’idea. E sposò se stessa.

alessandra

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