J. D. Salinger, le tue parole mi si addicono

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore J. D. Salinger (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 5 maggio)

CARO J. D., 
a volte mi manchi, a volte mi basta rileggere “Il Giovane Holden”. 
Non ti infastidire ma è di lui che ti voglio parlare. Del tuo migliore amico, del tuo peggior nemico.
Proprio non capisco i lettori che, gonfiandosi il petto, dicono: “A me ‘Il giovane Holden’ non è piaciuto”. Fin qui tutto ok. È un libro. Come molti libri può non piacere. Il punto è il motivo. Perché non è piaciuto? La maggior parte della volte non mi arriva una risposta concreta, ma solo un ghigno sprezzante.
Non importa cosa e come questo libro abbia cambiato la mia vita, perché l’ha fatto indubbiamente quando sono arrivata, molti anni fa, a Torino per frequentare la scuola di scrittura a lui dedicata. Posso capire che la mia scelta non sia condivisibile da tutti (e poco importa), ma ho l’impressione che talvolta, in Italia, una qualche antipatia per questa scuola sconfini, a torto, nei confronti del romanzo da cui ha preso spunto. Sento puzza di pregiudizio. Ecco, se c’è pregiudizio nella lettura certamente Holden sta antipatico. Holden i pregiudizi li smaschera e complimenti a te, caro Salinger, che nel creare il suo personaggio l’hai immaginato un ragazzo di appena 17 anni. Resterò con il dubbio che una volta adulto, Holden si sia normalizzato. Ma spero che da adulto sia stato ancora strafottente. E per strafottente non intendo cattivo, intendo puro, candido, autentico. Capace di dire una cosa inaudita: la verità. Quelli a cui “Il giovane Holden” non piace, forse non sono mai stati ragazzi. Non sono mai stati cacciati da una scuola, da una classe, da un cortile, da una parrocchia, dalla propria famiglia. 
«La gente non si accorge mai di nulla. (…) E in parte è vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Tu sei riuscito a dire la verità senza mentire. Hai reagito ai permalosi, ai suscettibili, ai piagnoni, ai sotuttoio, ai sodinonsapere. Sei sopravvissuto a te come scrittore, hai sconfitto l’ossessione della pubblicazione. Pubblicare è la cosa peggiore che tu possa fare, “dal non pubblicare viene una gran quiete”, hai detto. Caspita se è vero. Anni di studi per capire a cosa serve scrivere. La domanda vera è: a cosa serve pubblicare? E la tua risposta ce l’ho trapiantata dentro come un secondo cuore: “E comunque la maggior parte delle cose non vere è meglio lasciarle non dette.”

RITRATTO

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

I personaggi di J.D. Salinger sono così reali che si finisce con il pensare che esistano davvero. A cominciare dai loro pensieri, fateci caso: si impossessano di voi. Tutti abbiamo avuto un fratello come Holden, una sorellina come Franny, un marito come Seymour, una moglie come Bessie.

Salinger comprendeva qualcosa degli esseri umani prima che loro stessi lo comprendessero.

Nato nel 1919 a New York da padre di origine ebrea e madre di origine cattolica (convertita ebrea per il marito), dopo essere stato cacciato da una scuola privata viene spedito dai genitori in un’accademia militare in Pennsylvania, dove comincia a scrivere racconti (di notte, sotto le coperte, illuminato da una pila).

Salinger è lo scrittore che sta sempre altrove. Deve essere per questo che ha iniziato a scrivere, attività che lui visse come una pulsione istintiva. Ha scritto per spostarsi, ed è andata che ha spostato noi. I temi che caratterizzano le sue storie sono tutti legati all’idea di fuga, in forma di abbandono, di morte, di ribellione o di punizione. C’è sempre qualcuno in fuga. E non è certamente casuale. Se c’era un modo in cui Salinger si è sentito realizzato nella vita questo è stato la fuga.

Dopo gli studi alla Columbia e corsi di scrittura serali, per Salinger diventa un’ossessione pubblicare sul The New Yorker, considerato il massimo riconoscimento possibile. Dopo rifiuti su rifiuti, nel 1948 esordisce sulla prestigiosa rivista con il racconto “Un giorno ideale per i pescibanana”. Successo immediato. La vita di Salinger è stata questo: meno cercava il successo più l’otteneva.

Prima del felice esordio, c’è stata la guerra. Salinger combatte in trincea, un’esperienza paranoide dalla quale non si riprenderà mai: “è impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva”.

Salinger morì a 91 anni nel 2010 nel NewHampshire dove si era rifugiato per scrivere e ritirarsi a una vita tranquilla. La sua ultima intervista risale al 1974; uno dei modi per avvicinarsi alla vita e al pensiero di Salinger, a parte leggere l’opera omnia, è la visione del documentario di Shane Salerno scritto e montato senza fronzoli, nel pieno rispetto dell’animo schivo dello scrittore.

Salinger viene identificato come l’eremita, il misantropo, il solitario. Non era proprio così. Viaggiava, partecipava alle fiere, comunicava con i giornalisti, faceva il galante con le signorine. Salinger faceva tutte le cose che facciamo noi, solo che lui le faceva a modo suo. Puntiglioso, ossessivo nella scrittura come nella vita (una virgola in più poteva costare la reputazione dei suoi editor), Salinger non odiava nessuno. Al contrario,amava a tal punto l’umanità da mettersi da parte per osservarla meglio.

«Sono mai stato innamorato, mi chiedi. (…) Non direi Amore, davvero. Cotte, colpi di fulmine, febbri assortite, bollori e raffreddori, matrimoni e relazioni formate da abitudini, ma non proprio una quantità di maledetto amore.»

Ebbe due mogli. Con la prima fu una storia lampo; con la seconda, Claire, sposata nel ’54, fece due figli: Margaret e Matt (quest’ultimo terrà, per la prima volta in Italia, un incontro sul padre nell’ambito del Salone del Libro di Torino). Egocentrico era egocentrico, come regalo di nozze alla diciannovenne moglie regala una copia di un suo racconto e si dice che senza Claire, Franny non esisterebbe. Ma forse questo vale per tutti i personaggi e le donne di JD. Dopo il divorzio dalla moglie, estenuata dall’isolamento del marito, Salinger frequenta molte ragazze, attrici, donne sempre molto più giovani. Tra cui Joice Maynard, giovanissima studentessa e aspirante scrittrice, che Salinger conquistò con lunghe e bellissime lettere in cui elargiva consigli di scrittura senza lesinare complimenti. Una delle più belle dichiarazioni d’amore che le fece, in una lettera, è: Gentile signorina, le tue parole mi si addicono. La Maynard si trasferirà per nove mesi a Cornish convivendo con lo scrittore fino a quando lui non troncherà la relazione, incompatibile con i progetti della ragazza.

La scelta di ritirarsi dalla notorietà, scomparendo tra i monti del New Hampshire, è stata spesso criticata mentre le sue motivazioni erano sincere e naturali: Salinger non voleva cancellare il mondo ma desiderava vivere in uno tutto suo. Altezzoso sì, ma mai cattivo. “La gente crede sempre che le cose finiscano a un certo punto. E invece no.”

Salinger scriveva spinto da qualche demone da esorcizzare, non desiderava essere letto più di quanto desiderasse scrivere bene una storia. Jerry, come lo chiamavano gli amici, disprezzava il benessere, l’avidità e l’ipocrisia sociale. Non sopportava l’idea che per scrivere l’autore si dovesse svendere. “Il giovane Holden” è la sintesi del suo pensiero; il romanzo ottenne un’enorme risonanza. Nessuno sapeva di essere il giovane Holden prima che Salinger lo inventasse: È tremendo, se uno ci pensa.” Direbbe, Holden.

alessandra

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