Flannery O’Connor – La mia Maestra Spirituale

(Questa è la versione integrale del ritratto di Flannery O’Connor , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  22 marzo)

“Un bisogno disperato degli altri, che rimane inappagato, può farti prendere un indirizzo creativo.” Flannery O’Connor viveva la scrittura come un atto di spirito, un’esperienza più simile a una visione profetica che a un esercizio di stile. Il valore letterario di questa scrittrice, erroneamente misconosciuta, risiede nella sua capacità di offrire, ai lettori dei suoi libri, un terzo occhio con cui osservare il mondo: “Per lo scrittore di narrativa tutto trova verifica nell’occhio.” Per questo è importante recuperarla, donare una prospettiva nuova a qualcuno è cosa preziosa e irrinunciabile.

Nata il 25 marzo del 1925 a Savannah, in Georgia, nel cuore del profondo sud americano Flannery O’ Connor, come molte scrittrici del sud, non fece mai mistero del legame intenso con la sua terra natia. Sosteneva infatti che una buona storia si deve sentire anche nell’intonazione territoriale dei suoi personaggi. Un luogo non può rimpiazzare un altro nella scelta di un’ambientazione narrativa. Nota per il suo piglio polemico, criticò a lungo l’atteggiamento di alcuni scrittori suoi contemporanei: “Siamo qui a un convegno di scrittori del Sud. Tutti i racconti recavano indirizzi della Georgia o del Tennessee, eppure della particolare atmosfera del Sud non c’è traccia. I pochi nomi geografici sparsi qua e là, come Savannah, Atlanta o Jacksonville, avrebbero potuto benissimo essere rimpiazzati da Pittsburgh o Passaic, senza che per questo la storia richiedesse altre modifiche. I personaggi parlavano come se non avessero mai sentito un linguaggio diverso da quello uscito dal televisore. Qualcosa non quadra.”

Il sud della O’Connor è un mondo che non tutti possono abitare. Intendendo l’inclusione non come un privilegio piuttosto come una naturale affinità. È un mondo terribile e insieme affascinante. Se “l’abilità di creare vita con le parole è essenzialmente un dono. Se ce l’hai già in partenza, puoi perfezionarla; se invece non ce l’hai, tanto vale lasciar perdere”; allora stessa regola, mutatis mutandis, va apposta prima di aprire uno dei suoi libri: leggere Flannery O’Connor è essenzialmente un dono. Se non lo si ha, meglio lasciar perdere.

In cosa consiste questo immaginario così ardito? In due ispirazioni ben precise: l’infanzia e la spiritualità della scrittrice. A proposito della prima, scrive: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni.” Parole sacre per Flannery, complici due avvenimenti della sua stramba infanzia. Il primo è legato a un pollo che cammina al contrario, il secondo a un angelo custode preso a pugni. Nella fattoria di famiglia la piccola Flannery addomestica un pollo, come fosse un gattino, insegnandogli a camminare all’indietro. Fa scalpore al punto che da New York mandano un giornalista televisivo a riprendere il fenomeno e la bambina si esibisce in una proto-corrida di mini-dilettanti allo sbaraglio. Il secondo “trauma infantile” avviene dopo qualche anno, quando comincia a studiare dalle suore e accade l’inverosimile. L’episodio lo racconta in una lettera del 1956: “Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa“.

A un’infanzia allegramente bizzarra segue un’adolescenza tristemente tesa. Suo padre si ammala e muore a causa del lupus eritematoso, una malattia che attacca il sistema immunitario e si trasmette per ereditarietà. Flannery sa che il male da quel momento non l’abbandonerà, si sbaglia di poco. Infatti morirà della stessa sorte a soli 39 anni nel 1964.

Ma, dopo i primi periodi di naturale assestamento, riprende in mano la sua vita senza mai rinunciare alla lotta. Terminati gli studi, prima al College e poi all’università, frequenta un master di scrittura creativa dove concede spazio e tempo alla sua ossessione: inventare storie: “Avevo un insegnante di scrittura molto bravo che diceva: Scava il tema. Colpisci il lettore ma non fargli mai capire cosa lo ha colpito; se lui capisce cosa l’ha colpito, non riuscirai più a colpirlo di nuovo.”

A vent’anni diventa fervente cattolica, attraverso un percorso intimo e di purificazione dello spirito e dello sguardo. (Tradirà il suo proverbiale misantropismo solo per andare dal Papa, in Vaticano, nel 1962.) Per Flannery O’Connor la scrittura è mistero, non meno della Fede.

Pur avendo dedicato tutta la sua vita a scrivere racconti, in America è considerata la madre delle short stories,la scrittrice esordisce in sordina con il romanzo “La saggezza del sangue nel ’52. A cui segue nel ’60 il secondo romanzo “Il cielo dei violenti”. Entrambi incentrati sui temi del perdono, della redenzione contro il buon senso e l’ottimismo dell’America benpensante: “Quando ho cominciato a scrivere, questa faccenda di scandalizzare la gente mi preoccupava non poco, convinta com’ero di scrivere cose incendiarie. La gente non fa che scandalizzarsi non solo di quanto per sua natura è scandaloso ma di quanto non lo è. Il fatto è che per non scandalizzarsi bisogna avere una visione d’insieme delle cose, e sono in pochi ad averla.”

I suoi prestigiosi racconti videro la luce editoriale solo nel ’64, dopo che diede tutta se stessa alla loro stesura, nonostante le osse piegate e spezzate dalla malattia.

Flannery O’Connor aveva un modo maestoso di mettere in scena la vita di gente di campagna, rossa in volto come quel piccolo fazzoletto di “terra rossa” tutta di un pezzo come l’animo di chi la abita. Severa ma giusta, si deve a lei il monito, caro a chi scrive e aspira a pubblicare: Show don’tell. Cioè: mostra, non riferire. Non serve dichiarare un dolore o una gioia, in una pagina scritta, se non si è in grado di mostrarla con una penna precisa come un ferro chirurgico. Si tratta della prima donna che ha ufficialmente fatto della scrittura non solo il proprio mestiere ma anche quello dei suoi studenti universitari, giovani aspiranti scrittori. Eccentrica fino alla fine, al punto da dedicarsi all’allevamento dei pavoni con la stessa intensità con cui si dedicava all’insegnamento della scrittura creativa: “Ho intenzione di tener duro e di lasciare che i pavoni si moltiplichino, perché sono sicura che, alla fine, l’ultima parola è dei pavoni”, diceva a chi le chiedeva lumi sul mistero di scrivere. Le poche foto esistenti la ritraggono tra i suoi pennuti bellissimi, appoggiata alle stampelle, gli occhiali a doppio fondo e un’eleganza che illumina pure il buio.

alessandra

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