Ernest Hemingway, il mio Maestro sobrio

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati ad Ernest Hemingway originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  29 settembre

Quella faccia da schiaffi di Ernest Hemingway è il volto più fotografato della storia della letteratura contemporanea. Se ne può ricostruire la vita a partire dalle sue foto. Alcune improbabili. Tipo quando posò come testimonial, ante litteram, per promuovere una località turistica. Altre memorabili. Tipo quando posava per il suo amico, tra i fotografi più famosi al mondo, Robert Capa. Nato nella patria del blues, nei sobborghi di Chicago, nel 1899: precisamente 120 anni fa, Ernest Hemingway è lo scrittore con vite dei gatti (con cui pure è stato immortalato in numerose foto).

Narcisista e macho, l’iconografia di questo personaggio leggendario lo ritrae come un uomo viveva con la guerra dentro. Da ragazzino lottava contro i suoi coetanei.

Durante la scuola manifestò il desiderio di dare di boxe per difendersi dai compagni che lo avevano picchiato. Dopo la scuola scelse deliberatamente di non laurearsi e divenne nel 1917 cronista per il quotidiano locale di Kansas City, città dove aveva scelto di vivere per allontanarsi dai suoi.

Da giovane si arruolò come volontario nella Prima Guerra Mondiale, in cui ebbe un ruolo come assistente di trincea sulla riva del Basso Piave. Dove si ferì, fu operato a Milano, si innamorò di un’infermiera tedesca ma lei lo rifiutò, così lui scrisse “Addio alle armi”. Cosa sarebbe la letteratura senza le delusioni d’amore di chi la scrive.

La sua implicazione bellica ebbe un seguito con la partecipazione alla guerra civile spagnola che raccontò in “Per chi suona la campana”, in cui coglie un aspetto inconsueto del conflitto mostrando come sia stato strumentalizzato per le trame della politica internazione dell’epoca.

La guerra addosso Hemingway non se la scansa nemmeno nel periodo parigino, quando vive una guerra di riflesso. Una siuazione incorniciata dalla sentenza di Gertrude Stein, scrittrice “perduta” che presiedeva il salotto parigino delle avanguardie artistiche dove Hemingway insieme con T. S. Eliot, Ezra Pound e W. Faulkner (per dirne alcuni) si intratteneva a leccarsi le ferite trasformandole in arte: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta“.

All’emotività della definizione, che ha creato un’epoca artistica, lo scrittore americano rispose lucidamente: “Tutte le generazioni erano perdute da qualche cosa e lo erano sempre state e sempre lo sarebbero state.” La guerra per lui è un fuoco che brucia dappertutto, non solo sui campi di battaglia. Questi anni parigini li racconterà, in parte, in Fiesta, l’esordio da romanziere (1926) che contiene l’indimenticabile: “Mai tornare nei posti dove si è stati felici.”

Hemingway ha rivoluzionato l’immagine e l’immaginario dello scrittore contemporaneo. La prima attraverso le oltre diecimila foto che lo ritraggono, un vero record che non potrebbe essere uguagliato nemmeno dal più volenteroso posatore letterario di oggi. E meno male. Con i baffi o con la barba bianca, con una quantità di animali di varie specie (uccelli, pesci, tori, gatti), con la sua macchina da scrivere, con la bottiglia mezza vuota in una mano, in costume da bagno, con le quattro moglie, con Inge Feltrinelli, con Fernando Pivano, con Ava Gardner, con il pullover a collo alto, con le braghe calate, con il doppio petto, dentro un bar o sulla spiaggia di Cuba, nella Plaza de Toro a Madrid, enrest hemingway ha fotodocumentato quasi tutto. Perfino il fucile. Si racconta che a dieci anni possedesse già un fucile. Proprio l’arma che puntò contro se stesso nel 1961, quando si uccise: «Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.»

L’immaginario che ha cambiato ha invece a che fare con una certa idea del ruolo dello scrittore. Per essere uno scrittore non basta sentirle le cose, “Non sono mica Henry James” ha più volte dichiarato. No, lo scrittore deve scrivere di ciò che ha conosciuto vivendo. Lo spirito d’avventura e l’amore per la lotta sono gli strumenti con cui Hemingway ha toccato la verità delle sue storie; il sentimento del nulla e il destino d’infelicità sono invece gli occhi con cui lo scrittore ha osservato il mondo, rendendolo poi nelle sue pagine più reale che in qualsiasi fotografia.

Caro Ernest,

write drunk, edit sober! Ho una spilletta che mi ha portato una mia amica da New York su cui sono incise queste parole. Senza il nome di chi le ha pronunciate. Allora, spesso, durante le mie riunioni o nel bel mezzo di una revisione editoriale, insomma mentre lavoro, un autore o un’autrice, che fino a qualche minuto prima non avevano avuto il coraggio di chiedere lumi in merito, tergiversando senza far notare che stanno per farmi la domanda del secolo, mi chiedono:

  • Cosa c’è scritto?

  • Write drunk, edit sober.

  • E cosa vuol dire?

  • Scrivi ubriaco, edita sobrio.

  • In che senso?

  • Cioè per ispirarsi ci si può abbandonare ma poi quando c’è da tirare le fila di una storia bisogna essere razionali e lucidi.

  • E chi l’ha detto?

  • Indovina? (Faccio io, solitamente, come un gioco all’impiccato abbastanza sadico.)

A quel punto si alternano nomi e cognomi di varia natura, c’è chi si arrende subito. E allora smorzo la tensione rivelando che chi diceva che bisogna scrivere da brilli ma correggere da lucidi eri tu: Ernest Hemingway. Una buona, una ottima dello scrivere. E anche della vita. Tipo un conto è innamorarsi, un altro è stare insieme. Un conto è scrivere, un altro è revisionare il testo.

Questo smarrimento spaesato che provochi, a partire da una spilletta che tengo ben appuntata sulla pettorina del mio severo trench nero, mi diverte.

Non è la tua sbornia che ti rende sconosciuto quanto la tua lucidità. Il fatto che tu bevessi a colazione due bottiglie di vino, prima di metterti a scrivere sconvolge meno del fatto che le assorbissi per bene prima di dare agli editori le tue storie. A ben pensarci, non c’è nulla di cui meravigliarsi. La tua è una scrittura che fa dell’onestà della mente il perno. Sempre attenti a non dire mai una cosa di troppo, i tuoi personaggi sono all’erta da te stesso e hanno stile a prescindere da te. Questo prendilo come un gran complimento.

Tu sei come una nota blues. Rappresenti uno stato d’animo per intere generazioni di lettori e di scrittori che dicono di aver ereditato qualcosa da te. Ma il blues ce l’hai solo tu. La musica della tua Chicago ti ha reso: Hemingway l’uomo in blues. Colui che vuole disperatamente arrivare al cuore di tutti pur mantendendo, anzi imponendo, un canone e un pensiero mai orientati alla fiducia verso il prossimo e alla vita ma indirizzati verso quello che non c’è. Un vuoto esistenziale che brucia l’anima come una nota blues troppo lunga.

alessandra

Iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere aggiornamenti, inviti ad eventi e notizie sui corsi di scrittura.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi