Emily Dickinson, la mia Maestra di Verità

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Emily Dickinson, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  24 novembre)

“Il Silenzio è tutto ciò che temiamo.
C’è Riscatto in una Voce.

Ma il Silenzio è Infinità.
In sé non ha un volto.”

Può sembrare contraddittorio che una poetessa così sola e silenziosa nella vita, sia stata un’autrice tanto rumorosa e prorompente, e per certi versi, aggressiva nella sua opera. Eppure, è andata così.

Emily Elisabeth Dickinson, nata ad Amherst in Massachussets nel 1830, e morta nella casa paterna nel 1886 a 55 anni, per una nefrite, è vissuta nel silenzio eppure la sua opera esplodeva. Di parole, di immagini, di verità eterne, di desideri che fanno rumore. Più aggressiva a parole che nei fatti, violenta – mai nei toni – nei temi dei suoi versi, basti pensare che la sua ossessione narrativa è stata la verità. Emily Dickinson è stata una donna moderna ante-litteram. Una donna che bastava a se stessa.

La sua storia famigliare è l’esempio, per l’epoca visionario, di come una grande mente cresca e si nutra di grandi mancanze. Nonostante appartenesse a una facoltosa, borghese e popolosa genealogia famigliare, Emily ingoiò subito il suo destino di “ragazza appartata” quando intravide nel padre una figura assente: “Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compra molti libri ma mi prega di non leggerli perché ha paura che scuotano la mente”.

A 25 anni, nel 1855, scelse di vivere reclusa nella propria stanza, senza avere grossi scambi con l’esterno e consacrò questa scelta vestendo per tutta la sua vita di bianco, colore della purezza e dell’assenza. La sua famiglia, in vista e molto religiosa, le aveva impedito di sentirsi libera, di fare delle scelte individuali (come, ad esempio, evitare di iscriversi a qualsivoglia associazione cattolica). E dunque lei, non potendo compiere altre scelte, ne fece una: smise di fare scelte. Visse reclusa. Per molti visse infelice. Ma su questo non c’è da giurarci. Amava la poesia di Shakespeare, di Keats e la prosa delle Bronte. Adorava cucinare. Il suo dolce più riuscito era la torta di cocco, la cui ricetta è rinvenuta insieme a mille altre, scritta in bella copia sulle etichette degli ingredienti utilizzati. Cucinava nel pieno della sua voragine creativa che la mangiava viva: “Questa fame fredda, senza sosta, senza fine.” Il cibo in fondo per lei, come per tutti, non era che un’altra forma di amore: “Prima di amare, io non ho mai vissuto pienamente”.

Non sappiamo cosa avveniva nella sua mente quando chiudeva la porta di casa e poi della sua stanza e volava dentro le sue parole. Si può essere molto felici, anche in silenzio. Il tema della reclusione che pure appare dominante non è necessariamente un segno di una libertà negata. Secondo alcuni, si rinchiuse in quanto malata di epilessia. Secondo altri lo fece perchè respinta dall’uomo di cui si era innamorata, il reverendo Charles Wadsworth già sposato con figli. Ma chi ci vieta di pensare che si recluse per amor proprio? Chi ci dice che Emily Dickinson non abbia vissuto con la persona che rispettava e che amava di più, ovvero se stessa? Intendendo per se stessa non una mera auto-rappresentazione egocentrica del suo io ma la sua anima creativa e creatrice. La reclusione non è stato il segreto del suo successo in vita. Ma di certo le ha conferito una vita eterna. Ripresa peraltro, poco tempo fa, nella prima serie tv dedicata alla poetessa, Dickinson, prodotta dalle Apple Tv e molto attesa anche da noi.

Dopo la sua morte, la sorella scoprì più di un centinaio di poesie, lettere, componimenti in versi che Emily per tutta la vita scrisse su foglietti ripiegati e cuciti a mano e poi relegati dentro un raccoglitore. La poetessa non ha mai visto le sue poesie pubblicate, se non un paio su riviste di poco conto, e non ha mai avuto contatti con qualcuno che potesse averne la curatela. Le sue parole sono rimaste avvinghiate a loro stesse per decenni. È dovuto cambiare un secolo per vederle messe insieme, tradotte in tutto il mondo e amate come meritavano di essere.

Cara Emily,

soffocarsi di mancanze.

Non scrivo e mai scriverò una poesia, ma immaginando questa sera di farlo, solo per una volta e solo per una persona, la mia insana poesia sarebbe questa e sarebbe per te.

Soffocarsi di mancanze.

Un frammento inesistente della mia poetica inesistente. Il corrispettivo del tuo Frammento 1263. Il frammento più bello. Dovrebbe essere scritto sui muri delle scuole non come atto di vandalismo ma come atto di verità.

Di’ tutta la verità ma dilla obliqua –
il successo è nel cerchio –
sarebbe troppa luce per la nostra
debole gioia
la superba sorpresa del vero –

Non esiste un’immagine migliore, per raccontare l’esplosione di una parola buona dentro una vita quotidiana meno buona. Se non cattiva. Una volta qualcuno mi ha detto: non tutto ciò che non è giusto è sbagliato. Quanto è vero. Tu lo sai bene: le tue poesie raccontano storie non giuste ma niente affatto sbagliate. La delicatezza dei tuoi versi viene spesso identificata come la rappresentazione di una martire. Per molti è martire chi non compie le stesse scelte che compiono tutti o la maggioranza. L’individualismo è accettato come devianza artistica. L’individualità come la debolezza di chi non arrivando all’uva racconta che è acerba. Non credo sia stato così per te. Non credo sia così.  Tu sein stata una donna che non si ri-conosceva nelle altre. Una donna che oggi si presuppone di conoscere. Forse non ancora del tutto. Eri un’autrice con una personalità. Capace non solo di riconoscere il vero dal falso ma anche di saperlo raccontare a chi non ha i mezzi per comprenderlo sulla propria pelle.

Come il lampo è accettato dal bambino
se con dolci parole lo si attenua –
così la verità può gradualmente
illuminare – altrimenti ci accieca –

alessandra

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