DFW, il mio Maestro Stoico

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a DFW originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  15 settembre)

Gli scrittori sono spesso esseri umani tediosi. Il loro silenzio, in odore di autismo, si interrompe solo quando parlano di se stessi o dei loro libri. Che poi è la stessa cosa. Non fa eccezione David Foster Wallace.
Un genio? Probabile. Ma fondamentalmente era uno scrittore.
Tutto qui.
«Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive».
David Foster Wallace quando non parlava della sua vita raccontava di come voleva che fosse (la sua vita) oppure di come pensava che gli altri volevano che (la sua vita) fosse. Cioè è vero che alla fine parlava sempre di se stesso. Ma la differenza sta nel modo in cui lo faceva: perfino quando raccontava dei suoi cani, delle loro deiezioni, si desiderava il bis. Scrivilo ancora, David!
Come faceva a vedere certe sfumature della vita che per noi praticamente non esistono eppure ci appartengono? Da dove venivano le sue visioni?
L’unica risposta possibile è nel suo volto. Il volto di David Foster Wallace esprimeva stoicismo. Lo stoico è associato a personalità dogmatiche e irreprensibili, razionali e fataliste. Si dimentica un aspetto fondamentale dello stoicismo: l’ottimismo. David Foster Wallace era sì stoico ma lo era in quanto ottimista. Un ottimismo determinato dall’estrema fiducia nella sua forza mentale, qualità che contraddistingue lo stoico. Solo con un forte ottimismo della volontà poteva terminare il suo romanzo d’esordio La scopa del sistema, pubblicato nel 1997 quando lo scrittore, nato vicino New York, ad Ithaca, aveva appena compiuto 25 anni.
Leggendo i suoi libri si prova una specie di imbarazzo compulsivo sostentato dagli alambicchi della ragione. Nel complesso ha scritto tre romanzi e quattro raccolte di racconti in mezzo ai quali ha mantenuto alta la sua attività saggistica (dando prova di un’intelligenza fuori dal comune) che spazia dalla musica rap al tennista Federer.
Leggendolo appare sulle pagine, come una dolce sindone, il suo viso. Un viso in cui è facile perdersi: un labirinto da lui stesso costruito.
La sua scrittura «ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi sia dare qualcosa al lettore. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore».
Per lui scrivere era soprattutto il suo modo per farsi leggere. Non è così scontato.
La differenza sta di nuovo nel suo volto. I suoi occhi sono occhi piccoli e sinceri, incapaci di guardare diversamente dalle parole che ci ha lasciato.
La sua vita è terminata il 12 settembre del 2008 in California a Claremont. Qui viveva con sua moglie, Karen Green, conosciuta nel 2002 quando lui insegnava Scrittura Creativa all’università e lei era un’artista, pronta a realizzare dei pannelli per rendere visibili le parole di lui. In particolare quelle di un racconto, La persona depressa. Qualche anno dopo si sposano.
Lui non smette di andare in terapia e di sostenersi con gli psicofarmaci ma sta meglio. Viaggia, scrive, accetta seppure con difficoltà di essere diventato uno scrittore già di culto presso i suoi lettori.
Poi c’è quella mattina, quel 12 settembre, David invita la moglie – sempre attenta a non lasciarlo solo e a ogni suo repentino cambio di umore – a uscire, per andare a organizzare la sua prossima attesa mostra. Lei si lascia convincere: in fondo suo marito è il suo più grande ammiratore. Quando torna, la sera, trova David nel patio appeso ad una corda.
L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono. Un’idea all’apparenza semplicissima: su un foglietto si scrive l’azione subita o compiuta per la quale si chiede perdono. Il foglietto viene inserito in un enorme marchingegno che lo trita. Perché perdonare davvero gli altri e se stessi non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Nel suo memoir “Il ramo spezzato”, Karen Green confessa: “Sogno di starmene sulla riva del mare e non vedere le pieghe delle sue orecchie in ogni conchiglia”. Sembra di ascoltare, dentro “ogni conchiglia”, accostata ad un orecchio, lo scrittore americano che sussurra: “L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.Si tratta di una delle frasi più significative del famoso discorso che David Foster Wallace fece in occasione della cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005.

L’esperienza di quella tragedia porterà Karen, qualche anno dopo, a inventare ed esporre la Macchina del Perdono:”Scrivevi la cosa che volevi perdonare o per la quale volevi essere perdonato. Un aspiratore risucchiava il foglietto e lo restituiva sull’altra estremità, in brandelli.” Perchè perdonare non è mai facile, ma è anche l’unico modo di andare avanti e non restare intrappolati in un dolore.

Caro DFW,

mi manca chiunque. È uno dei tuoi pensieri più citati. Si potrebbe tappezzare una parete con le traduzioni in tutte le lingue di questa frase. Ma anche solo per una persona che la sta leggendo per la prima volta adesso, vale la pena citarla ancora.

Ne vale la pena perché mi manca chiunque è la storia della tua vita fino a quando sei stato in vita; è diventata la storia della nostra quando ce l’hai consegnata in eredità.

Se si potesse riassumere in breve, e non si può farlo ovviamente, la depressione ecco forse mi manca chiunque sarebbe la sintesi perfetta. Caro DFW come hai fatto a sentire tutta questa folla intorno a te?

“Ehi, non volevo metterti tristezza. – Dice a un certo punto ne La scopa del sistema un personaggio – Questa è una tristezza mia, non è una tristezza tua.”

Caro David, com’è difficile scriverti questa lettera. L’unica consolazione, il fatto che non la leggerai, è pure materia di afflizione, per lo stesso motivo.

Ecco, la depressione – di cui si è parlato espressamente solo dopo la tua vita – è una forma di tristezza privata. Non condivisile. Scrivere è stato darle uan forma, pubblicare è stato renderla altro. Un romanzo, un racconto. Fino a diventare un’icona. Quello che sei diventato tu con quel fazzoletto sulla fronte, con cui ti stringi la testa quasi a volerla fermare questa tristezza che dici non essere un nostro problema ma una tristezza tua. Su quel fazzoletto, con cui appari nelle ultime foto che ti ritraggono, io leggo una scritta e questa è: mi manca chiunque.

Sono piena di curiosità morbose e inespresse, ma anche se potessi non ti farei una domanda una. Non c’è niente che posso scrivere o pensare oltre ciò che hai scritto e pensato tu. La sensazione che ho, leggendo e rileggendoti, è quella di partecipare ad una cena in cui la tavola è apparecchiata per una persona in più. Un posto fisso per qualcuno che non si sa se arriverà. Ma è bene che questa persona sappia che è atteso, che chi ha preparato la cena, lo sta aspettando. Una testimone invisibile di cui la letteratura contemporanea oggi avrebbe un gran bisogno.

alessandra

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