Cristina Campo, la mia Maestra Imperdonabile

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cristina Campo, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  6 ottobre)

Cara Cristina, la perfezione è un delitto. Allora come mai continuiamo ad essere sue complici?  Non c’è niente di meglio di un’imperfezione. Un neo improbabile sul viso oppure una spigolatura nel carattere. Una storia d’amore incompiuta o un matrimonio fallito. Una domenica barricata in casa, una frittata sfatta. Nessuno è perfetto, eppure è così che vogliamo essere. Le donne ultimamente sono tutte imperdonabili, a prescindere da ciò che fanno o desiderano. Da te ho imparato che la nobile arte di essere imperdonabili ha a che fare con la nobile arte della perfezione. Se sei imperfetta, ti perdonano tutto. Se sei perfetta, a volte non oltrepassi nemmeno la soglia di casa. “Gli imperdonabili” è il titolo del tuo saggio più famoso, oggi se dovessi riscriverlo potresti aggiornarlo al femminile. “Le imperdonabili”. Di imperdonabili sono rimasti in pochi, una dozzina ogni mille. Non voglio esagerare. Agli altri 988 si perdona la sciatteria e l’arroganza, che poi sono la stessa cosa; si chiude un occhio per l’incompetenza e la strafottenza, che poi sono la stessa cosa. Se i 988 mostrano superficialità vengono premiati, addirittura vengono amati. Quella sporca perfetta dozzina invece no. Non può permettersi una virgola fuori posto. Non una giornata di riposo o una banale scivolata su una buccia di banana. Mentre chi non cerca altro ristoro se non l’auto-compiacimento può permettersi perfino di viverci, su una buccia di banana. Non solo di capitarci per caso e magari cadere.

“Le imperdonabili” invece sono sempre in aumento. Le vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole…come cantava Zucchero in “Donne” un bel po’ di decenni fa.

Cara Cristina, non può che trasformarsi in preghiera questa mia piccola imperdonabile lettera con cui ti porgo gratitudine per essere riuscita ogni tanto a perdonarti, lasciandoci le tue immagini fatate e nutrienti con cui guardavi la vita ogni giorno. Cara Cristina, le imperdonabili hanno bisogno di te anche se non ti conoscono. Spero che questa mia preghiera possa arrivare a chi non ha mai fatto uno sgambetto, non ha mai dimenticato l’esistenza di un’amica, non ha mai giudicato nessuno. Questa preghiera spero arrivi a chi ha usato il suo tempo per cercare le parole giuste che non ferissero chi, dopo essere stato perdonato, stava per ascoltarle.

RITRATTO

“Nasce il 29 aprile del 1923 e viene battezzata Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina. Dai genitori e dagli amici sarà sempre chiamata con il suo nome anagrafico, Vittoria Guerrini, ma per tutti gli altri è Cristina Campo.” Comincia così “Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo” (a cura di Cristina De Stefano) che della scrittrice di origini bolognesi, traccia il ritratto di una donna che viveva dentro le parole. A cominciare dai tanti nomi che le hanno dato. Questa ricerca costante di perfezione lessicale l’ha resa una creatura mitologica: una specie di unicorno celeste, di mosca bianca. Un elefante rosa. Cristina Campo è stata una entità prima che un essere umano.

A discapito dei molti nomi con cui fu accolta alla nascita, è stata una donna tutta d’un pezzo. Algida come la sua bellezza. È tra le scrittrici più belle della storia letteraria italiana, con quel viso come dipinto ad acquerello. Di temperamento era irreprensibile. Per questo ad alcuni lettori risulta lontana dall’empatia che si esige da chi scrive libri. Inquieta, più per cultura che per natura. A cominciare dalla scelta di cambiare nome per pudore. Non poteva permettere a se stessa di pubblicare con tutto il peso della famiglia di appartenza. Una famiglia altoborghese con cui condivise un’infanzia stravagante. Cristina Campo crebbe nell’ospedale Rizzoli di Bologna, dove i suoi si erano trasferiti, abitando nella residenza del celebre ortopedico Vittorio Putti, zio della scrittrice. Dunque crebbe sì in mezzo ai coetanei, ma ricoverati dentro un letto d’ospedale. Lei stessa aveva una malformazione al cuore che le precluse la classica spensieratezza infantile, sottoponendo la sua crescita alle continue ansie dei genitori.

Avevo nove o dieci anni… pregai mio padre di lasciarmi leggere qualche libro della sua biblioteca. Egli, con un gesto, l’escluse quasi tutta: ‘Di tutto questo, nulla’ mi disse; poi, indicandomi una scansia separata: ‘Questi sì, puoi leggerli tutti, sono i russi. Troverai molto da soffrire ma nulla che possa farti male’”. Così è stato.

Cristina Campo era una lettrice fortissima, robusta. Ingoiava traduzioni dall’inglese e dal tedesco, lingue studiate da autodidatta a Firenze dove, durante la guerra, si era trasferita con i genitori per consentire al padre di dirigere il Conservatorio fiorentino. Tra il ‘ 43 e il ’45 furono pubblicate le sue prime traduzioni di poesie tedesche e alcuni racconti di Katherine Mansfield, sua scrittrice feticcio.

Forse la cautela a cui i genitori la educarono, la devozione per scrittrici e poetesse di culto (nelle sue lettere e appunti si possono leggere veri e propri dialoghi immaginari con Simone Weil e Marianne Moore) la costrinsero a rinchiudersi nel culto della parola. Fino a diventare ossessionata dalla perfezione. “La passione della perfezione viene tardi. O per meglio dire si manifesta tardi come passione cosciente. È un carattere aristocratico anzi è in sé la suprema aristocrazia.” Considerata una trappista della perfezione, scriveva poco e pubblicava ancora meno. I suoi lavori principali mostrano una penna “appartata”, come il suo stile di vita.

Solo quando a metà degli anni Cinquanta si trasferisce a Roma, le collaborazioni per case editrici e riviste acquistano una maggiore visibilità.

Cristina Campo resta una scrittrice poco nota. In pieno accordo con il suo karma che le imponeva, quasi, di essere inafferrabile. Vale la pena immergersi nelle sue storie fiabesche e delicate, scritte da una Trilli erudita: un folletto delizioso che vagava con la mente alla ricerca di leggerezza per il suo cuore doloroso e pesante. Lo stesso cuore che non reggerà, nel 1977, quando a 54 anni Cristina Campo è morta. Molto amata da amiche e amici, legati a vario modo al mondo della scrittura e della letteratura, è vissuta a lungo nel ricordo di questi. Tra cui l’eclettico Guido Ceronetti che la considerava una scrittrice/scrittore, cioè uno scrittore nato in un corpo di donna. Per quella sua continua ossessione per la perfezione e l’infallibilità: “L’erudizione non era che il manifestarsi della sua ispirazione, il rivelarsi in lei della parola abcondita.

alessandra

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