Cocò – Racconto di Valentina D’Angelo – Dopolavoro letterario n. 28

Valentina D’Angelo l’ho conosciuta a Campobasso, durante il laboratorio “Una storia tutta per sé. Non aveva mai immaginato di scrivere e non aveva mai desiderato farlo. Fino a quando non è accaduto, dentro quella libreria nella sua città durante le ore di lezione. Potrei dire che Valentina “ha visto la luce” per farvi capire cosa accade quando si intravede la propria storia, magari quella che non avresti mai voluto raccontare. Invece lei ha insistito e ha terminato, seguendo dopo un percorso su misura, una breve raccolta di racconti frizzanti, sentimentali, legati allo sguardo e alla crescita di Giulia, una donna che non le manda a dire. Sono fiera del lavoro svolto da Valentina e le auguro di attraversare la sua vita  sempre attraverso le parole, le proprie e quelle che incontrerà per strada tutta la vita.

COCO’

racconto di Valentina D’Angelo

Mi chiamo Giulia.

Sono davanti ad una tazza di caffè, alle undici di un’anonima mattina, con la bocca piena di biscotti e gli occhi vitrei, fissi sul movimento casuale ed ipnotico dei panni stesi al balcone di fronte, che svolazzano al vento. Ancora più ipnotiche, le canzoni di Battiato risuonano nel mio open space.

Oggi non vado al lavoro.

Attendo, con il pigiama addosso ed i capelli arruffati di sonno, un messaggio che non arriverà.

Ridesta dall’ipnosi, faccio un po’ d’ordine in casa: c’è troppo caos. E poi, per impiegare il tempo, farei di tutto. Finanche pulire. A terra, due quadri di Musante, una borsa piena di romanzi, le mie scarpe da ginnastica ripiene di calzini sporchi, la mia tavola Flyboard, per le lezioni in palestra. Sul mobile del salone, una bolletta scaduta da giorni, che fra un po’ mi staccano la corrente, quattro caramelle alla liquirizia, occhiali da sole, il telecomando rotto del televisore, tre CD dei Rondò Veneziano, uno specchietto da borsetta di Chanel.

Tracce di uomo? Non pervenute, come per le temperature di alcune città nelle previsioni del tempo in Televisione.

Ho quarant’anni. Negli ultimi tre, non ci ho capito nulla: ho fatto cose che non avrei mai fatto.Vivo sola in questa casa di ottantanove metri quadri, semplice e luminosa al quarto piano di un palazzo anni sessanta nel centro città. Si affaccia sulla strada principale che brulica di vita. E di rumori, per fortuna, perché mi fanno compagnia insieme al vociare dei bambini dell’asilo alla fine della strada.

Oggi, però, Vorrei buttami dal quarto piano. Dal mio terrazzo senza fiori, brutto come pochi. Ma la strada, di sotto, brulica di negozi e tutti mi conoscono. Olimpia la fruttivendola con la sua voce stridula. Si dice che il marito l’ha trovata nel retrobottega con un vigile urbano e l’ha lasciata. Ma lei non smette di sedurre i suoi clienti. Linda, la parrucchiera con l’ombelico di fuori anche d’inverno. Ha la pancia ma non lo sa. Mariuccio, il barbiere con la vespetta vintage parcheggiata sempre sotto il mio balcone: mi dispiacerebbe scassargliela col peso morto del mio corpo. O col peso del mio corpo morto. Franco, il fioraio che mi saluta a metri e metri di distanza con un sorriso smagliante: gli piacerò.  Pierino, il lavandaio, che mi chiama sempre Maria. Forse avrò la faccia da Maria. Chissà com’è, poi, avere la faccia da Maria. Tutti loro si ritrovano spesso fuori quando sono liberi dai clienti: li sento distintamente quando chiacchierano e, ogni tanto, alzando gli occhi al cielo verso i piani alti, spettegolano dell’uno o dell’altro inquilino. Prima di fare il gran salto, dunque, mi vedrebbero. E … “GIULIA!!!”, mi chiamerebbero e io desisterei subito. Troppo breve il mio nome. Subito mi volterei.  È una stretta di pugno. Come quando il direttore d’orchestra indica, roteando il polso e chiudendo il pugno, che l’esecuzione del brano va interrotta subito, senza alcuna esitazione. Se mi chiamassi E – li – sa – bet – ta o Ma – ri – a – car – me – la, così, per dire un nome lungo, con il tempo che ci vuole per finire il mio nome, sarei già a terra, sulla vespetta del povero Mariuccio.

Per oggi non mi butto. Termino, alla buona, di riordinare: butto tutto ciò che è fuori posto nei cassetti.  Passo l’aspirapolvere: per terra c’è un macello di briciole di pane, residui delle mie cene solitarie.

Faccio una doccia. Relax sul divano. Mi chiama Assunta per fare un giro alla fiera.  Assunta. Nome più lungo del mio. Ma anche lei, come me non ha nomignoli. Solo Laila la chiamava Assuntina, facendo scherzosamente fischiare le “esse” come un’anziana senza denti.

Andiamo alla fiera, io e Assunta, camminando tra le bancarelle colorate, piene di vestiti, sciarpe a pois, giocattoli, cosmetici ormai disciolti al sole e dove sempre si accalcano sciami di donne impazzite attratte dal prezzo stracciato, un prezzo inversamente proporzionale a quello che spenderanno, poi, per una visita dermatologica per sentirsi dire che “signora, si tratta di una allergia da cosmetici. Deve cambiare prodotto”. Ma loro, si sa, non lo cambieranno mai. Troppo bello il prezzo che vale pure lo scotto di avere una dermatite. E ancora, si susseguono vasi di terracotta, noccioline, ritrovati e innovazioni tecnologiche, frutta e verdura.

Uno sguardo corre al telefono. Nessun messaggio. Giulia, chiudi il pugno, rassegnati, la musica è finita, tutto è finito in un pugno roteante cosi, all’improvviso. Così è deciso. L’udienza è tolta. L’udienza. Domani è lunedì e torno a lavoro in tribunale alle nove e trenta. Sono un avvocato ma non mi appassiona più. La passione, ormai, è chiusa in quel pugno del direttore d’orchestra ed è andata via, dopo il concerto, tra l’odore di legno e di ottone degli strumenti ed il sudore acre dei musicanti.

Dopo la fiera, beviamo una tisana da Booty: è un pezzo di storia per la città. Si vendevano vinili, un tempo. Si potevano ascoltare, anche. Oggi si sorseggiano le migliori tisane ma il locale è una accozzaglia di stili, dal vintage all’etnico allo shabby. All’ingresso ci sono grossi barattoli in vetro con erbe di ogni tipo, divisi per thè, infusi e tisane. E poi, crostate fatte in casa, marmellate, liquori e biscottini.Sono le cinque di pomeriggio e siamo a gennaio: fuori fa freddo e sembra già notte fonda. Diventa umido ed io inizio a tossire pezzi di influenza che non passa mai. Da Booty è caldo, le luci sono soffuse; scelgo una banale tisana allo zenzero e limone. Un rimedio contro tutti i mali, dicono. Ottimo per la mia tosse, penso.Assunta sceglie un infuso: “Spirito dell’elfo”, si chiama.Guardo il barattolo che lo contiene e penso a quanti elfi del bosco hanno essiccato e sbriciolato per riempirlo e li immagino, gli elfi. Mi rendo conto che sto pensando a qualsiasi cosa pur di non controllare se mi è arrivato un messaggio o ancora no. Sento ora ancora più forte quel pugno del direttore d’orchestra: mi chiude lo stomaco mentre guardo Assunta che beve gli elfi, crudele anche lei. Immagino gli spiriti che scendono nel suo esofago con le facce ad “Urlo di Munch”. Mi perdo nella mia disperazione, tra le luci soffuse, l’odore dello zenzero e dell’elfo, il fumo che evapora dalle nostre tazze e i cuscini maleodoranti di polvere e di mille avventori. “Voglio andare a casa”, dico timidamente ad Assunta. “Ok” , risponde.

Rientro a casa. Nel buio della mia stanza da letto rischiarato solo dal bagliore della lampada di sale rosa dell’Himalaya, mi guardo allo specchio. Poi guardo il letto ed infine, ancora lui, il direttore d’orchestra ed il suo pugno. Crollo, piango, mi lascio andare.Il pomeriggio non è servito a niente. E’ bastata la mia stanza, con le luci della sera; il comò panna lucido sul quale accendevo candele profumate; l’appendiabiti in legno a forma di scala dove riponeva disordinatamente i vestiti; il comodino con la sua bottiglietta d’acqua ancora piena; le sue ciabatte scendiletto bianche, rubate a Saturnia in una spa; il copriletto con le foglie dai colori caldi ed autunnali che copre il nostro piumone soffice, odoroso ancora di notti di passione e di teneri abbracci. Di baci. Di canzoni d’amore. Di nomignoli ricevuti e dati. Jolanda e Coco’. Anche quelli, il pugno se li è portati via.

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alessandra

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