“Ciao per sempre” di Corinna De Cesare – #dopolavoroletterario n. 19

“Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
Qualcuno li ha visti tornare
Tenendosi per mano”

Il romanzo di Corinna ha la vitalità malinconica delle canzoni di Lucio Dalla. La storia è quella di una ragazza, Margherita, che diventa una donna attraversando i ricordi e i segreti della sua famiglia. In una Puglia nostalgica e sfuggente, si intrecciano esistenze facilmente riconoscibili. più vicine alle nostre di quanto riusciamo a immaginare. Lavorare con Corinna è stato come soggiornare dentro le montagne russe: alternando adrenalina, brividi e momenti di profetico silenzio. Mi auguro che presto questa storia possa trovare una casa, che la accolga con la stessa sincerità con cui è stata scritta.

Questi sono i primi due capitoli del romanzo. Buona lettura. (Photo credit:  Nico Profeta)

CIAO PER SEMPRE

Di

Corinna De Cesare

Ogni famiglia ha un segreto, piccolo o grande che sia: una rosa regalata dall’amante e nascosta dietro una libreria, il ricordo del profumo dell’ex cercato ogni tanto nell’aria, un libretto universitario con voti finti, dei libri orgogliosamente esposti e mai letti.

Il loro segreto era entrato dalla porta di casa e si era seduto sulla poltrona verde di velluto accanto alla nonna. Era un uomo alto, robusto e sconosciuto ai suoi occhi. Margherita lo avrebbe scoperto nel momento giusto, dopo che lui le aveva messo  tra le mani un foglietto bianco stropicciato. C’era scritto:

Queste lettere sono da parte di tua nonna. Ti prego, non aver paura.

  1. MARGHERITA

Quando Margherita arrivò, suo padre sradicava l’erbaccia in giardino. Si era fatto largo tra i cespugli e le belle di notte, destinate a sbocciare solo molte ore dopo, nel buio. Lei dal balcone lo osservava graffiarsi i polpacci con l’ortica mentre ogni tanto, con la canotta fradicia, cercava riparo dal sole con l’aiuto della mano. Poi, girandosi con gli occhi gonfi di chi ha dormito poco, l’aveva salutata puntando lo sguardo verso l’alto.

Il caldo non dava tregua, men che meno in quella casa che sembrava un desolato puntino nero su un foglio bianco: pur essendo infatti ad appena un chilometro dal centro, vicino allo stradone di corso Umberto e al vecchio ospedale San Francesco, vi si accedeva solo attraverso una strada sterrata fatta di piccolissime pietre bianche che a quell’ora erano diventante incandescenti. Tutto intorno la campagna avvolta dal sole rovente d’agosto, come solo in Puglia sa essere.

Gli angoli dei soffitti avevano perso il candore di un tempo e anche i muri erano testimoni di una vita e una routine familiare ormai remota, fatta di candeline spente, giochi con i cugini sotto il tavolo di legno tarlato del soggiorno, pranzi della domenica e altre immagini di vita diventate ormai solo piccole ombre scure sulle pareti. Non era rimasto più niente della loro vecchia vita, se non i ricordi racchiusi in quella quattro mura, certi armadi ancora pieni come di chi fugge all’improvviso e qualche lontano parente. Lo avevano pensato entrambi, Margherita e suo padre, guardando l’intonaco scrostato delle pareti ma non se lo erano detti ed erano rimasti in silenzio per un po’.

Nel salone era stato allestito un enorme banchetto funebre, con i thermos di caffè dei vicini, le pizzette calde, i rustici freddi abbandonati sulla vecchia credenza. La signora Rosa cercava di mettere ordine mentre si infilava in bocca qualche bignè al cioccolato. È una di quelle vecchiette che sembrano anziane da sempre, piegata su se stessa da una vita poco generosa che l’ha resa vedova sin da quando Margherita era appena una bambina e la incrociava sul pianerottolo di casa mentre puliva le scale, ramazzava il pavimento o apparecchiava l’atrio del palazzo con certe piante lunghe e insignificanti. È una donna del Sud che ha immolato la sua vita alla vedovanza, sempre vestita di abiti scuri e con quel bottone di onice tondo e nero, grosso come una ciliegia, sempre attaccato al petto. Era il simbolo del lutto, in uso solitamente tra gli uomini, ma che lei si era ostinata a mettere sui suoi vestiti per ribadire il concetto e spegnere qualsiasi slancio con l’altro sesso. Se era stato o meno per colpa dell’onice, pensò Margherita, quel che è certo è che aveva funzionato.

La mattina della partenza si era alzata molto presto, sistemando la camera di buon’ora e infilando le ultime cose nella valigia.  Chiuse la porta piano piano, per non svegliare i coinquilini e partì. Prese la metro fino alla stazione Termini, poi il treno verso Fiumicino, il volo per Bari e di nuovo il treno fino a Barletta che portava la solita ora buona di ritardo dei treni locali, con i bocchettoni dell’area condizionata rotti. Dai finestrini aveva riconosciuto i campi secchi e le strade curve e deserte di agosto, abbandonate per le più attraenti mete del mare. Un dedalo di vie polverose che dai monti dauni, schietti e selvaggi come i briganti, l’aveva accolta verso sud tra i fianchi morbidi del tavoliere dove i terreni paludosi si trasformano, dalla primavera in poi, in mosaici dalle mille sfumature che danno il meglio di se’ come quei pavoni che aprono la coda per impressionare la femmina. Quando vide dal finestrino le murge, si sentì subito a casa. “Il nostro Gran Canyon”  lo chiamava sua nonna, che paragonava le montagne carsiche a quelle dell’Arizona che poteva aver visto solo in tv, un Mivar di una ventina di chili, piazzato al centro del suo salotto su una robusta libreria di legno massello. Sua nonna si affezionava ai mobili con la stessa intensità con cui si legava alle persone anche se erano poche, a dir la verità, quelle che riuscivano a ottenere la sua fiducia. E così la libreria della nonna rimase immobile nello stesso posto per circa vent’anni fino a quando una scossa di terremoto in Abruzzo, nel ‘92, si diramò tutta intorno fino ad arrivare a Roma, nella sua casa facendo crollare qualche mensola in un effetto domino che riuscì finalmente a convincerla ad ammodernare la reggia. La chiamava così, la sua casa, e non era affatto ironica: era un appartamento come tanti in realtà, una cucina spaziosa, il salone con il camino che si era ostinata a far mettere dal marito. Poi i due bagni e la cameretta dov’era cresciuta la madre di Margherita e dove anche lei dormiva d’estate quando, finita la scuola, andava a stare dai nonni.

– Vai a Roma? – le chiedevano i compagni di classe quando iniziavano a portare le maniche corte e il sole batteva forte sulla lavagna rendendola quasi incandescente. A quella domanda seguiva in genere un lungo elenco di richieste in vista del viaggio nella capitale: Crystal ball e Polly Pocket durante le elementari. Cd e Smemoranda alle medie. Biglietti dei concerti e dottor Marteens originali al liceo. All’epoca la famiglia Lolli abitava in Puglia e a fine anno scolastico Margherita andava dai nonni a Roma per le vacanze estive. Erano giorni spensierati di corse in bicicletta e sere a far tardi, mesi in cui la routine di provincia veniva spazzata via dall’eccitante frenesia di città in cui ogni giorno poteva rivelarsi diverso dall’altro: una mattinata sul litorale romano, un pomeriggio all’acqua park, una serata afosa trascorsa in un cinema all’aperto con le cosce sudate che si attaccavano sulle sedie di plastica. Una centrifuga di un mese e mezzo dopo la quale era persino piacevole tornare alla normalità provinciale, gonfia di aneddoti da raccontare ai compagni di scuola.

Quando la nonna si aggravò, si trasferirono tutti a Roma.

Sembrava che il destino di tutta la famiglia fosse sempre stato quello di scappare dalla Puglia: negli anni cinquanta fu il turno della nonna e quarant’anni dopo toccò a loro. Era il primo gennaio del novantanove quando se ne andarono: si lasciarono alle spalle le campagne innevate a bordo di un’Alfa Romeo carica di valigie, zaini e un bel po’ di lacrime sulle guance mentre le casse della radio trasmettevano Whish I could fly e  ufficializzavano la nascita dell’euro.

– Anna purtè tott au’ sfasc’, disse il padre di Margherita mettendosi al volante, devono portare tutto allo sfascio – commentando con un certo ottimismo l’entrata in vigore della nuova moneta.

Quando arrivarono a destinazione la nonna era già un corpo immobile su un materasso sformato. La malattia l’aveva distrutta dentro e fuori ma non le aveva cambiato lo sguardo, dolce come quello del tempo che passava insieme alla nipote quando la portava nell’unico cinema di borgata a vedere Massimo Troisi innamorato di Francesca Neri.

Per la sua morte era voluta tornare tra i campi brulli e gli uliveti secolari della sua infanzia, in quell’immenso granaio distante quattrocentocinquanta chilometri da Roma, dove aveva vissuto la maggior parte della sua vita.

– Mettiamola lì, dove c’è più spazio – aveva indicato la signora Lolli ai becchini. E loro l’avevano sistemata dove c’era il pianoforte di Margherita, abbandonato lì impolverato e un tempo arrangiato con bomboniere e foto ricordo in quelle cornici d’argento che si anneriscono con il passare del tempo. Tra quelle cornici Margherita ne ricordava una così bene che le sembrava fosse ancora poggiata sul piano: c’era lei, il giorno della sua prima comunione, con una spiga in mano, le sopracciglia folte, i capelli lunghi raccolti in una treccia e un finto sorriso, ostentato come quelle collane d’oro pesanti che aveva visto al collo di certe anziane al funerale. E adesso vedeva anche un’altra foto, quella della nonna di fronte al camino, quando era ancora bella e non cambiava la libreria mezza scassata. I ricordi cominciavano a mescolarsi alle immagini reali, la casa, il pianoforte, lei seduta davanti agli spartiti, il padre che leggeva il giornale sul divano, sua madre che stendeva i panni ad asciugare, la bara, la nonna, il presente, il silenzio.

Non erano mai stati capaci di venderlo quell’appartamento: non lo aveva fatto la nonna dopo il suo trasferimento a Roma e non lo aveva fatto neanche la famiglia Lolli che se n’era andata lasciando qualche mobile e seminando oggetti che si intravedevano in penombra. In cucina era rimasta qualche pentola, un cucù ormai fermo appeso alla parete, una televisione non funzionante e un vaso di creta bianco su una mensola. Nel salone era rimasta la sedia a dondolo, i divani e la sedia di velluto verde, il pianoforte e dei liquori chiusi in una vetrinetta la cui chiave era andata persa da un pezzo.

Erano tutti lì, in quella vecchia casa, raccolti nel salone in stile liberty che puzzava di naftalina, ad accogliere silenziosamente la bara.

  1. LA FAMIGLIA LOLLI

Il signore e la signora Lolli si erano conosciuti a Roma alla fine degli anni ’70,  in un pomeriggio assolato di compere e soldati in libera uscita. Lui passeggiava su via del Corso insieme ai suoi commilitoni dentro una divisa verde bottiglia che gli pizzicava le gambe. Lei, con le sue compagne di scuola, si era fermata un attimo davanti ai muri di marmo di via dei Sabini per leggere alcuni manifesti attaccati abusivamente dalle femministe:

“Le donne hanno le loro colpe, gli uomini ne hanno solo due, tutto ciò che dicono e tutto ciò che fanno”.

E lui, d’improvviso, si era inginocchiato davanti ai suoi piedi:

“Chiedo perdono, sono colpevole” aveva urlato, incrociando le mani l’una con l’altra nel gesto del perdono e sporcandosi i pantaloni della divisa all’altezza delle ginocchia. Lei, da parte sua, era scoppiata a ridere. Non tanto per la sceneggiata, ma per quelle vocali chiuse come le porte della vicina Chiesa del Gesù.  Le pronunciava proprio allo stesso modo di  sua madre che viveva a Roma da più di vent’anni ma quando si arrabbiava con la figlia tornavano a galla le vocali aperte del Sud, l’accento della valle dell’Ofanto che la signora Lolli non aveva mai potuto visitare fino ad allora. C’era una sorta di avversione, in famiglia, su quelle origini tanto in pubblico esaltate per la loro bellezza, quanto in privato rinnegate per motivi poco chiari. Margherita ricordava le interminabili telefonate tra la madre e la nonna, le urla, i pianti su quel filo del telefono a rotella che allungava una distanza fisica ed emotiva. Tant’è che sua madre, per farle passare un po’ di tempo con i nonni, si era convinta che l’unico modo fosse raggiungerli a Roma. Non succedeva mai il contrario, loro non andavano mai a trovarli giù.

Era stato proprio mentre festeggiavano il compleanno di Margherita a Roma, che la nonna aveva ricordato l’episodio di via dei Sabini. “Il ratto della mia sabina” lo chiamava lei, provocando il signor Lolli che sorrideva sotto i baffi.

– Chiedo perdono, sono colpevole – rispondeva lui a voce alta ripetendo per l’ennesima volta quella scena del primo incontro con la moglie. Una scena diventata in famiglia ormai un racconto leggendario visto che fu una delle poche volte che il signor Lolli non parlò in dialetto. La lingua del cuore, la chiamava lui, che era nato in una famiglia di commercianti e il dialetto era sacro tanto quanto il portafogli. Come in tutte le famiglie di commercianti che si rispettino, il tema di discussione principale a casa sua, era il denaro. Dal risparmio al guadagno, dalle tasse ai contributi da pagare, era un continuo parlare di soldi dalla mattina alla sera. L’unico a fare eccezione era proprio lui che aveva non solo il pallino della lettura ma pure quello della musica e per uno che nasce povero tra le campagne del Sud, era una stravaganza troppo difficile da perdonare. Nella camera da letto sul suo comodino, di fianco alle pasticche per il colesterolo e a una piccola abat jour, il signor Lolli non aveva mai rinunciato a tenere qualche libro. Leggeva con avidità, prendendo in prestito i volumi in biblioteca e siglando con orgoglio quelli che comprava e metteva sugli scaffali della sua libreria concludendo la lettura sempre con il rito della data: giorno, mese e anno di acquisto, seguiti dalla firma: Mario Lolli, con quella “i” finale allungata dall’inchiostro, come se avesse voluto spingersi un po’ più in là. Era l’unico indizio che facesse intendere che in fondo, la vita di bottega, gli era sempre andata un po’ stretta. Se era o meno così, lui però non lo dava a vedere e neanche incolpava i suoi di quell’eredità che lo aveva allontanato per sempre dal sogno dell’università, considerata una meta impossibile agli occhi di una famiglia come la sua. All’epoca il rancore non era contemplato in un rapporto tra genitori e figli e il rispetto veniva sottolineato dall’uso di un pronome: “voi”. E così persino quando la nonna era ormai vecchia, Margherita era adolescente e la modernità degli anni ’90 entrava nelle case attraverso il Bimby e le vhs del Blockbuster, suo padre continuava con quell’ossequiosa riverenza.

Voi tutt’appost mà?

Vi sentite bun?

Avit mangiat?

Voi chi? Chiedeva sempre Margherita assistendo a quello scambio di battute tra il padre e la nonna.

Reir, reir, brontolava il padre. In dialetto.

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alessandra

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