Charlotte, Emily, Ann Brontë: le mie Maestre sotto copertura

(Questa è la versione integrale del ritratto delle Brontë , originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  8 marzo)

Se c’è un aspetto fastidioso di un romanzo sentimentale questo è la finzione. Non quella narrativa, l’escamotage letterario. Piuttosto la falsità di chi scrive una storia d’amore. È una protesi del cuore che invece di incitare il lettore lo stona di fronte a un sentimento fasullo. Questo fastidio romanzesco e sentimentale non lo si trova nelle opere letterarie delle sorelle Brontë, scrittrici autenticamente romantiche su più piani. Tre donne che non hanno mai raccontato l’amore con il cuore delle altre ma con il proprio pur costretto dentro le stringhe dei corsetti vittoriani.

Charlotte, Emily e Ann sono le sorelle più famose della letteratura. Sono le figlie del reverendo irlandese Patrick Prunty (o più probabilmente “Brunty”) che tanto amava l’ammiraglio Nelson, nominato duca della cittadina sicula Bronte, da decidere che il cognome di famiglia sarebbe diventato il più elegante “Brontë”. E così è stato. Le sorelle si portano pochi anni di differenza. La prima, Charlotte è nata nel 1816, la seconda nel ’18 e la terza, Anne, due anni dopo nel 1820. Anche se viene ricordata come la maggiore, Charlotte era nata dopo altre due sorelle e un fratello. Tutti destinati a una fine funesta, per malattia e indigenza fino al delirio tremens (da cui fu affetto l’unico maschio). Non esiste forse nella storia letteraria una serie di traversie così spaventose come quelle di casa Brontë. A cominciare dalla madre, morta molto giovane un anno dopo la nascita dell’ultimogenita. Da quel momento, le tre sorelle più piccole vengono affidate prima a una serie di governanti e poi finiscono in un collegio, che chiamare tugurio è un eufemismo. Sarà Charlotte, molti anni dopo nel 1847, a raccontare la cruda esperienza in quello che diventerà il suo romanzo più noto, Jane Eyre. “Un gelo invernale era sopraggiunto a metà dell’estate; una tempesta di dicembre si era scatenata nel mese di giugno. Il ghiaccio aveva distrutto le frutta mature e le rose fiorenti; la brina aveva ricoperto le mèssi. Ieri i sentieri erano olezzanti di fiori, oggi monti di neve incontaminata li rendono impraticabili, e i boschi, che dodici ore prima erano agitati dalla brezza profumata, si stendono ora deserti e bianchi, come le foreste di abete della Norvegia.”

Durante i loro tre anni al Cowan Bridge, le ragazzine subiscono le angherie delle istitutrici. Soffrono il freddo, la fame. Si ammalano rovinosamente. Vengono come punte dall’indigenza ai polmoni, con conseguenze respiratorie che le debilitano per tutta la vita. Ma è nella scomodità che le sorelle cominciano a scrivere e a leggere. Prima storielle fantastiche, poi piccoli racconti illustrati fino alle pagine di diario, tenute custodite come fossero armi senza licenza. Scrivono. Leggono. Cominciano a prendere coscienza di sé. E se ne vergognano. La loro vita di fanciulle in fiore è più immaginata che vissuta. Crescono diventando ragazze sotto copertura. Proprio così. Quella delle sorelle Brontë è stata la vita di tre donne sotto copertura. Spie di se stesse, inclini al nascondimento e al sotterfugio pubblico. Non ebbero modo di far esplodere il femminile, pure molto potente, che era in loro. Soprattutto fu difficile per Emily e Ann che morirono molto presto, entrambe nel 1848 a distanza di pochi mesi e in seguito alle complicazioni respiratorie dovute alla vita in collegio. Charlotte invece visse fino al 1855, ed è quella che delle sorelle viene ricordata come l’unica in grado di auto-affermarsi, nonostante si fosse sposata per sopperire alla mancanza delle sorelle e della conseguente solitudine. In un periodo storico in cui le donne erano viste come portatrici sane di perseveranza, disciplina e pazienza, loro sono anime inquiete. L’inquietudine si fa parola. Molto presto cominciano a scrivere di donne che si realizzano al di fuori della vita di famiglia e dei dettami patriarcali. Come la Agnes Grey (1847) della giovane Ann, la più piccola e la più tenebrosa delle tre. Poetessa lucida e implacabile che metteva a nudo la natura umana borghese e rispettabile, dando alle sue eroine la possibilità di parlare cioè di esprimere se stesse. Oppure come la più travagliata delle eroine di casa Brontë: Cathy, protagonista di Cime tempestose (1847), figlia di carta di Emily che oscura le altre sorelle. “Sii sempre con me, prendi qualsiasi forma, portami alla follia. Solo non lasciarmi in quest’abisso, nel quale non riesco a trovarti.” Come dice bene Lyndall Gordon nella biografia “Charlotte Brontë, una vita appassionata” (Fazi Editore), l’incedere letterario delle sorelle fu un “camminare invisibile”. L’invisibilità è il tratto fondamentale della donna vittoriana che per i canoni dell’epoca ambisce a un buon matrimonio, una casa, una famiglia. La donna vittoriana è una donna stanziale e sedentaria, sia fisicamente che mentalmente. Le Brontë invece sono l’opposto. La loro invisibilità concerne il loro talento. Non hanno freno per la fantasia, adorano la brughiera inglese in cui sono nate e cresciute ma sognano Londra dove si recano alla scoperta di quel futuro che mai vedranno realizzato in pieno.

Poco più che ventenni non si chiedono quale uomo sposare ma come dire al padre, e al mondo, che l’unico amore della loro vita è scrivere. Impossibile da ammettere. Per questo, al momento di firmare i loro romanzi, si trasformano nei fratelli Bell, terrorizzate dall’idea che una donna non possa accedere quanto un uomo alla pubblicazione, men che meno tre sorelle fisicamente malandate e poco inclini alla dovizia di argomenti domestici.

Una volta diventate scrittrici la loro trasformazione in donne sotto copertura si compie definitivamente. Rileggerle oggi significa appropriarsi non solo di strutture narrative perfette, precedenti qualsiasi teoria e tecnica. Significa scoprire storie di ragazze dalla rara preziosità, piratesse dei sentimenti che rifiutano convenzioni e leggi sociali per dire al mondo una cosa molto semplice: siamo donne, oltre le signore c’è di più.

alessandra

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