Charles Bukowski, il mio Maestro solitario

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a C. Bukowski. Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 21 luglio)

Buk è uno scrittore dis-accademico. L’eroe della seconda possibilità. È la dimostrazione che la vita ti dà ragione, ma troppo spesso lo fa con grave ritardo. Di questo aspetto dello scrittore, del ritardo che ha scontato con la vita, bisogna innamorarsi ancora, ogni giorno.

Henry Charles Hank Bukowski Jr è nato il 16 agosto del 1920 in Germania (in Renania) da padre di origini statunitensi e madre tedesca. Nel 1923 la famiglia si trasferisce nel Maryland e poi in California, Los Angeles. La prima cosa che ci si domanda su Buk è che cosa avrebbe scritto se la crisi economica non avesse costretto i genitori a trasferirsi. Perchè sul fatto che sarebbe diventato un grande scrittore, anche in Germania, dubbi non ce ne sono. Ma dove avrebbe posato il suo sguardo? Cosa avrebbe raccontato dell’Europa infestata dai demoni nazisti? Quello che sappiamo, invece, è che non ci poteva essere più figlio dell’America di lui.

“Vivi in una città tutta la vita, e arrivi a conoscere ogni puttana all’angolo e metà di loro le hai già scopate. Hai il menabò, la struttura, dell’intera zona. Hai una foto di dove sei… Essendo cresciuto a Los Angeles, ho sempre avuto il sentimento geografico e spirituale di essere qui. Ho avuto il tempo di conoscere questa città. Non vedo altro posto che L.A.” Molti lo associano alla beat generation. Ma con il movimento letterario ribelle di Ginsberg e Keruac, onestamente Bukowski non c’entra niente. Non è stato un ribelle, non è stato un rivoluzionario né uno sciupafemmine. È stato un uomo solo al mondo. Un perdente, un lottatore (auto)distruttivo. La sua storia ha un lieto fine (al di là della morte di leucemia fulminante avvenuta dopo i 70 anni). Questo lieto fine è dovuto alla scrittura. Lui senza scrivere non poteva vivere e la sua disperazione, i problemi con l’alcol e il dissiparsi fisiologicamente nelle dipendenze anche sessuali, non è dovuto alla scrittura. Piuttosto alla sua assenza. Il fatto che sia riuscito a lasciare il lavoro alle poste a 49 anni, quando già a 24 aveva scritto e pubblicato senza consensi i suoi primi racconti, lo dimostra: “Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire… o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”

Charles Bukowski ha lasciato un’eredità di oltre mille frammenti e poesie, centinaia di racconti e sei romanzi, tutti di grande impatto sulla letteratura americana moderna. Le sue storie sono nate parassitando la sua esistenza.

Ebbe innumerevoli relazioni e due mogli: un’esperienza peggio dell’altra. Nel ’57 sposò Barbara Frye, senza averla mai vista prima se non letta nella rivista che lei stessa aveva fondato su cui lui pubblicò alcuni scritti. Divorziarono due anni dopo. Nel 1985 sposò Linda Lee Beighle, la donna che gli allungò la vita per l’amore e la devozione che gli dedicò. Insieme si avvicinarono al buddismo e alla meditazione dopo 10 anni di relazione burrascosa, narrata in “Donne” la cui protagonista, Sara, è Linda.

Come scrittore ha preso da se stesso ciò di cui aveva bisogno, il resto l’ha buttato via. Perfino la giovinezza l’ha gettata via, come racconta nelle poesie in “Quando eravamo giovani”.

Indubbiamente ha creato il suo personaggio, un tipo underground a cui non sta mai bene niente soprattutto se stesso. La cosa divertente è che non si capisce se a infastidire i suoi detrattori sia stata la nonchalance con cui reinventava la sua vita o la cinica verità della stessa.

Le critiche che gli si fanno sono legate al suo essere un autore ombelicale. Uno che ringraziava ogni giorno di bere fino a stare male, di non doversi svegliare all’alba per andare al lavoro e di non avere alcuna responsabilità. Perfino nei confronti dell’unica figlia, Marina Lousie, nata nel ’64 da Frances Smith, oggetto anche lei di una relazione poco convenzionale.

Bukowski sconta da solo i limiti di tutti, descritti con uno spudorato eccessivo atto di dolore contro la società e le sue emblematiche ipocrisie.

Dopo essere stato persino ignorato dalla comunità accademica, negli Stati Uniti, quando era in vita, la sua morte gli ha reso giustizia. E dalla seconda metà degli anni Novanta è diventato oggetto di studio e venerazione da parte del pubblico e della critica. La mancanza di accademia, ovvero la maleducazione, è riconosciuta come la sua dote principale. Per cui lunga vita ai suoi detrattori senza i quali non sarebbe esistito questo eterno “scapolo disinibito, solitario, antisociale, e totalmente libero”.

Caro Buk,

i grandi scrittori e le grandi scrittrici fanno pensieri che le persone comuni non fanno. Per mancanza di coraggio o proprio perché la mente normalmente non ci arriva. Si distinguono per questo. Tu facevi pensieri che nella vita quotidiana nessuno fa. Questi pensieri riguardano la morte e il sesso. Due esperienze che ancora oggi corrispondono a tabù. In questo senso, per la tua capacità di pensare al di là del pensiero comune, sei stato un grande scrittore. Charles Hank Bukowski, conosciuto anche come Henry Chinaski (il tuo disperato alter ego letterario,”abbastanza folle per vivere con le bestie”) resterai un grande scrittore. E nessuno lo può negar.

Caro Buk, tu nuoci gravemente alla salute di chi scrive. Sei un pericolo vivente, anche da morto. Sei considerato il santo patrono dei manoscrittori, cioè di chi perde il suo tempo a scrivere usando la scrittura come sfogatoio e non come strumento narrativo. Eppure, non è stato così per te. Tu avevi un debito con la vita che questi tipi qui non hanno. Tu sei stato davvero un uomo solo nelle tue infinite relazioni. La maggior parte degli aspiranti scrittori, che a te si ispirano, non conoscono la tua solitudine, la solitudine dei numeri uno.

«Cosa fai? Come scrivi, come crei? Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.”

Don’t try. Non lo so quante volte ho litigato con l’attesa dello scrivere. E anche con te, dicendotene di tutti i colori. Quando la mattina mi sveglio e la prima cosa che devo fare è scrivere. Don’t try. Ogni mattina qualcuno aspetta di leggermi. Non importa cosa sia se un libro o questa lettera che ti sto scrivendo adesso, in ritardo perché la mattina la prima cosa che devo fare non è necessariamente quella che voglio. Don’t try. E sono pure fortunata a stare comoda davanti alla mia prosperosa scrivania dove nascono parole e frasi che riempiranno altre persone, svuotando me. Don’t try.

“E se fra voi c’è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va’ avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all’azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.”

Stupidamente se sono qui la colpa è tua. Stupidamente non ho ascoltato i tuoi consigli, gli unici realmente validi per chi scrive. Vuoi diventare uno scrittore? Be’, smetti subito. Oppure sanguina. Don’t try. Sulla tua lapide c’è scritto questo: Don’t try. Non ci provare, Buk. Lasciaci perdere nelle nostre parole. Lasciaci in pace. Lasciaci sbagliare e fallire e diventare pazzi e trovare la luce nel buio delle nostre storie di ordinaria follia.

alessandra

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