Cesare Pavese, il mio Maestro sotto la pioggia

Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Cesare Pavese, originariamente pubblicato in “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica  1 settembre)

Ogni volta che Cesare Pavese ha dato vita a un personaggio, anche solo ad uno di passaggio, ci siamo innamorati. Dentro ogni gesto, ogni parola, dentro ogni sbattere di ciglia delle sue “ballerine dalle cosce nude” e i suoi antieroi irrisolti c’è l’autore. Per questo è importante tendere loro la mano e portarli in giro. Come si farebbe con lui.

Cesare Pavese è nato in Piemonte, in provincia di Cuneo a Santo Stefano Balbo, nel 1908. È nato su una collina, in mezzo alle Langhe, una collina dalla quale simbolicamente non è mai sceso. Il suo è stato un guardare la vita dall’alto; sembrava sempre altrove, sulla cima di qualche pensiero inesorabile. La scrittrice Natalia Ginzburg, sua amica devota, del suo suicidio ha scritto: “Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. (…) Era più che mai presente, su quella proda della collina”. Successe in estate, il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo, l’Hotel Roma a Torino, morì ingerendo sonniferi.

La sua vita è stata una ricerca continua di se stesso. Non riusciva ad attraversare le cose, la politica, l’amore, la scrittura, il lavoro. Ci rimaneva inesorabilmente immerso. Il suo mestiere di vivere è stato quello di un veliero incagliato perennemente sulla riva. Non in grado di salvarsi da solo e incapace di chiedere soccorso.

“Per me era strano, inaccettabile che il fuoco, la politica, la morte sconvolgessero quel mio passato. Avrei voluto trovare tutto come prima, come una stanza (che era) stata chiusa.”

De Gregori lo cita in Alice: “E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’.” L’episodio è vero. Gli è successo da liceale. Si era innamorato di una ballerina. L’aveva attesa tutta la notte sotto la pioggia, davanti l’uscita. Ma lei aveva preferito l’uscita laterale e un altro uomo. Da allora, quel ragazzino è rimasto in attesa di un Amore impossibile. Ballerine, attrici, scrittrici, ex alunne l’hanno imprigionato in una sfilza di amori non corrisposti rendendolo un grandissimo scrittore ma un piccolo misogino: “Una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a un rottame. Ci riesce sempre.” Ma tutto questo Alice non lo sa.

Gli studi liceali così come l’università avvengono a Torino, sua prediletta città d’adozione nella quale ambienta molti dei suoi romanzi. Nel 1930 si laurea in Lettere, mostrando un interesse spasmodico per la letteratura e la lingua inglesi che lo conducono ad un’intensa attività di traduttore. Sarà lui a tradurre in Italia, tra gli altri: Melville, Dickens, Stein, Joyce, Faulkner. La parola per lui si consolida in un’altra lingua, l’inglese appunto, e in un’altra forma, aliena, la poesia. Pavese è poeta, “decadente sì, ma titanico”. Leone Ginzburg provò a dargli la grazia editoriale che non riusciva a trovare per via delle sue poesie, lontane dagli echi ungarettiani “di regime”. Ma non fu semplice. Anche per l’ostinata mania di perfezionismo del poeta Pavese che lascerà la poesia per la prosa – arrendendosi – come si passa dalle stelle alle stalle.

Nel 1934 viene assunto nella redazione della neonata Einaudi. Un anno dopo si dimette, poi riprenderà a lavorarci fino a diventarne un factotum dopo la seconda guerra mondiale, sempre in anticonformista polemica con l’editore. In una lettera datata 1942, scrive: “Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori. Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.”

Nel 1936, durante il suo anno di confino in Calabria voluto dalla censura fascista, viene pubblicata la prima edizione di “Lavorare stanca”. Pavese autore prende forma, fino a consolidarsi nel ’41 con la pubblicazione di Paesi tuoi. Da quel momento l’attività di redattore, traduttore e scrittore diventano riconosciute e apprezzate in modo unanime, fino alla consacrazione nel 1950 del Premio Strega.

Eppure, Pavese è fradicio d’infelicità. “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

La vita e l’opera di Pavese erano intrise di una febbre costante. La febbre di non essere abbastanza bravo, abbastanza amato, abbastanza compreso. A lui dobbiamo un modo di scrivere malinconico ma mai compassionevole. “Il segreto della vita è di fare come se ciò che ci manca più dolorosamente noi l’avessimo.” A lui non mancava niente, a noi invece manca ogni giorno.

Ave Cesare,

tutti i timidi ti salutano.

Una volta ho letto un commento che ti descrive nel periodo in cui facevi supplente nei licei vicino Torino. Avevi 25 anni e occhiali troppo spessi per sorridere: “Era un timido e per questo assumeva un’aria austera, ma aveva un’umanità ricchissima e una sensibilità addirittura esasperata. Le sue lezioni erano di una chiarezza cristallina, prive di ogni enfasi retorica e compiacimento.”

Dietro quei cosidetti fondi di bottiglia c’erano i tuoi occhi timidi, quella rivoluzione introversa che ti portò a essere incorruttibile con il Regime e mellifluo con le ragazze: Io, di suppliche, ne ho fatte qualche volta a una donna, mai ad altri.

Se dovessi affidare un manuale per ragazze innamorate ma stronze a qualcuno, lo affiderei a te. So che molte di loro non volevano te. Ma cosa tu volessi da loro forse può aiutarci a dipanare la matassa.

Tu le volevi così com’erano. Alcune mezze tonte, altre miopi, certe addirittura perfide o, peggio, già sposate. Solo che loro, amico caro, non accettavano se stesse al punto da accettare il tuo amore. Tu le vedevi veramente, anche senza fondi di bottiglia sugli occhi. Loro non sapevano chi erano nemmeno davanti allo specchio. Non erano persone, erano folle di gente. Mentre tu eri un uomo di passione, non solo ma solitario.

Caro Cesare, se potessi fare il gioco dei dieci desideri impossibili uno di questi sarebeb ricevere una lettera da te. E mi imbarazza adesso scriverne io una per te. Ho letto più volte il tuo carteggio con Bianca (Garufi): Noi siamo una bellissima coppia discorde, ci cerchiamo perché diversi. Hai indirizzato a lei le parole più belle che potessi leggere tra un uomo timido e una donna cattiva, come una volta l’hai salutata tu. Ma lei non era cattiva. Cattivo era il vostro amore. Tutti gli amori leali sono incattiviti dall’orgoglio.

Caro Cesare, il problema dei timidi è lo stesso degli artisti. Chi li mette a tacere non è come loro, cioè un puro, ma un arrogante e peggio ancora un cinico. Il cinismo di oggi ha surclassato la timidezza. Meglio essere feroci che poco disinvolti. Spero che un giorno tutto questo cinismo ci sarà utile. Nel frattempo sono convinta che anche oggi un “Pavese” ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via. Un “Pavese” vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

alessandra

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