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Dino Buzzati, il mio Maestro fantastico

(Questa è la versione integrale del ritratto + lettera dedicati a Dino Buzzati (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 14 luglio)

“Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera [… ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.”

Scrivere storie fantastiche è stato il suo mestiere. A Dino Buzzati non è mai bastato un unico mezzo per raccontare. Scrittore, drammaturgo, scenografo, pittore, disegnatore, giornalista, inviato di guerra per il Corriere della Sera, la testata per cui scrisse per 43 anni. Autore per il cinema. Nel 1966 fu sceneggiatore con Fellini del visionario “Il viaggio di G. Mastorna”, un film mai realizzato a causa di un presagio funesto di Fellini, in pieno delirio creativo. A metà degli anni Sessanta, nel periodo di maggiore splendore, Dino Buzzati veniva definito “un uomo del 2000”.

Se l’aspetto e la prossemica denotavano un tipo d’altri tempi: fisicamente sempre al suo posto, postura compita senza accennare grandi slanci, dall’altra parte Buzzati era la mente del futuro. Il suo pensiero nuotava in acque d’avanguardia rispetto a quelle dell’Italia del Boom economico. Già alla fine degli anni cinquanta, Buzzati identificò un buco nero dentro cui la popolazione italiana sarebbe involuta: la cafonaggine per alcuni e l’eremitismo per altri.

Nato nel 1906, in un’agiata e colta famiglia bellunese di origine ungherese, è stato un ragazzo di quelli che comunemente si dicono prodigio. Già da adolescente suonava il piano e il violino, frequentava la rinomata biblioteca di famiglia a Milano, dipingeva.

Come scrittore Buzzati esordì nel 1933 con “Bàrnabo delle montagneche passò abbastanza inosservato. La consacrazione letteraria avvenne dopo l’uscita de “Il deserto dei tartari” (1940). Il grande successo lo incastrò in un’etichetta esistenzialista che lui, da bravo esistenzialista, rinnegò. Adorava mostrare il suo lato più colorato (e colorito). Più volte aveva dichiarato che il suo mestiere era il pittore: “La pittura ha il vantaggio di essere internazionale e non aver bisogno delle traduzioni.” Probabilmente tutta la sua narrativa fantastica non sarebbe esistita senza i disegni, vere e proprie ossessioni poetiche interiori: donne con gli occhi giganti e i seni minuscoli; uomini inghiottiti dai loro desideri sessuali; mostri e streghe in preda a premozioni; città tutt’altro che invisibili e molto dannate.

Raccontò la borghesia, di cui faceva parte, con il rigore di un militare. Tutti gli psicodrammi borghesi ante litteram come l’insoddisfazione perenne, il capriccio bello e buono senza dimenticare la vigliaccheria tipica dei traditori a buon mercato fanno parte del suo immaginario narrativo più riuscito.

La sua città adottiva divenne Milano senza la quale non avrebbe saputo dove posare il suo sguardo mai dritto, inquieto al punto da trasferirsi nel fantastico dove Milano una volta era scenario onirico e quella dopo “solo cemento e gesso”. Probabilmente il più grande tradimento che subì fu proprio da Milano, una città che stava cambiando troppo velocemente a scapito dei sentimenti (bruciati dalla fretta del consumo) e del legame magico tra uomo e natura. Due temi con cui (ri)scriverà il suo mondo interiore, scivolando del surreale e nel realismo magico. La prospettiva fantastica con cui creava personaggi e storie gli permetteva di vedere dell’umano nel mostruoso e viceversa.

Di Buzzati a scuola si studia l’aspetto più intimista e forse quello più noioso. Bisognerebbe invece conoscere il fanta-Buzzati che viveva in un fanta-mondo abitato da fanta-donne a cui dedicava fanta-storie. “In certi casi il lavoro giornalistico mi distrae dal vero lavoro di scrittore, ma io cerco di scrivere le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di cronaca.”

Insieme con Italo Calvino e Tommaso Landolfi appartiene alla triade di punta della letteratura fantastica italiana. Dei tre lui è il più equilibrato, l’ago della bilancia tra la percezione realistica di qualcosa e la sua trasfigurazione immaginifica. In questo equilibrio un ruolo centrale l’ha svolta l’ossessione amorosa di cui, più nel male che nel bene, Buzzati fu battitore libero. Per Buzzati l’amore è eterna malattia.

Almerina, quella che poi divenne sua moglie, sposata nel ’66 quando lei aveva 25 anni e lui 60, ha raccontato di aver invitato la vera Laide (la donna per cui Buzzati ebbe una vera ossessione, protagonista di “Un amore”) in ospedale, quando lui era sul letto di morte (avvenuta poi nel 1972 per una malattia). E quando Almerina gli chiese come le era sembrata quella donna che l’aveva fatto impazzire per tutta la vita, Buzzati rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”. Dino Buzzati è stato un uomo netto e tranchant, fino all’ultimo momento della sua vita.

Caro Dino,

tu per caso ti ricordi l’Amore?

Beato te.

Qui non si capisce più niente. Si amano tutti e si lasciano tutti. Non si fa in tempo a dire ti amo che uno dei due ha già chiuso la porta in faccia all’altro. Tradimento? Non è più mica così importante.

Non voglio sembrarti presuntuosa, mio caro Dino, ma ti dò una notizia. Se “Un amore” fosse pubblicato oggi, l’avresti chiamato “Un poliamore”. Va di moda, adesso. Amare più persone, tutte insieme contemporaneamente. L’utilità ha scavalcato il sentimento. Metti che oggi Dorigo si innamora di Laide. Domani può farlo della sua amica. Poi di sua sorella. E via via. L’io giustifica qualsiasi cosa. Anche la peggiore azione.

La differenza con il passato, quando il tradimento era sibillino, è che oggi è tutto trasparente. Con questa trasparenza abbiamo distrutto l’amore. Se Dorigo si tormentava: “Lo struggimento era tale che gli sembrava che gli venissero succhiati fuori anni e anni di vita. Ormai era un automa, un istupido automa.” Noi abbiamo risolto così: zero struggimento. Laide, la sua amica e sua sorella oggi sono al corrente di tutto. Sanno di non essere le uniche e che ogni relazione porta con sé un’altra e un’altra ancora. Se ne prisciano, si dice dalle mie parti. (Parti molto lontane dalle tue, per quanto ci sono più baresi a Milano che a Bari).

“Un poliamore” non dovresti ambientarlo in una casa chiusa. Va benissimo in una qualunque casa. Tanto: tutto vale e nulla ha più importanza. Il signor Dorigo oggi non perderebbe tempo a struggersi. Laide non mi vuole? E che problema c’è. La cancello dai social. Anzi la banno e già che ci sono esco con la sua migliore amica che tanto mi aveva aggiunto lei su facebook, sto solo reagendo a una sua iniziativa.

L’amore è una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.” anche qui, caro Dino Buzzati, ti sbagliavi. L’amore adesso è ridicolo. Come ridicola è diventata la fedeltà. Una presa per i fondelli. Essere fedeli è un ripiego. Una scelta che si compie offline e dunque chi se ne frega. Tanto non lo saprà mai nessuno.

“La vita invisibile di Ivan Isaenko”, l’esordio di Scott Stambach

La vita invisibile di Ivan Isaenko, esordio dello scrittore americano Scott Stambach (traduzione dall’inglese americano di Ada Arduini), è la vera storia del disastro di Černobyl’. Vera, prima di tutto perché è una storia (in parte) inventata. Secondo poi perché, pur non entrando nei dettagli del disastro, racconta un aspetto della faccenda che scuote più di tutto: la vita dopo Černobyl’.

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Oriana Fallaci, la mia musa infallibile

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato ad Oriana Fallaci (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 7 luglio)

Il 29 giugno Oriana Fallaci avrebbe compiuto 90 anni. Novanta il numero della paura. Si tratta di un caso. Eppure nemmeno con il compimento di un’età, che i più si augurano come traguardo, lei raggiunse la paura.

Nata a Firenze, nel 1929, da una famiglia militante antifascista e partigiana, “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento, fiorentina è la mia cultura e la mia educazione”, Oriana Fallaci non è mai stata bambina. Se intendiamo per infanzia quel periodo dorato in cui si accoglie la vita come un regalo inatteso e accolto da mani inesperte. Nel 1943, a 14 anni, ebbe un riconoscimento d’onore, dall’esercito italiano, per il coraggio dimostrato durante la resistenza al fianco del padre.

Forse non scelse coscientemente di fare la giornalista, quando cominciò a lavorare per Epoca, diretta da suo zio, esordendo con la cronaca dell’Alta Moda Italiana a Palazzo Pitti nel 1952. Infatti, per un lungo periodo, il suo sguardo si posò su soggetti legati al mondo dell’aristocrazia, del jet set, della mondanità italiana e americana (I sette peccati di Hollywood, 1958). Cronache molto lontane da quelle più bellicose per cui è nota in tutto il mondo.

La sua vocazione fu precoce e insistente. Era capace di raccontare le vite degli altri non dando loro voce piuttosto orianizzando le loro storie. La Fallaci imponeva la sua voce, rinominava le cose del mondo. Mutò in un modo del tutto personale l’arte del giornalismo, cambiando la percezione dei fatti attraverso la voce molto potente. Severa ma giusta, a volte sulle pagine dei giornali sbraitava. Il suo punto di vista ignorava sia il senso comune che la convenienza e la verità che raccontava spesso era insopportabile.

“Ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato. Ciò non piacerà ai cultori del giornalismo obiettivo per i quali il giudizio è mancanza di obiettività: ma la cosa mi turba pochissimo. Quel che essi chiamano obiettività non esiste. L’obiettività è ipocrisia, presunzione: poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero”.

Famosi sono i ritratti di personalità gigantesche, artisti e politici di fama mondiale, per la maggior parte raccolti in “Oriana Fallaci. Intervista con la storia”. Nelle sue interviste leggeva nell’anima delle persone. “Non mi presento a loro come una giornalista, non li spavento. Non vado lì con la presunzione di una persona che entra in una stanza dicendo e pensando “io sono la stampa” con la esse maiuscola. Io sono una persona che parla con un’altra persona. Sinceramente curiosa. Non in modo superficiale. Io voglio veramente capire.”

Tra gli anni sessanta e settanta, la Fallaci è stata tante volte in Vietnam, negli Stati Uniti e in America del sud. Lei agiva in nome della Storia. Non sopportava essere “solo” una giornalista ma si definiva una storica. Fu zelante osservatrice delle principali guerre, guerriglie e contestazioni rischiando anche la vita. Avvenne a Città del Messico, nel 1968, durante il massacro di Tlatelolco. Portata in obitorio, lei stessa si rese conto di essere ancora viva mentre la davano per morta.

Il suo essere popolare, pur essendo molto impopolare, la rese imperdonabile. Non ha mai riscosso simpatie unanimi. E a lei andava bene così. Anche di fronte alla morte e alla malattia, non spensi il suo pensiero.

Più di una volta dichiarò che non avrebbe potuto fare la moglie di mestiere “una donna la cui vita è dedicata all’essere madre due volte. Per suo marito e per i suoi figli”. Anche se, il libro che la consacrò al mondo è legato alla maternità, quella che le mancò a causa di vari aborti che spezzarono qualcosa dentro di lei. Nel 1975 pubblica “Lettera a un bambino mai nato”, tradotto subito in 22 lingue. “Il dolore è meglio del nulla”, scrisse, dimostrando ancora una volta che non era la paura di vivere a ferirla ma al contrario l’assenza di paura, la noia era la sua più grande paura. “La paura della solitudine, della noia, del silenzio? Il bisogno di possedere ed essere posseduto? Secondo alcuni è questo l’amore. Ma io temo che sia molto meno: una fame che, una volta saziata, ti lascia una specie di indigestione. E tuttavia, tuttavia, deve pur esserci qualcosa in grado di rivelarmi il significato di quella maledetta parola (…) ne ho tanto bisogno, tanta fame.”

Cara Fallaci,

ti scrivo stasera mentre in Italia hanno liberato una donna più libera di molte altre messe insieme. Carola Rackete è tedesca, ha 31 anni, ha violato il blocco imposto dal governo italiano per salvare 42 migranti a bordo della Sea Watch di cui è capitana. Il gip ha annullato il suo arresto, in quanto ha agito per portare in salvo vite umane. In un tempo in cui combattere assomiglia a una resa, mi chiedo che domande avresti posto a questa ragazza. Perché, sono certa, la vicenda non ti avrebbe lasciata indifferente. Forse avreste parlato di coraggio, come una forma di invidia repressa per chi non ha mai temuto il giudizio di qualcuno.

Non sono sicura di averti capita fino in fondo. Vent’anni fa, in occasione del g8 di genova, anzi in seguito ai movimenti no global italiani, te la sei presa a male, molto a male, con la gioventù smidollata come la mia, incapace di sfasciare un bancomat, figuriamoci lottare dentro una rivoluzione. A Firenze, la tua città, mentre la malattia ti dissolveva, circolavano cartelli con “Meglio un Pacciani in casa che una Fallaci all’uscio.” Fino alla fine te la sei presa con qualcuno, mi chiedo come si possa guardare così bene la verità anche prima che questa esista. Perché sì, Fallaci, tu ci hai fatti neri ma caspita se, quasi a 20 anni di distanza, non avevi ragione. Non siamo stati in grado di fare alcuna rivoluzione. Noi abbiamo paura. Perchè non siamo lucidi, non siamo mai nati lucidi. Abbiamo venduto l’orgoglio, scambiandolo con la rabbia.

A chi spetta il tuo scettro oggi? A chi appartiene la verità? Se a chi tace o a chi sbraita? Non lo so, Fallaci. Non so dire chi stia raccontando il presente con la sfacciataggine che ti distingueva. Non so nemmeno quale sia la Storia odierna e chi e come un giorno la racconterà. Forse c’è un coro silente che affronta le guerre senza finire sui giornali, stando al riparo dalla facilità dell’opinione sciatta. Un coro silente che parla una lingua che noi non comprendiamo. Incapaci come siamo di andare avanti senza ogni volta tornare indietro.

#tipedaspiaggia – Ragazze e libri per l’estate

By alessandra Recensioni
Dopo il grande boom! della prima serie di #tipedaspiaggia, ecco a voi la seconda serie, spiagge e scrittrici per le vostre letture a cielo aperto. Buona lettura e buon bagno!
(Se #tipedaspiaggia vi piace, condividete citazioni tratte da questi libri, fotografati rigorosamente sulla spiaggia.) Articolo pubblicato su Exlibris20
  • La lavoratriceElvira Navarro, LiberAria, trad. Sara Papini
    (Spiaggia Capitolo, Monopoli)

Se “lavorare stanca”, il precariato anestetizza. Tra le storie che vale la pena leggere sulla precarietà lavorativa, tema abusato in quanto inestirpabile radice velenosa della società, c’è la storia di Elisa e Susana. Entrambe precarie, la prima è costretta a lavorare da casa in seguito allo sfacelo dell’ambiente editoriale; la seconda è una 44enne teutonica, che dimostra meno anni della sua età: precaria (call center) con velleità artistiche (compone mosaici ridisegnando le strade di Madrid e utilizzando i ritagli, anche minuscoli, di giornale). Sono due donne sane, è la precarietà che le rende pazze. Terza protagonista della storia è Madrid, smisurata e periferica, in cui Elisa si (dis)perde per allentare la nausea del lavoro. La lavoratrice di Elvira Navarro, per la prima volta tradotta in Italia e inserita, nel 2010, tra i migliori narratori spagnoli dalla rivista Granta è una storia che appassiona lentamente, si infila dentro come un morbo pericoloso ma inevitabile. Leggendolo sulla spiaggia di Capitolo, lunga e sabbiosa, tra le più assaltate dai turisti, ho avuto l’impressione di attraversare la quarta parete che distingue la vita dalla follia, ammesso che la distinzione sia realmente possibile.

  • KhalatGiulia Pex, Hoppipolla Edizioni
    (Spiaggia di Torre Canne).

Quando tutto iniziò mi trovavo in biblioteca. Prima furono solo canti lontani. Poi sempre più forti. Alla fine le grida e gli spari.” Khalat, passaporto siriano, nazionalità curda, è una ragazza di quasi 20 anni. In seguito alle vicende del suo Paese si trasferisce da Qamishli (Siria), dove vivono i genitori e la famiglia del fratello, a Damasco per frequentare l’università. Da questo momento la sua vicenda si trasforma in un racconto ibrido e per certi versi magico. È un romanzo illustrato ma anche un diario di viaggio. È una storia vera, ambientata in Siria, ispirato a un racconto di Davide Coltri (in Dov’è casa mia, minimumfax). “Avevo imparato sin dai tempi della scuola elementare che il curdo doveva essere la mia lingua segreta“. Mi ha colpito di questo libro il tratto delle illustrazioni (scure ma mai lugubri o scontate, i volti come annegati nei colori) e la capacità di dire tanto (guerra, lutti, partenze) in poche battute. Khalat a dispetto delle apparenze è una storia che riguarda tutti noi quando siamo obbligati e scegliere tra compromessi e incertezza. Una lettura lieve e delicata, attraversata dalla poesia (molte le citazioni di Prévert), che rende un pomeriggio sulla spiaggia meno scontato del solito.

Antonia Pozzi è stata una poetessa italiana che a 26 anni sul prato antistante l’Abbazia di Chiaravalle, a sud di Milano (città dove era nata), ingoiò un quantitativo di barbiturici sufficiente per liberarsi dalla sua disperazione e morire. La ricordano in pochi. Per questo il nuovo volume a lei dedicato è un raggio di sole che non brucia ma illumina. Nella prefazione la curatrice, Elisa Ruotolo, racconta la poetessa con parole impeccabili: “Da lei ho imparato che si può perdere definitivamente solo ciò che veramente si ama, mentre si torna e si rimedia sempre a quello che ci è caro con ragionevolezza.” Una lettura perfetta per essere distillata tra un tuffo e un altro in una piccola minuta caletta, tagliata dagli scogli e dalla vegetazione spontanea, piena di una bellezza senza trucco e piena di mistero come le parole di Antonia.

Se mia madre quel giorno avesse saputo che non mi avrebbe più rivisto, non mi avrebbe permesso di aprire l’uscio di casa. La conoscevo troppo bene. Mi avrebbe trattenuto e, se non l’avessi ascoltata, mi avrebbe legato stretto stretto, incatenato.” Musica sull’abisso è una storia magnetica, a cominciare dall’incipit. Marilù Oliva è la più brava, secondo me, a raccontare la vita interiore dei ragazzini. Sa scrivere thriller senza dimenticare di essere in Italia, senza abbandonare le sue visioni autoriali e senza caricare di inutile pathos blasonato lo schifo di cui è capace il genere umano. Soprattutto quando si tratta di minori, la meglio gioventù a cui si vuole bene, anche nel male. Il romanzo comincia proprio con la voce di uno di loro che scrive alla madre immaginando di non essere morto. Mentre le voci collegate al passato compongono una storia di sopraffazioni e ferocia, Micol Medici, adorabile ispettrice naïf conosciuta nel precedente Le spose sepolte, con il suo metodo scientifico sporcato dall’inquietudine dei suoi sogni notturni, cerca di scoprire cosa si nasconde dietro una torre di Babele di fantasmi e sangue. L’ho letto nella spiaggia più fredda della zona trovando la pace dal caldo torrido dentro un mare gelido, un abisso senza mezze misure.

#tipedaspiaggia – Ragazze e libri da leggere quest’estate

By alessandra Recensioni
Otto libri di recente pubblicazione, scritti da otto scrittrici, letti su otto spiagge. Questo è tipe da spiaggia, il passaparola delle mie letture estive che mi auguro possano essere presto anche le vostre.  Quelle che seguono sono le prime quattro tipe da spiaggia, seguiranno altre quattro la prossima settimana. Buona lettura e buon bagno!
(Se #tipedaspiaggia vi piace, condividete citazioni tratte da questi libri, fotografati rigorosamente sulla spiaggia.) Articolo pubblicato su Exlibris20
  • La straniera, Claudia Durastanti, La nave di Teseo
    (Scoglio dell’Eremita, Polignano a Mare)

Scrivere te stessa significa che sei nata con rabbia e sei stata una colata lavica densa e continua, prima che la tua crosta si indurisse per lasciare affiorare una specie di amore.” Mentre lo leggevo tutto di fila, sotto il primo sole dell’anno su uno scoglio a strapiombo a Polignano, mi sono chiesta: com’è che a un certo punto a una persona che scrive salta in testa di raccontare la propria vita?
Claudia Durastanti, recentemente entrata nella cinquina del Premio Strega 2019, ha scritto un romanzo bellissimo in cui “straniera” è una parola che gira come il vento. La prima volta che compare è riferita al personaggio della madre, che è il personaggio centrale della storia, sorda come il marito, eccentrica, praticamente uscita da un party dello Studio 54 se non fosse che invece è lucana, nata in un paese minuscolo di cui a stento si ricorda il nome. Andando avanti straniera diventa anche la figlia che racconta se stessa da outsider, poi straniera è l’Italia, straniera è la disabilità e infine è straniera perfino l’epoca che ogni giorno ci esula dalla vita.
La straniera è un sublime romanzo di autofiction che non specula sulla vita, ma la trasforma nel racconto di un’esistenza.

  • Libera uscita, Debora Omassi, Rizzoli
    (Riserva Naturale di Torre Guaceto, Apani)

Una donna in divisa non può sorridere.” Aperto e poi sfogliato, lasciato a prendere aria sulla lunga fetta di spiaggia di Torre Guaceto, l’ho ripreso e poi in due giorni l’ho finito. Il romanzo della Omassi è una lettura che scuote. Non è da tutti immaginarsi la ricerca della propria identità di donna dentro una divisa da soldato che livella e frena ogni squarcio di  femminilità. Non è da tutti nemmeno scriverla questa storia che l’autrice, molto lucida, una che sa il fatto suo, racconta a volte come un pugno nello stomaco e altre come un bacio rubato. “Noi donne qua dentro dobbiamo correre il doppio degli uomini. Ci umiliano per una pisciata troppo lunga. Ci guardano come se fossimo incapaci o mezze ritardate. Piccole fragili creature inutili. Ribellarsi, siamo donne Cristo Santo.
Libera uscita, titolo azzeccatissimo, ha un punto di vista insolito sulla perenne questione dell’identità femminile. Ci si chiede se una donna meriti a un certo punto di essere una donna. La Omassi risponde mostrando che la legittimazione a essere donna non deve essere ricercata più nei ruoli.  Per alcuni versi è qualcosa di unico, questo romanzo, con un taglio secco sulle cose, una scrittura snella e piccoli affondi in cui non si sprofonda ma ci si rialza.

  • Persone Normali, Sally Rooney, Einaudi, trad. Maurizia Balmelli
    (Spiaggia Torre Quetta, Bari)

Se dopo aver letto il suo esordio, Parlarne tra amici, ero quasi sicura che questa scrittrice irlandese fosse la voce che aspettavo di leggere in questi ultimi anni, ora ne sono certa. Anzi punto ancora più in alto dicendo che la Rooney è la nuova Zadie Smith. La ventisettenne Sally Rooney scrive senza voler dimostrare mai quanto è brava. Per questo lo è, brava, e anche molto. Persone normali, da cui la BBC trarrà una serie tv, è la storia di due liceali irlandesi, Marianne e Cornell, che si amano. Ma ovviamente c’è un problema. Lui è popolare, lei è middle class, insieme formano un’evoluzione cosmica e per certi versi molto più romantica di Giulietta e Romeo. Anche per questo, per l’universalità dei sentimenti messi in scena, questo romanzo riguarda tutti noi. A meno che non vi siate mai innamorati nella vita. Letto sulla spiaggia della mia città, tra una limonata e uno sguardo all’orizzonte, l’ho finito in tre pomeriggi ridendo e commuovendomi a fasi alterne. “Sa che se lei fa la spiritosa e si comporta in modo elusivo è perché vuole dimotrargli di non essere risentita. Potrebbe dirle: Mi dispiace molto per quello che ti ho fatto, Marianne. Ha sempre pensato che se l’avesse rivista le avrebbe detto questo. Ma in qualche modo lei non sembra consentirglielo, o forse è vigliacco lui, o entrambe le cose.” La Rooney ha un talento inarrivabile, quello di non limitare mai la responsabilità di una relazione a una parte sola ma di ricordarsi che la fragilità appartiene a tutti gli innamorati, ancora di più a chi non lo è mai stato davvero.

Io volevo quello che vogliono sempre le donne: sentirmi legittimata.” Chi scrive è la compagna di Jonathan Franzen, si chiama Kathryn Chetkovich e la citazione è tratta dal racconto, prima di questo libro ancora inedito in Italia, Invidia. Parla di Franzen, di quando sia maledettamente bravo agli occhi della sua donna, anche lei scrittrice ma consapevolmente meno scrittrice di lui. Invidia è una delle più belle dichiarazioni d’amore che si possano scrivere e leggere. Si può amare nell’altro ciò che non si potrà mai avere nella vita.
Non ricordo, negli ultimi anni, un’antologia di racconti fatta con una tale potenza e personalità. I racconti delle donne contiene venti voci di scrittrici dal primo Novecento ai giorni nostri, rappresenta una radiografia letteraria e umana della narrazione femminile, in cui pubblico e privato diventano le stesse questioni come, pardon monsieur, solo le donne sono in grado di concepire.
Tutte le scrittrici presenti sono tipe che nella vita non l’hanno mai mandata a dire, tantomeno a scrivere. La curatela è preziosa perché ambisce a creare una festa bellissima, come scrive Annalena Benini nella presentazione del volume, facilmente riconoscibile (ci sono la Morante e la Ginzburg, la Woolf e la Parker) e nello stesso tempo senza civetteria (leggete in proposito i racconti di Edna O’Brien, Chimamanda Ngozi Adichie e una strepitosa Nora Ephron). Le storie si possono leggere come l’evoluzione della persistenza femminile nel mondo. Ogni storia è una confessione di sentimenti indicibili come le confidenze tra donne, complesse e dunque libere, mamme amanti mogli scrittrici mai stereotipate. Non ho scelto una spiaggia per leggerlo, ho deciso di portarlo con me in più spiagge come ulteriore protezione non dal sole ma dalle ombre che – inviolabili – sorvolano – pure – la bella stagione.

Virginia Woolf, la mia musa in eccesso

(Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 30 giugno)

Cara Virginia,

dove sei? Secondo me non esisti.

Non esiste l’autrice di Mrs Dalloway; non esiste la donna che ha inventato Una stanza tutta per sé e per tutte le scrittrici del mondo. Non esiste una Virginia Woolf. Esiste la Virginia Woolf che è in noi. In me c’è una Virginia in eccesso. Di quelle che immagino sentirsi dire: tu sei troppo per me, mentre il finto compagno o la falsa compagnia di turno ti vampirizza la vita. Eri troppa. E questo tuo essere troppa ti rendeva insopportabile a te stessa. A me invece ti ha resa indimenticabile.

Ogni scrittore dovrebbe tenere un diario, per rivolgersi direttamente a te. Il diario è stata la tua forma prenatale di scrittura. Adoravi scrivere per scrivere. Non si cercano lettori attraverso la scrittura ma si cerca se stessi: il mistero più grande, la chimera narrativa. Si dice che il lato più nascosto di uno scrittore emerga in controluce nella sua opera. Tu questo lato nascosto, l’hai reso un’esperienza universale.

Pur essendo scritture di un tempo passato, i tuoi diari mi fanno capire il presente per raccontare il futuro. Li rileggo come si consulta un calendario o l’I-Ching o l’Oroscopo. (Una volta ho perfino consultato un astrologo per conoscere il tuo tema natale, scoprendo che la tua Luna, simbolo della femminilità che in te non si realizzava del tutto perché lesa da Venere, pianeta dell’amore).

Ciò che riscopro ogni volta leggendoti è il senso diverso, anzi il sapore, delle tue parole. La maniera in cui le mettevi insieme, mi sconvolge. Ci sono più storie dentro una tua frase che in cento romanzi letti. Ti ho immaginata scrivere, Virginia, e ti ho vista che dondoli. Dondoli sulle parole, così brillanti da renderti irragionevole. Una volta ho provato a riscrivere alcune frasi tue, al computer e a penna. Erano gli stessi segni, leggevo le stesse cose, ma non erano le stesse parole.

La tua scrittura è come l’oscillazione naturale di un pendolo. Il 28 marzo del 1941, a 49 anni, il pendolo l’hai fermato. Nel fiume Ouse, vicino casa, con le tasche piene di sassi. Prima hai lasciato una lettera a Leonard, tuo marito, che di te ha amato il genio, la generosità e la lucida follia. “Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te.”

Da quando non dondoli più, con la penna tra le mani, i tuoi sassi sono diventati fiori e le tue parole, ogni volta che piove, ritornano sulla terra. Confermando che io mi sbaglio invece tu hai sempre ragione: sei esistita,Virginia, infatti sei ancora qui.

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RITRATTO

«La capacità di ricevere gli shock è ciò che fa di me una scrittrice.» Il ritratto di Virginia Woolf non può avere cornici. Sarebbe la prima a deriderci. Nei suoi diari, più di una volta, riprende con sarcasmo chi la definisce: lesbica,femminista o pazza.Virginia Woolf non voleva sprecare la sua vita dentro ruoli limitanti, era consapevole di essere una nessuna e centomila, forse anche per questo si è uccisa.

Una sua eccezionale studiosa, Nadia Fusini, dice una cosa esatta: Virginia trasformò uno svantaggio in vantaggio. Il suo essere donna, il suo essere triste, affamata e mai sazia di vita, il suo essere outsider rappresentano un geniale rovesciamento in privilegio di una serie di shock. Senza nessuna acrimonia, l’essere fuori dal mondo diventa il suo sguardo dentro la vita.

Se qualcosa vi è successo nella vita, qualcunque cosa, dalla classica nascita alla morte, dal tumultuoso innamoramento al convenzionale matrimonio, dalla compulsione per la scrittura a quella per la lettura, Virginia l’ha già scritto. Virginia sa ciò che noi ancora non sappiamo.

Adeline Virginia Woolf nasce il 25 gennaio 1882 a Londra, figlia di sir Leslie Stephen – illustre biografo dalla cui biblioteca dipende la precoce curiosità intellettuale della figlia – e Julia Prinsep-Stephen, una modella. La Woolf e sua sorella Vanessa (spesso alter ego letterario, come in “Mrs Dalloway”) vengono istruite dai genitori, mentre i loro fratelli studiano a Cambridge. Scelta che provoca in lei una mai sopita rabbia dolce, soprattutto nei riguardi del padre, integerrimo guardiano delle sue prigioni interiori.

In Una stanza tutta per sé”, il saggio del 1929 divenuto un simbolo di tutti movimenti femminili e femminsti, che ripercorre la storia letteraria dal punto di vista rivoluzionario di una donna, si chiede (prima al mondo, probabilmente): “Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?”

La rivoluzione di Virginia passa dal coraggio di essere se stessa. In piena epoca vittoriana scrisse: “I sessi, per quanto diversi, si mescolano. Non c’è sesso umano che non oscilli da un sesso all’altro e, spesso sono solo i vestiti a serbare l’apparenza maschile o femminile, mentre il sesso profondo è tutto l’opposto di quello superficiale.”

Nel 1904 Virginia si trasferisce con Vanessa e gli altri due fratelli nel quartiere di Bloomsbury dove fondano il ‘gruppo di Bloomsbury’, un circolo culturale di artisti e scrittori, fondatasi spontaneamente in case private nel quartiere Bloomsbury, fino alla seconda guerra mondiale. Qui avviene il suo battesimo del fuoco letterario e personale. Qui conosce Leonard Woolf, colui che diventerà la figura centrale della sua esistenza: marito, editore (fondò la Hogart Press per pubblicare i libri della moglie) e amorevole sostegno. Non sappiamo bene cosa si sia spostato nella testa di Virginia e quando. Se la morte della madre (avvenuta quando lei aveva 13 anni), se le molestie subite dal fratello, se niente di tutto questo e forse altro. Virginia aveva un malessere che la scrittura ha trasformato in dono. La scrittura, per la Woolf, è un modo per esorcizzare “questa terribile malattia” che non era assenza di vita ma un eccesso di essa.

Difficile non amare Virginia Woolf. È euforia pura. Amava la bellezza (nel 1924 posò per British Vogue con un vestito della madre e per molti anni scrisse per la modaiola rivista), la cucina (Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene) e la casa (non si contano le case e le cameriere che cambiò).

Era pragmatica, realista, attenta osservatrice dell’umanità, amava fino a inglobare dentro le sofferenze dei suoi amori. La più grande scrittrice moderna, inventrice di un flusso di coscienza che mette in riga quello di Joyce (di cui Virginia aveva pessima opinione letteraria) visse la sua vita a perdifiato, fino a impazzire. Questo amore folle e gioioso lo si coglie leggendo la sua prolifica opera, composta da romanzi, racconti, piccoli saggi e soprattutto innumerevoli pagine di diario in cui si scopre la coscienza di una donna ironica, a volte perfida, consapevole e realista, perennemente innamorata di un uomo, di una donna, di un pezzo di cielo, di un fiore.

Jane Austen, la mia maestra virale

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Jane Austen (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 16 giugno.)

Cara Jane,

senza ciò che non ti è mai appartenuto non avresti avuto di che scrivere. La ricchezza e l’amore. La loro mancanza ti ha permesso di scoprire che oltre la persona, dentro di te c’era una scrittrice. E come scrittrice sei stata una dea, la dea della mancanza.

In ogni scrittore c’è un’altra persona. In te ci sono altre donne. Quelle che hai scritto “con un pezzettino d’avorio lungo due pollici con un pennello così fine che dopo molta fatica l’effetto diventa minimo”. Scrivendo, hai creato figure femminili con una perfezione che va oltre la sensibilità. Dentro le tue ragazze c’è il tuo sguardo, c’è la cura e la fatica di appuntare di nascosto una frase o un pensiero, di sporcarti le mani con la carta assorbente pervasa dall’inchiostro. Spesso i fogliettini su cui inventavi le tue storie, li nascondevi in casa e molte lettere che i tuoi personaggi scrivono nei tuoi romanzi sono messaggi dentro la bottiglia, piccole profezie che auguravi a te stessa di avversarsi. In parte non è stato così, in parte ce l’hai fatta. Senza la tua Lizzie o la tua Elinor non ci sarebbe stata nessuna Miss Rossella o alcuna Jo March e nessuna Carrie Bradshow avrebbe rivoluzionato il modo di raccontare i sentimenti femminili non solo a New York ma in tutto il mondo.

Certo, so che avresti voluto in dono i tuoi desideri esauditi. Ma la tua esistenza è stata una partita a scacchi tra ardore e saggezza. Non c’è mai stato un desiderio egoistico. E tu mi insegni che l’egoismo è il fine di ogni storia.Ti sono grata, mia adorata Jane, per ciò che hai dato a me, salvandolo dalla cenere della tua vita, delle tue delusioni, delle tue solitudini. Ti sono grata per aver scritto, nero su bianco, che l’egoismo invece non è il fine di una storia ma la sua fine. Leggendoti ho imparato che la felicità in senso assoluto è impossibile, ma per fortuna molti difetti della nostra Vita possono generare gioie e storie infinite.

RITRATTO

Raccontare Jane Austen significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Una cosa è certa: leggerla è molto più divertente che raccontarla.

Di Jane Austen, nata in Hampshire nella campagna meridionale inglese nel 1775, si pensa di sapere tutto. Un po’ per le poche notizie che si hanno della sua vita, un po’ per la diffusione virale della sua produzione letteraria. Questa percezione onnipresente e falsamente esaustiva dell’autrice ha dato vita all’“austenite”. Non si tratta di una vera malattia e nemmeno di un morbo. È una sorta di virus letterario che influenza chi scrive storie. Si è affetti da “austenite” quando si inventano trame eccellenti, personaggi indimenticabili, ambientazioni e immaginari universali. Tutti elementi caratteristici della sua opera. Ma non solo. Si è affetti da “austenite” quando una storia d’amore scavalca le pagine di un romanzo e diventa, o si pensa possa diventarlo, una storia vera.

Di romanzi compiuti la Austen ne ha scritti soltanto sei. Ma le sue trame le sono sopravvissute, hanno prodotto meccanismi narrativi poi assorbiti non solo dai romanzi ma anche dal cinema e dalle serie tv. Comincerei a leggerli uno per uno senza seguire un ordine preciso, ma lasciandosi ispirare dal carattere delle protagoniste. Il segreto dell’immortalità austeniana. La tormentata Catherine de L’Abbazia di Northanger; le speculari sorelle di Ragione e sentimento; la caparbia Lizzie di Orgoglio e pregiudizio; l’accomodante Fanny di Mansfield Park; la sconsiderata Emma e la paziente Anne di Persuasione. Sono tutte ragazze all’avanguardia rispetto alla ligia età pre-vittoriana in cui la mente della scrittrice le ha generate.

Togliamoci dalla testa una cosa: Jane Austen tutto è stata tranne che una donnina perennemente acciacata dal mal d’amore. Tutte le eroine austeniane sono sottoposte dal’autrice a una profonda analisi psicologica, che le rende donne complesse e dunque inafferabili e attuali. Ragazze che si ribellano a padri oppressivi o che rifiutano uomini danarosi ma insensibili o che preferiscono leggere romanzi gotici invece di partecipare ai gran balli.

Un modo attuale per leggere i romanzi di Jane Austen è farlo tenendo presente che si trattava di una ragazza che scriveva di ragazze. Di tutto questo universo lei fu sublime inventrice e narratrice con un punto di vista unico: non era ciò che sapeva ma ciò che era a distinguerla dalle altre ragazze. L’ironia che caratterizza le sue storie, però, invece di renderle omaggio fu causa dell’isolamento da parte degli scrittori del suo tempo. Come le sue eroine, Jane Austen pagò caro il prezzo del suo essere vivace e niente affatto consolatoria. Per un momento della sua vita deve aver pensato che scrivere sia stata la sua più grande sfortuna. Peggio dell’amore che pure non le andò alla grande. Il politico irlandese, Thomas Lefroy, è stato l’unico amore della sua vita. Un amore breve e spezzato dalla volontà di lui che non sposò Jane Austen, ritenendola troppo povera rispetto alla sua condizione sociale. La scrittrice lo amerà fino alla sua misteriosa morte, avvenuta a 41 anni il 18 luglio del 1817.

Chi si fece ispirare da Jane Austen fu un’altra scrittrice inglese,molto amata, Virginia Woolf che di lei scrisse: “Non le piacevano i cani. Non stravedeva per i bambini. Era indifferente agli affari pubblici. Non aveva una solida educazione letteraria. Era antireligiosa. A seconda del momento, era fredda e volgare. Il solo ascoltare Jane Austen che con la sua voce non dice niente mentre i suoi critici dibattono se fosse una donna, se dicesse la verità, se sapesse leggere e se avesse avuto esperienza diretta alla caccia volpe, è positivamente sconvolgente. Noi ci ricordiamo che Jane Austen ha scritto romanzi. Sarebbe bene che i suoi critici li leggessero.”

Per la maggior parte dei suoi (non) lettori, essere Jane Austen significa essere una damina che prepara dolci e tè per le amiche e i famigliari dimenticando che la scrittrice fu una donna schiva al punto da sembrare eccentrica, con una passione per la lettura spasmodica. La sua scrittura non aderiva alle norme dell’epoca. A cominciare dal fatto che chi scriveva era una donna senza alcuna intenzione di sposarsi se non con l’uomo amato. Così, in un tempo di matrimoni senza amore, Jane rinunciò all’idea. E sposò se stessa.

Philip Roth, il mio Maestro infedele

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore Philip Roth (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 2 giugno.)

Caro Roth,

si può amare qualcuno che non conosci e che, soprattutto, non ti conosce? La trovo un’infingarda debolezza. Una debolezza in cui sono dentro fino al collo, da un anno. Cioè, quando sei morto. Ti cito ancora parlando di te al presente: “Philip Roth vive a…”, etc etc e dopo qualche secondo mi correggo, dicendo: “Scusate volevo dire Roth viveva…” etc etc. Mi rendo conto adesso di essere sempre stata innamorata di te. E se è amore vero o amore falso, non lo so (e poi a chi interessa in fondo?). Quindi questa piccola lettera che ti scrivo, è una lettera d’amore pornoromantica.

Amo i tuoi romanzi, anche quelli minori. A te devo la mia educazione letteraria, nella quale il ruolo del principe azzurro l’ha interpretato Nathan Zuckerman, un genio compulsivo ossessionato dal corpo femminile. Misogino, maschilista, nichilista e avverso a qualsiasi forma di fedeltà. Capisci, dovrei avercela con te. Invece caro Roth, ti adoro.

La nostra storia d’amore (immaginaria) è cominciata in modo burrascoso, quando io ero adolescente. A metà degli anni novanta davanti alle pagine di un’involontaria Divina Commedia in versione audacemente scurrile, ho scoperto che la libertà è bastarda. Nelle tue storie il sesso è l’apice dell’ambizione umana mentre il desiderio insoddisfatto muove tutte le relazioni. Più un desiderio è lontano dalla sua realizzazione, più questo si configura come l’aspirazione più importante. La libertà, appunto.

Non è stata propria una passeggiata di salute (mentale), leggerti. Ho amato il senso del pudore che non hai. Grazie a te ho scoperto che la violazione da noi stessi ci rende bravi scrittori e che la cultura non è una forma di dominio su un’altra persona ma su se stessi.

«Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.» Schietto e maledetto, perennemente arrapato. Di Zucherman ho amato il peggio. Poi la vita mi ha insegnato che invece era il meglio che (forse) potevo trovare su piazza.

Di te sono ancora molto gelosa, Roth. Mi sento sempre l’unica. E ridicola. Ma voglio pensare al nostro amore così: tre metri sopra la libertà blasfema. In fondo, non è male amare qualcuno di cui si conoscono soltanto i romanzi: le tue (le nostre) verità eterne.

RITRATTO

Se la produzione letteraria di Roth è segnata inesorabilmente dalla vita, la sua vita è stata segnata sdegnosamente dalla sua produzione letteraria.

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.”

Lo stretto legame, apertamente dichiarato, tra letteratura e vita è stato il motivo per cui lo scrittore statunitense Philip Roth, considerato il più grande narratore americano dopo William Faulkner, è stato osannato oppure detestato. Non ha mai lasciato indifferenti i suoi lettori e meno che meno i suoi detrattori. Senza voler scomodare la penosa questione del Nobel (ogni anno fino a poco prima della sua morte, si diceva che l’avrebbe vinto e ogni anno puntualmente con una ferocia parossistica si scopriva che non l’aveva ricevuto), Roth è stato un contestatore. Prima di tutto di se stesso. Nato nel 1933 a Newark, nel New Jersey, in una famiglia ebraico-americana della classe operaia e originaria dell’Europa orientale, Roth ha esordito con la raccolta di racconti Goodbye Columbus che gli è valso, a 26 anni, il National Book Award.

Poco dopo sposa Margaret Martinson dalla quale divorzia dopo un paio di anni burrascosi. La donna nel 1968 muore tragicamente. La morte dell’ex moglie non è solo uno shock ma diventa un modo, tutto rothiano, di esplorare la perdita di qualcuno. Da quel momento Roth dichiarerà di ispirarsi a lei per alcuni dei suoi personaggi femminili più complessi e di successo, tra cui le perversioni erotiche ne Il teatro di Sabbath.

La letteratura nuoce all’organizzazione. Non perché sia apertamente pro o contro, o anche subdolamente pro o contro. Nuoce all’organizzazione perché non è generale. L’intrinseca natura del particolare consiste nella sua particolarità, e l’intrinseca natura della particolarità sta nel non potersi conformare.”

Philip Roth muore un anno fa, il 22 maggio 2018, a 81 anni, lasciandoci 31 libri di cui 27 opere di narrativa, romanzi soprattutto. Dalla fine degli anni 70 in poi, le sue principali opere hanno in comune Nathan Zucherman, alter ego letterario e mezzo di diffusione della genialità dello scrittore. Zuch (ebreo come Roth) a volte è in scena come personaggio altre volte è la voce narrante. Zuch è scabroso per il linguaggio, per la fantasia da erotomane, per la dissoluzione del puritanesimo ebreo e americano. La feroce intersezione tra vita e scrittura è il mezzo per comprendere questo personaggio e tutta la filosofia di rottura degli schemi che gli viene dietro.

Scrivere per Roth non è solo uno strumento di introspezione e di analisi ma un mezzo di osservazione del mondo, di sé, dell’America, della civiltà ebraica. Tutte situazioni e modi di essere con cui lo scrittore sarà sempre in conflitto, usando la scrittura come mezzo di contestazione. Ne sono una prova i romanzi più noti e più amati: La macchia umana, Pastorale americana, Il lamento di Portnoy, Ho sposato un comunista.

In una delle sue ultime interviste ha dichiarato: “Una volta terminata la scrittura, non so più nulla.” Una riflessione che ben si intreccia con la coscienza introspettiva dei cosiddetti romanzi minori: Il seno, Inganno, Operazione Shylock. Storie che intercettano i sentimenti umani più beceri. Situazioni brevi e ombelicali che discettano di tradimento, infedeltà, vendetta, nevrosi. L’ombelico di Roth è l’ombelico del mondo. L’isteria dei personaggi, come il delirio nelle sue storie, è un sintomo della sua grandezza inespugnabile. Vissuta in vita come una vera e propria malattia.

«Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne.»

Quando nel 2012 annuncia al mondo di aver chiuso con la scrittura, qualcuno interpreta il gesto come una chiusura definitiva verso il mondo, verso la vita. Lui che aveva dedicato tutto se stesso, perfino il suo malessere psichico, alle “storie specifiche” come le definiva, rinuncia alle parole. Come se queste non fossero più adatte a nulla. Lui che aveva smesso di amare, di lavorare (all’università), di vivere a New York (preferendole una fattoria nel Connecticut) rinuncia alla letteratura. Compie una scelta pronosticata anni prima dal suo spregiudicato alter ego, Zuch in Pastorale americana: “Il vecchio sistema che ha reso l’ordine non funziona più. Tutto quello che restava era la sua paura e lo stupore, ma ora nascosto dal nulla.”


                                      

“Friday Black” su ExLibris20

Avete presente quando uno dice: ho bisogno di una boccata d’aria e allora esce fa un giro, respira e la testa si ossigena come un vino messo a decantare? Tipo quando ci si sente impallati dentro un’atmosfera viziata e invece si vorrebbe solo respirare aria nuova?

Friday Black, l’esordio strepitoso del 35enne newyorkese, di origini del Ghana, Nana Kwame Adjei-Brenyah (pubblicato da Sur e tradotto benissimo da Martina Testa) è aria nuova, una lunga rinvigorente boccata d’aria pulita.

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Gabrielle Sidonie Colette – La mia musa infinita

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Gabrielle Sidonie Colette (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 26 maggio)

Cara Colette,

tutto ciò che si scrive, accade?

Sì. Ma l’aspetto più interessante della vicenda è che ciò che non accade non si scrive. Come fanno certe persone a giurare che non ci sia una briciola di sé in quello che scrivono? Ho l’impressione che sia un atteggiamento miope, legato a una diffusa bassa considerazione della scrittura “viva” ovvero dei sentimenti contro la scrittura “morta” riguardante tutto il resto. Come se anche scrivere di un sasso non sia un modo per raccontarsi.

Ma tu lo sai che ancora vedo storcere il naso quando ti si nomina come figura letteraria rilevante? Loro dicono: ah Colette, quella che ha scritto “Cherie”? Quella che amava i ragazzi e le ragazze? Ma si può essere più impuri? Cosa respinge alcuni autori e autrici di fronte ai sentimenti, peraltro degli altri? Esiste un romanzo senza una storia d’amore? A cominciare da quella tra chi lo scrive e il suo personaggio? E poi quella tra chi lo legge e chi lo scrive e così via?

Ma davvero dobbiamo ancora chiederci se si possono scrivere storie senza scrivere di sentimenti?

Le tue storie di sentimenti sfrenati, resi vivi da parole così intime come menzogne sussurrate al proprio amante, fanno paura. Non siamo tutti in grado di dare parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” o frasi fatte del genere. Allora, l’amore che tu scrivi spaventa perché si può avverare. Non è composto di frasi fatte e cioccolatini. Ma di desiderio e dunque di libertà. Il tuo sguardo viviseziona il cuore umano. Ci ricorda di averlo. E che non è poi così male, il cuore. Quando vuol dire amore libero e libertà di amare.

RITRATTO – Colette la scrittrice che visse mille vite

Se esiste una giustizia letteraria questa non è il talento e nemmeno la fortuna. La giustizia per chi scrive è il destino. Il destino inteso come dna narrativo. Colette è una scrittrice del destino, la sua è una scrittura che si compie. Una scrittura del destino. Quello che si scrive succede, diceva di sé. La sua vita non le ha dato torto.

Nel pieno della bella epoque parigina, posò sdraiata nuda sulla pelle di un leone. Recitò in teatro con il seno scoperto. Simulò un atto sessuale al Moulin Rouge. La sua fama è stata immensa. Gabrielle Sidonie Colette è stata la prima donna francese a ricevere i funerali di Stato, mentre in vita fu insignita della Legione d’Onore. Scrittrice prima su commissione poi finalmente libera (dopo il divorzio), Colette amava la vita fino a divorarla. Non conosceremo mai abbastanza questa donna fuori dalla definizioni per definizione. Colette è stata una donna infinita.

Nata in Borgogna,Saint-Sauveur-en-Puisaye,nel 1873 da una famiglia modesta ma non povera che le voleva bene, soprattutto la madre Sido, a cui la scrittrice dedicherà molte prose, considerava Colette un dono prezioso che crebbe con amore e spontaneità nella lussuria della campagna francese.

La vita letteraria di Colette comincia molto presto con l’apprendistato editoriale da Henri Gauthier-Villars, detto Willy: marito e datore di lavoro che allevava ghost writer costretti a scrivere romanzi di appendice. I due si sposano nel 1893, quando lei ha 20 anni e lui 35. Arrivata a Parigi, dalla serenità della campagna francese, Colette conosce la mondanità più sfrenata. Il loro matrimonio, atraversato da continue crisi e tradimento, trova una sua crudele stabilità attraverso la famosa serie di romanzi sentimentali legati al personaggio di Claudine, in realtà alter ego di Colette costretta a produrre costantemente libri senza firmarli e senza guadagnarci granché. Il successo di Claudine e il matrimonio fallito la resero molto depressa, come racconta ne “Il mio noviziato”.

Il fascino di Colette si confondeva dietro una patina di leggerezza. Fu una donna dalle incandescenti sfaccettature di senso. Amò uomini e donne con la stessa intensità con cui amava scriverne. In “Chéri, il romanzo che la rese nota liberandola dal passato di schiavismo letterario e matrimoniale, ha per protagonista un’escort: Lea, con la passione sfrenata per un ragazzo molto più giovane che la farà letteralmente impazzire. Pubblicato nel 1920, fu subito: scandalo! Come tutte le storie di Colette, del resto.

La voce della saggezza femminile mondana attraversa il punto di vista di Colette che ha (stra)vissuto l’epoca più festosa della Francia sempre con occhi e cuore spontanei. Come giornalista scrisse di costume e società per diverse testate senza risparmiarsi mai in termini di stilettate affilate contro i dettami vetero-broghesi.

La scrittrice amava definirsi ”una borghese buongustaia e golosa”, amava l’aglio, i cosciotti, i piatti in umido, ma anche le cose semplici della terra. Colette aveva una passione sfrenata per il buon cibo. Molto presente nelle sue opere. ”Il vero gourmet” scrive ”è colui che si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito, se il burro è delicato ed il pane ben impastato”. Una lezione di gusto che vale anche per la scrittura.

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