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Gabrielle Sidonie Colette – La mia musa infinita

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato alla scrittrice Gabrielle Sidonie Colette (Originariamente pubblicato nell’inserto “Mimì” su “Il Quotidiano del Sud”, domenica 26 maggio)

Cara Colette,

tutto ciò che si scrive, accade?

Sì. Ma l’aspetto più interessante della vicenda è che ciò che non accade non si scrive. Come fanno certe persone a giurare che non ci sia una briciola di sé in quello che scrivono? Ho l’impressione che sia un atteggiamento miope, legato a una diffusa bassa considerazione della scrittura “viva” ovvero dei sentimenti contro la scrittura “morta” riguardante tutto il resto. Come se anche scrivere di un sasso non sia un modo per raccontarsi.

Ma tu lo sai che ancora vedo storcere il naso quando ti si nomina come figura letteraria rilevante? Loro dicono: ah Colette, quella che ha scritto “Cherie”? Quella che amava i ragazzi e le ragazze? Ma si può essere più impuri? Cosa respinge alcuni autori e autrici di fronte ai sentimenti, peraltro degli altri? Esiste un romanzo senza una storia d’amore? A cominciare da quella tra chi lo scrive e il suo personaggio? E poi quella tra chi lo legge e chi lo scrive e così via?

Ma davvero dobbiamo ancora chiederci se si possono scrivere storie senza scrivere di sentimenti?

Le tue storie di sentimenti sfrenati, resi vivi da parole così intime come menzogne sussurrate al proprio amante, fanno paura. Non siamo tutti in grado di dare parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” o frasi fatte del genere. Allora, l’amore che tu scrivi spaventa perché si può avverare. Non è composto di frasi fatte e cioccolatini. Ma di desiderio e dunque di libertà. Il tuo sguardo viviseziona il cuore umano. Ci ricorda di averlo. E che non è poi così male, il cuore. Quando vuol dire amore libero e libertà di amare.

RITRATTO – Colette la scrittrice che visse mille vite

Se esiste una giustizia letteraria questa non è il talento e nemmeno la fortuna. La giustizia per chi scrive è il destino. Il destino inteso come dna narrativo. Colette è una scrittrice del destino, la sua è una scrittura che si compie. Una scrittura del destino. Quello che si scrive succede, diceva di sé. La sua vita non le ha dato torto.

Nel pieno della bella epoque parigina, posò sdraiata nuda sulla pelle di un leone. Recitò in teatro con il seno scoperto. Simulò un atto sessuale al Moulin Rouge. La sua fama è stata immensa. Gabrielle Sidonie Colette è stata la prima donna francese a ricevere i funerali di Stato, mentre in vita fu insignita della Legione d’Onore. Scrittrice prima su commissione poi finalmente libera (dopo il divorzio), Colette amava la vita fino a divorarla. Non conosceremo mai abbastanza questa donna fuori dalla definizioni per definizione. Colette è stata una donna infinita.

Nata in Borgogna,Saint-Sauveur-en-Puisaye,nel 1873 da una famiglia modesta ma non povera che le voleva bene, soprattutto la madre Sido, a cui la scrittrice dedicherà molte prose, considerava Colette un dono prezioso che crebbe con amore e spontaneità nella lussuria della campagna francese.

La vita letteraria di Colette comincia molto presto con l’apprendistato editoriale da Henri Gauthier-Villars, detto Willy: marito e datore di lavoro che allevava ghost writer costretti a scrivere romanzi di appendice. I due si sposano nel 1893, quando lei ha 20 anni e lui 35. Arrivata a Parigi, dalla serenità della campagna francese, Colette conosce la mondanità più sfrenata. Il loro matrimonio, atraversato da continue crisi e tradimento, trova una sua crudele stabilità attraverso la famosa serie di romanzi sentimentali legati al personaggio di Claudine, in realtà alter ego di Colette costretta a produrre costantemente libri senza firmarli e senza guadagnarci granché. Il successo di Claudine e il matrimonio fallito la resero molto depressa, come racconta ne “Il mio noviziato”.

Il fascino di Colette si confondeva dietro una patina di leggerezza. Fu una donna dalle incandescenti sfaccettature di senso. Amò uomini e donne con la stessa intensità con cui amava scriverne. In “Chéri, il romanzo che la rese nota liberandola dal passato di schiavismo letterario e matrimoniale, ha per protagonista un’escort: Lea, con la passione sfrenata per un ragazzo molto più giovane che la farà letteralmente impazzire. Pubblicato nel 1920, fu subito: scandalo! Come tutte le storie di Colette, del resto.

La voce della saggezza femminile mondana attraversa il punto di vista di Colette che ha (stra)vissuto l’epoca più festosa della Francia sempre con occhi e cuore spontanei. Come giornalista scrisse di costume e società per diverse testate senza risparmiarsi mai in termini di stilettate affilate contro i dettami vetero-broghesi.

La scrittrice amava definirsi ”una borghese buongustaia e golosa”, amava l’aglio, i cosciotti, i piatti in umido, ma anche le cose semplici della terra. Colette aveva una passione sfrenata per il buon cibo. Molto presente nelle sue opere. ”Il vero gourmet” scrive ”è colui che si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito, se il burro è delicato ed il pane ben impastato”. Una lezione di gusto che vale anche per la scrittura.

J. D. Salinger, le tue parole mi si addicono

Questa è la versione integrale del mio articolo dedicato allo scrittore J. D. Salinger (Originariamente  pubblicato nell’inserto letterario “Mimì” de “Il Quotidiano del Sud”, domenica 5 maggio)

CARO J. D., 
a volte mi manchi, a volte mi basta rileggere “Il Giovane Holden”. 
Non ti infastidire ma è di lui che ti voglio parlare. Del tuo migliore amico, del tuo peggior nemico.
Proprio non capisco i lettori che, gonfiandosi il petto, dicono: “A me ‘Il giovane Holden’ non è piaciuto”. Fin qui tutto ok. È un libro. Come molti libri può non piacere. Il punto è il motivo. Perché non è piaciuto? La maggior parte della volte non mi arriva una risposta concreta, ma solo un ghigno sprezzante.
Non importa cosa e come questo libro abbia cambiato la mia vita, perché l’ha fatto indubbiamente quando sono arrivata, molti anni fa, a Torino per frequentare la scuola di scrittura a lui dedicata. Posso capire che la mia scelta non sia condivisibile da tutti (e poco importa), ma ho l’impressione che talvolta, in Italia, una qualche antipatia per questa scuola sconfini, a torto, nei confronti del romanzo da cui ha preso spunto. Sento puzza di pregiudizio. Ecco, se c’è pregiudizio nella lettura certamente Holden sta antipatico. Holden i pregiudizi li smaschera e complimenti a te, caro Salinger, che nel creare il suo personaggio l’hai immaginato un ragazzo di appena 17 anni. Resterò con il dubbio che una volta adulto, Holden si sia normalizzato. Ma spero che da adulto sia stato ancora strafottente. E per strafottente non intendo cattivo, intendo puro, candido, autentico. Capace di dire una cosa inaudita: la verità. Quelli a cui “Il giovane Holden” non piace, forse non sono mai stati ragazzi. Non sono mai stati cacciati da una scuola, da una classe, da un cortile, da una parrocchia, dalla propria famiglia. 
«La gente non si accorge mai di nulla. (…) E in parte è vero, ma non del tutto vero. La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga». Tu sei riuscito a dire la verità senza mentire. Hai reagito ai permalosi, ai suscettibili, ai piagnoni, ai sotuttoio, ai sodinonsapere. Sei sopravvissuto a te come scrittore, hai sconfitto l’ossessione della pubblicazione. Pubblicare è la cosa peggiore che tu possa fare, “dal non pubblicare viene una gran quiete”, hai detto. Caspita se è vero. Anni di studi per capire a cosa serve scrivere. La domanda vera è: a cosa serve pubblicare? E la tua risposta ce l’ho trapiantata dentro come un secondo cuore: “E comunque la maggior parte delle cose non vere è meglio lasciarle non dette.”

RITRATTO

«Prima di tutto, quando cominci a prendertela con le cose e con la gente invece che con te stessa, sei fuori strada.»

I personaggi di J.D. Salinger sono così reali che si finisce con il pensare che esistano davvero. A cominciare dai loro pensieri, fateci caso: si impossessano di voi. Tutti abbiamo avuto un fratello come Holden, una sorellina come Franny, un marito come Seymour, una moglie come Bessie.

Salinger comprendeva qualcosa degli esseri umani prima che loro stessi lo comprendessero.

Nato nel 1919 a New York da padre di origine ebrea e madre di origine cattolica (convertita ebrea per il marito), dopo essere stato cacciato da una scuola privata viene spedito dai genitori in un’accademia militare in Pennsylvania, dove comincia a scrivere racconti (di notte, sotto le coperte, illuminato da una pila).

Salinger è lo scrittore che sta sempre altrove. Deve essere per questo che ha iniziato a scrivere, attività che lui visse come una pulsione istintiva. Ha scritto per spostarsi, ed è andata che ha spostato noi. I temi che caratterizzano le sue storie sono tutti legati all’idea di fuga, in forma di abbandono, di morte, di ribellione o di punizione. C’è sempre qualcuno in fuga. E non è certamente casuale. Se c’era un modo in cui Salinger si è sentito realizzato nella vita questo è stato la fuga.

Dopo gli studi alla Columbia e corsi di scrittura serali, per Salinger diventa un’ossessione pubblicare sul The New Yorker, considerato il massimo riconoscimento possibile. Dopo rifiuti su rifiuti, nel 1948 esordisce sulla prestigiosa rivista con il racconto “Un giorno ideale per i pescibanana”. Successo immediato. La vita di Salinger è stata questo: meno cercava il successo più l’otteneva.

Prima del felice esordio, c’è stata la guerra. Salinger combatte in trincea, un’esperienza paranoide dalla quale non si riprenderà mai: “è impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva”.

Salinger morì a 91 anni nel 2010 nel NewHampshire dove si era rifugiato per scrivere e ritirarsi a una vita tranquilla. La sua ultima intervista risale al 1974; uno dei modi per avvicinarsi alla vita e al pensiero di Salinger, a parte leggere l’opera omnia, è la visione del documentario di Shane Salerno scritto e montato senza fronzoli, nel pieno rispetto dell’animo schivo dello scrittore.

Salinger viene identificato come l’eremita, il misantropo, il solitario. Non era proprio così. Viaggiava, partecipava alle fiere, comunicava con i giornalisti, faceva il galante con le signorine. Salinger faceva tutte le cose che facciamo noi, solo che lui le faceva a modo suo. Puntiglioso, ossessivo nella scrittura come nella vita (una virgola in più poteva costare la reputazione dei suoi editor), Salinger non odiava nessuno. Al contrario,amava a tal punto l’umanità da mettersi da parte per osservarla meglio.

«Sono mai stato innamorato, mi chiedi. (…) Non direi Amore, davvero. Cotte, colpi di fulmine, febbri assortite, bollori e raffreddori, matrimoni e relazioni formate da abitudini, ma non proprio una quantità di maledetto amore.»

Ebbe due mogli. Con la prima fu una storia lampo; con la seconda, Claire, sposata nel ’54, fece due figli: Margaret e Matt (quest’ultimo terrà, per la prima volta in Italia, un incontro sul padre nell’ambito del Salone del Libro di Torino). Egocentrico era egocentrico, come regalo di nozze alla diciannovenne moglie regala una copia di un suo racconto e si dice che senza Claire, Franny non esisterebbe. Ma forse questo vale per tutti i personaggi e le donne di JD. Dopo il divorzio dalla moglie, estenuata dall’isolamento del marito, Salinger frequenta molte ragazze, attrici, donne sempre molto più giovani. Tra cui Joice Maynard, giovanissima studentessa e aspirante scrittrice, che Salinger conquistò con lunghe e bellissime lettere in cui elargiva consigli di scrittura senza lesinare complimenti. Una delle più belle dichiarazioni d’amore che le fece, in una lettera, è: Gentile signorina, le tue parole mi si addicono. La Maynard si trasferirà per nove mesi a Cornish convivendo con lo scrittore fino a quando lui non troncherà la relazione, incompatibile con i progetti della ragazza.

La scelta di ritirarsi dalla notorietà, scomparendo tra i monti del New Hampshire, è stata spesso criticata mentre le sue motivazioni erano sincere e naturali: Salinger non voleva cancellare il mondo ma desiderava vivere in uno tutto suo. Altezzoso sì, ma mai cattivo. “La gente crede sempre che le cose finiscano a un certo punto. E invece no.”

Salinger scriveva spinto da qualche demone da esorcizzare, non desiderava essere letto più di quanto desiderasse scrivere bene una storia. Jerry, come lo chiamavano gli amici, disprezzava il benessere, l’avidità e l’ipocrisia sociale. Non sopportava l’idea che per scrivere l’autore si dovesse svendere. “Il giovane Holden” è la sintesi del suo pensiero; il romanzo ottenne un’enorme risonanza. Nessuno sapeva di essere il giovane Holden prima che Salinger lo inventasse: È tremendo, se uno ci pensa.” Direbbe, Holden.

“La rampicante” in concorso al Premio Strega 2019

Da qualche settimana sono stati pubblicati i nomi dei primi romanzi in concorso al Premio Strega 2019, tra questi c’è il “mio” anzi il “nostro” La rampicante,  di cui ho curato l’editing. Ne sono felice e invito chi non l’ha ancora fatto a scoprire questa storia.

Cosa leggi questa estate? I consigli dall’universo «Altri Animali» 2018

Anche quest’estate i miei consigli (e non solo miei) di lettura per i mesi estivi.

Le letture estive sono quelle più importanti, le agogno per un anno intero in attesa di attenuare le letture professionali e concentrami solo su quelle che desidero. I desiderata di questa estate sono (e saranno) alcune recenti uscite: Parlarne tra amici di Sally Rooney; Come un giovane uomo di Carlo Carabba; Cosa faremo di questo amore di Gabriele Di Fronzo. I recuperi letterari adorati:Corpo CelesteL’iguana e Le piccole persone di Anna Maria Ortese; Inseparabile di Lalla Romano; La storia di un matrimonio di A. S. Greer. Una graphic novel: Limoni di Emanuele Rosso. E infine un saggio: L’amore rende liberi di Dan Savage. Se non affogo mi riprometto anche di rileggere Corporale di Volponi.

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I know It’s OVERlove – Il mio romanzo in musica

I know It’s OVERlove
Giovedì 21 Giugno #lettidinotte #ov #vediallavoce #overlove

Parole in musica Tratte dal romanzo Overlove di Alessandra Minervini (Liberaria Editrice)

Voce: Alessandra Minervini, Giorgia Antonelli

Musica: Pierpaolo Guaragno

Il Romanzo «Non esiste un motivo per amare. L’unico motivo dell’amore è l’amore». «Per questo smette». All’inizio del romanzo la protagonista, Anna, dice “Basta”. Lasciare Carmine è una delle prove d’amore più oneste che lei possa compiere. Non è tanto una separazione, che mentalmente non avverrà mai, quanto un abbandono. In apparenza sembra che la scelta sia per salvare se stessa: “Quando si fa schifo bisogna stare da soli”. In realtà, andando avanti, le scelte dell’uno e dell’altra mostrano che ci si può lasciare non per salvare se stessi ma per salvare il proprio amore. L’amore, nel romanzo è così, non corrisponde necessariamente ad aver trovato la soluzione a tutto. Anna vive un amore troppo grande, più grande del contesto a cui appartiene, più grande anche di se stessa al punto che, non riuscendo a superare i propri limiti, molla. La storia con Carmine diventa una rinuncia invece che una salvezza. Overlove è un amore che non salva nessuno se non l’amore stesso.

“Mesi prima Anna e Carmine erano distesi sul letto di un albergo di Lugano, dove Carmine aveva suonato in unplugged all’auditorium. Poca gente, come al solito, molte recensioni. Anna l’aveva seguito per mancanza. Il suo corpo nudo entrava e usciva dalla bocca di Carmine con la stessa leggera musicalità delle note. Lui aveva tenuto i vestiti e gli occhiali, non li levava mai, per via degli occhi svergognati. Ogni tanto spostava l’asta della montatura con l’indice per non ungere le lenti. C’era la musica e poi Anna; Anna e poi Overlove. Lei gli aveva chiesto: «Cosa vuol dire Overlove?» E lui aveva risposto: «Non abbastanza, quindi troppo. Troppo amore non è abbastanza amore». Anna aveva deglutito, allargando le pupille e poi, prendendo coraggio, gli aveva chiesto: «Ma sei sicuro che la gente lo capirà?» «Non m’interessa», e poi: «Della gente non m’interessa».”

#ov su ITALIANSBOOKITBETTER

Ci sono alcuni libri che spesso chiamo in soccorso quando ho bisogno di prendere aria. Delle letture che vado a ripescare quando sento il bisogno di una mano che mi afferri e che mi stani dalla mia zona di comfort. Di questi libri ho sempre avuto difficoltà a parlare perché ho l’impressione che io sia impigliata tra le loro parole e che con le pagine ci siano rilegati dei pezzi di me. Confesso che “Overlove” di Alessandra Minervini rientra a pieno titolo tra i miei libri àncora.

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Overlove su “Sette” del Corriere della Sera

“Overlove” letto e consigliato da Corinna De Cesare.

#ov su PerfectBook

Amore e musica, mancanze e ricerca della felicità, parole a lungo taciute e ascolto delle proprie emozioni: sono questi i principali ingredienti del romanzo Overlove di Alessandra Minervini (LiberAria Editrice). L’autrice ci fa entrare tra le maglie della narrazione, ci conduce alla scoperta del proprio mondo interiore che l’ha portata a scrivere la storia di Anna e Carmine. Un’intervista che, quasi come effetto di un flusso di coscienza, racconta la lunga gestazione dell’opera e l’intensità e il desiderio con cui questa è stata affrontata: scrivere – ci dice Minervini – è un processo creativo imprescindibile dalla conoscenza di sé.

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#ov su ExLibris20

By alessandra RASSEGNA STAMPA

Volevo dirti una cosa, che può sembrarti folle, ma pazienza. Leggere è un po’ come bere del vino. Hai presente quando quelli che ne capiscono di vini ti dicono che dentro ci trovano il retrogusto di frutti di bosco, di noci, di legno, di foglie e dell’anima di qualcuno? Che alla fine te lo dicono talmente bene che, quantomeno i frutti di bosco, li senti anche tu? Ecco. Leggere è così. Voglio parlarti di Overlove di Alessandra Minervini, edito da LiberAria. E di questo ti parlo. Ma non solo. Sarebbe impossibile.

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