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“Allontanarsi dalla macchina” – Laboratorio di Editing – Scuola Holden – Bari (Officina degli esordi)

Quando finite il romanzo […] mettetelo in un cassetto. Più a lungo che potete.

Un anno o più sarebbe l’ideale; ma andranno bene anche tre mesi.

Allontanatevi dalla macchina, come ordinano i poliziotti del telefilm.

ZADIE SMITH

Dal 12 ottobre al 30 novembre 2019 comincia a Bari un laboratorio di editing. Il percorso è adatto a chi ha terminato il proprio manoscritto e a chi desidera imparare a ri-leggere e ri-scrivere un testo. Tutte le info e i dettagli per le iscrizioni sono qui.

In collaborazione con Scuola Holden, Officina degli Esordi e Spine Bookstore.

“Cosa c’è di nuovo, Gina?” parte in Francia

La Bibliothèque italienne è un osservatorio francese sulla produzione letteraria italiana contemporanea. Tra i vari progetti che coordina, grazie alla mente meravigliosa di Gessica Franco Carlevero c’è una raccolta di racconti bilingue, con il testo italiano e francese vis-à-vis. C’è anche un mio racconto, “Cosa c’è di nuovo, Gina” uscito anni fa su Effe – Periodico di Altre Narratività. Leggete il progetto di Gessica, che convolge anche tra gli altri Demetrio Paolin e Nadia Terranova, per capire quanto sia importante dare una mano per realizzarlo. 

Questa è la prima raccolta di racconti italiani contemporanei edita dalla Bibliothèque italienne. Si tratta di un libro che raccoglie sei racconti, un intermezzo poetico e sette illustrazioni. La partenza è il filo comune.

L’dizione sarà bilingue, con il testo italiano e francese vis-à-vis.

Nella versione originale, i racconti sono comparsi sulle riviste letterarie italiane cartacee o online minima&moralia, EFFE, L’inquieto, Nazione Indiana, Carie.

Questo è il link: https://it.ulule.com/partir/

Scrivere i sentimenti: raccontare l’amore senza essere banale – Corso Classyfi Scuola Holden

La terza edizione del laboratorio riprende a Settembre.

In questo LINK c’è scritto come fare per iscriversi, se avete domande scrivete anche a me.

Vi aspetto!

“Stellario” – Un racconto pubblicato su CrackRivista

Cosa succede dentro una storia mentre la scrivo? Più o meno ciò che accade nelle mie tasche. Non lo so.
A differenza del detto popolare: “ti conosco come le mie tasche”, per quanto mi riguarda è vero il contrario. Non so mai cosa ci trovo nelle mie tasche. Questo più o meno accade quando scrivo. So dove mettere le mani (nelle tasche, appunto) ma quello che ci troverò e quando e se mi piacerà e se saprò cosa farne di quello che ci trovo, non lo so.
Scrivere è svuotarsi le tasche.  (E questo, almeno nel mio caso, è vero due volte.) 
“Stellario” è un racconto nato così. Un anno fa avevo solo il desiderio di ispirarmi al periodo universitario che ho vissuto a Siena. Inventando completamente e mischiando e barando e mettendo le mani più volte in più tasche, è spuntata Nina. Ma da che tasca l’abbia presa, ancora me lo chiedo. Questo racconto da oggi è possibile leggerlo nella rivista Crack.
Leggetelo ascoltando Make Up, la canzone di Lou Reed da cui è nata Nina.

Goliarda Sapienza: la mia musa lavica

Questa è la versione integrale del mio articolo comparso sull’inserto letterario “Mimì” ne “Il Quotidiano del Sud”, domenica 13 aprile, dedicato alla scrittrice  Goliarda Sapienza

L’odore dei limoni – Lettera per una scrittrice

di Alessandra Minervini

Cara Goliarda,

quando ti penso sento l’odore dei limoni. Un odore che incornicia le mani, che sa essere infinitamente aspro pur essendo buono.

Ti considero un’amica non una maestra, un’ispirazione personale che tengo per mano o in tasca e che porto dovunque e dovunque ti conduco mi danno retta. La tua scrittura è un’ispirazione che non piomba dall’alto ma mi tiene compagnia. Quello che mi ispira di te, sei tu.

Mi vieni spesso in mente. Tu, che da ragazzina, al cinema Mirone sognavi di essere come l’attore Jean Gabin, a cui tutto era concesso in quanto uomo. Anche a me capita di sentirmi non all’altezza. La mia autonomia (letteraria) provoca un certo scioccato fastidio. Il compagno di una vita non vuole condividerti con le Lettere.

Come reagisco? Fottendomene. Un po’ come facevi tu.

Mi chiedo: ma è vero che io, in quanto donna, devo dimostrare di essere più brava? La mia risposta è NO. Non voglio essere una donna che si mette da parte, ma non voglio nemmeno sentirmi in competizione. E non voglio nemmeno fare come le donne che escludono gli uomini. Osservo festival dedicati solo alle donne, ai quali partecipare mi crea un po’ di imbarazzo. Io quando parlo, parlo tanto di uomini. Scrittori che mi ispirano o personaggi maschili a cui devo molto. Se ti ho letto, Goliarda, lo devo a un uomo. Era il 2005, vivevo a Torino e uno dei miei docenti mi passò una versione ben consumata de “L’arte della gioia” (ancora nell’edizione Stampa Alternativa). Me la passò come una molotov. Nel personaggio di Modesta ho trovato tutto: cibo e fame, luce e giorno, mare e pioggia, anche una femmina.

Una femmina che, come te nei tuoi diari, non ha paura di occuparsi della casa, di stirare lenzuola. Si dice: se sei ovunque, sei chiunque. Tu invece hai scelto dove stare e chi essere, tu hai scelto chi amare: la scrittura. “Non sono più giovane, non ho tempo. Devo scrivere.” Così rispondevi a chi ti proponeva questo o quell’altro circoletto. “No, non sono una donna che si guadagna la vita, sono una donna che guarda dalla finestra e ha una camera per se stessa. Vi ripugna? (…) Sono libera e questa libertà la voglio far fruttare”.

Allora ti chiedo: se oggi non è la possibilità di essere libere che manca, perché non fare qualcosa di completamente nuovo invece di spadroneggiare nel vecchio?

Magari, per una volta, qualcosa invece di accadere: cadrebbe giù. Giù i silenzi, giù le parrocchiette, giù i soliti giri, giù le solite lagne, giù le guerre tra poveri. Ci vuole una bella caduta. Non una caduta di stile ma una caduta per un nuovo stile: “Sono caduta tante volte, eppure eccomi qua, in piedi, che ti scrivo. Anzi ultimamente sono venuta alla conclusione che le persone che non cadono, in realtà è perché non stanno in piedi”. Anche io cado, cara Goliarda.

Inventiamo una nuova visione letteraria, un nuovo sguardo e chiamiamolo: Alle cadute di tutte le guerre. Nell’attesa come te “stiro lenzuoli”, cerco la pace e l’odore dei limoni.

RITRATTO DI GOLIARDA – UNA DONNA LAVICA

Sai come sono fatta – aveva detto ad una conoscente tre giorni prima di morire – è possibile che scompaia per un po’ per poi tornare all’improvviso”. Goliarda Sapienza è nata a Catania nel 1924 ed è morta a Gaeta nel 1996; è stata un’attrice e poi una scrittrice, è stata una donna alla ricerca di un’identità vivacemente irripetibile.

L’infanzia siciliana, che racconta in “Io, Jean Gabin”, fu segnata dai due eccentrici genitori. La madre, la lombarda Maria Giudice, fu la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino e una delle prime a portare avanti le protobattaglie sulle questioni femminili; il padre, Peppino Sapienza, fu un avvocato sindacalista catanese detto “l’avvocato dei poveri”, tanto influente nella formazione della figlia al punto da non mandarla a scuola come gli altri, quando gli altri erano i Balilla. Così Goliarda la vita la imparò dalla vita: per le strade di una Catania malfamata e ambigua, in mezzo alle chiacchiere di pupari e intrecciatori di gelsomino, al cinema Mirone. La sua è una Sicilia fatta di visioni bizzarre, immerse in un’umanità impastata di passionalità bestiale.

I genitori, figure cruciali, li amò tantissimo e molto da loro venne influenzata, crescendo come creatura libera. Gli stessi genitori, che non si sposarono mai e che ebbero Goliarda in tarda età e in seguito alla precoce morte del primogenito (Goliardo) a cui probabilmente la scrittrice fu sempre legata in un immaginario cordone ombelicale, la spronarono a lasciare Catania per trasferirsi a Roma. Qui, era il 1943, studiò al Centro Sperimentale e nel 1947 conobbe il regista Citto Maselli con cui ebbe una relazione more uxorio, lunga quasi 20 anni. La prima parte della sua vita romana fu caratterizzata da una certa mondanità, sempre austera come il suo sguardo, che la portò a calcare palcoscenici teatrali noti e a girare film d’autore con Visconti, Blasetti, Comencini e Zavattini.

Ma le mancava qualcosa. Una mancanza che esplose con la morte della madre, nel 1953, dalla quale Goliarda non si riprese mai del tutto. A parte scrivendo. Fu proprio per l’amore di figlia che, persa la madre, non sapeva dove far fluire, che Goliarda fece la scelta che le cambierà definitivamente la vita: scrivere.

Dovete immaginare, se non l’avete mai letta, una scrittrice che non basta a se stessa. Il suo sguardo si fa parola e fuoriesce dalle cornici stabilite, con la consistenza della lava di un vulcano in evoluzione. Un vulcano che si spegne solo per ricaricarsi, meglio, della materia di cui si compone e riemerge in forma di lava, mai uguale a se stesso. Questo processo di malattia e guarigione avviene attraverso le parole, Goliarda fu salvata dalle parole.

“Una delle tappe d’obbligo che la vita ci impone: quella di essere abbandonati o abbandonare” è un karma che poi ha scontato nella vita, lottando. Goliarda è stata una donna militante: una lotta che non ha a che fare con la militanza politica. Lei ha lottato per rimanere se stessa, esprimendo una soggettività per l’epoca audace e addirittura più all’avanguardia delle femministe “di regime”. Per farlo è passata dalla povertà, dalla lascivia, dall’amore e dalla solitudine. Ma mai nella vita, almeno da quanto si legge, ha desiderato muovere qualcuno a compassione, pur essendo una delle scrittrici italiane più a lungo dimenticate. Nemmeno quando, per disperazione, rubò dei gioielli a casa di alcune amiche Goliarda intenerì nessuno e scontò la pena a Rebibbia nel 1956. Un’esperienza che ispirerà “L’Università di Rebibbia” (1983), romanzo autobiografico in cui non si risparmia.

Per L’arte della gioia, sua opera simbolo finito nel 1976 (dopo 10 anni di lavorio fisico e intellettuale) Goliarda rinunciò testardamente a tutto. Ma perse. La storia di Modesta vide la luce in un’edizione completa solo nel 1998 grazie a Stampa Alternativa, quando ormai la scrittrice era morta e per merito del suo ultimo marito, Angelo Pellegrino. L’opera viene apprezzata con la riedizione Einaudi nel 2008, solo allora lettori e lettrici italiane conoscono un’eroina letteraria che racchiude una buona parte di noi, Modesta. La storia di Modesta fa parte di quel modo di essere che normalmente seppelliamo, con tutta la testa, dentro la sabbia. La vergogna, la cattiveria, la solitudine, l’ipocrisia, la viltà. L’arte della gioia contiene le debolezze umane e le esalta. E questo, soprattutto se si scrive, deve ispirare. Sempre. Quelle de “L’arte della gioia”, non furono donne di crinoline ma donne di rovine.

Goliarda morì, a 72 anni, ma fu ritrovata tre giorni dopo dalla dirimpettaia il 30 agosto del 1996 a Gaeta, il luogo dove vide la luce e il tormento la sua Modesta. Sulla lapide, a Gaeta, c’è una sua poesia, che evidenzia cosa fu per lei l’essere al mondo:

“Non sapevo che il buio non è nero/che il giorno non è bianco/che la luce acceca/e il fermarsi è correre ancora di più”.

Leggendo Goliarda Sapienza si ritrova un antico o un futuro legame. Forse è questa l’arte della gioia che lei cercava, l’arte di diventare artefici dei nostri desideri.

“Scrivere storie fantastiche” – Il laboratorio sul racconto dal 30 aprile a Bari

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

ORARI e DATE: ogni martedì alle 18.30 fino alle 20.00 a partire dal 30 aprile (quindi fino al 4 giugno)

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare lafantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima:

  • Sillabari, Goffredo Parise

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

“Una storia tutta per sé” : come raccontare se stessi ed essere felici, Bari – Sabato 30 marzo

Qualche anno fa la Scuola Holden mi ha chiesto di pensare un corso di scrittura che avremmo avviato insieme a Bari, qualcosa che corrispondesse alla mia idea di scrittura. Così è nato “Una storia tutta per sé”. Che considero un percorso più che un corso di scrittura. Un percorso in cui la lettura è protagonista. Si tratta di questo. Se tutti abbiamo una storia da raccontare, tutte (o quasi) le storie che scriviamo ci raccontano.

Il laboratorio è adatto sia a chi ha già scritto una storia, a chi la sta scrivendo e a chi non trova il tempo e il coraggio di scriverla. Quel tempo è arrivato.

Alcuni  argomenti trattati:

  1. I CINQUE SENSI: Come usare i nostri sensi per scrivere
  2. UNA STORIA TUTTA PER SÉ: Come allenare lo sguardo narrativo attraverso l’osservazione dei propri ricordi
  3. CARO DIARIO, TI SCRIVO: Come scrivere un diario letterario
  4. DIRE LA VERITÀ, MENTENDO: Imparare a scrivere un racconto (auto)biografico

Un’altra cosa che faremo, per esempio, è spostare l’ingombro. Cos’è l’ingombro? L’ingombro è quello che ci spinge a scrivere ma contemporaneamente ci allontana dalla scrittura. Non è un nemico. Più un buio. Un buio oltre la siepe della nostra immaginazione. Allora tutti insieme individuiamo questo ingombro. Che poi possono essere anche due, o tre e spingiamo o soffiamo (scrivendo) fino a spostarlo e dargli un senso SOLO narrativo.

Poi si scrive. Liberamente. Magari senza staccare le dita dalla tastiera. Si pesca un ricordo. Si prepara l’esca. L’esca è un colore, un odore, una voce, un sapore o una superficie che puoi conoscere solo chi scrive.

A questo punto, pescato il ricordo iniziamo a mentire. Cioè iniziamo davvero a inventare una storia tutta per sé. Come? Bisogna dire la verità mentendo. E non dimenticare che la vita è noiosa per cui figurati la narrazione della stessa. Una volta scelta la bugia da dire, finiamo di scrivere la nostra storia. La verità verrà da sé.

Avevo detto che si legge. E infatti. Ecco cinque “storie tutte per sé” molto utili per questo percorso: L’arte della gioia, Goliarda Sapienza;Sembrava una felicità, Jenny Offill; Seminario sulla gioventù, A. Busi; Il compagno, Cesare Pavese; Lolita, Vladimir Nabokov. Ma ce ne saranno tante altre, letture su misura, letture tutte per sé.

La prossima edizione del laboratorio sarà una full immersione sabato 30 marzo dalle 9.30 alle 18.30. A Bari, nella mia casa di scrittura.  (Costo 65 euro).

Se avete domande, scrivetemi pure.
Vi aspetto!

“La rampicante” in concorso al Premio Strega 2019

Da qualche settimana sono stati pubblicati i nomi dei primi romanzi in concorso al Premio Strega 2019, tra questi c’è il “mio” anzi il “nostro” La rampicante,  di cui ho curato l’editing. Ne sono felice e invito chi non l’ha ancora fatto a scoprire questa storia.

Scheda di lettura

“Può    darsi    che    io    corregga    perché    così    facendo    mi    avvicino    pian    piano    al    cuore dell’argomento    del    racconto.”  Raymond Carver

SE PUOI SCRIVERLO, DEVI RISCRIVERLO

La narrazione è il culto di un totem. Questo totem, che si usa evocare, è la riscrittura. Chi scrive, lo sa. Lo scrittore scrive e riscrive. Non finirebbe mai. Non si tratta di una tensione verso la perfettibilità del proprio racconto; non è nemmeno una questione di refusi sfuggiti alla stanchezza. Si tratta di un difetto visivo che solo un occhio esterno corregge. Come un collirio che stilla consapevolezza. Finché non si vede ciò che si vuole dire, si corregge, revisiona, riscrive. La pulsione è naturale. Zadie Smith sostiene l’importanza di “allontanarsi dalla macchina”: Il segreto per editare bene il tuo lavoro è semplice: devi segnarti questa frase da qualche parte, per favore.

Allontanatevi dalla macchina: una volta terminata la prima stesura, bisogna mettere da parte ciò che si è scritto per delimitare il confine tra l’infinito atto di scrivere e il definito atto di leggere.
Rileggersi significa scoprire, senza dispiaceri, che a volte è necessario rinunciare a una frase anche se sembra perfetta. Non lo è. Fa male alla storia. Significa scoprire una cosa meravigliosa. Che quello che avete scritto vi piace. O almeno vi appartiene. Che non è poco. Prendendoci gusto, la riscrittura diventa più divertente della scrittura. Colma lo spazio vuoto e discontinuo. Mostra lo spazio dell’invenzione: l’unica cosa che distingue una storia da un buona storia.

A COSA SERVE UNA SCHEDA DI LETTURA

La scheda di lettura è il primo passo per la revisione di una storia, uno strumento di visione esterna che fornisco agli autori con i seguenti obiettivi:

1. analisi del manoscritto (storia, trama, mondo narrativo, personaggi)

2. analisi dello stile, della voce, della lingua

3. giudizio sulle questioni strutturali del romanzo

4. proposta di eventuali modifiche da effettuare

5. indicazioni specifiche sulla collocazione editoriale del romanzo

La scheda non comprende il servizio di correzione bozze ed editing, servizi di promozione o di agenzia, stesura della sinossi o tutoraggio. Sono servizi con costi a parte. (Lo stalking, invece, non ha prezzo. Meglio evitarlo, grazie. )

PROMOZIONE – FINO AL 27 MARZO

Per i timidi, per i tenaci, per gli insicuri, per gli spavaldi, per i credenti, per i mistici, per chi mi ama, per chi non mi sopporta ma soprattutto SOLO per chi è iscritto (o si iscriverà) a questa newsletter la scheda di lettura è in promozione da oggi fino al 21 marzo.

La promozione è la seguente:

  • 60 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) fino a 150.000 caratteri e spazi inclusi
  • 90 euro per un manoscritto (romanzo o racconti) da 151.000 battute (non oltre le 300.000 caratteri e spazi inclusi)
  • 120 euro per un manoscritto che supera le 300.000 battute caratteri e spazi inclusi

“Attenti al cane!” – Storie e scrittori pugliesi Lunedì 11 febbraio alle 18 – Libreria Laterza

Per raccontare l’antologia di racconti “Attenti al cane”, edita da Laterza, pensata e realizzata dallo scrittore barese Marcello Introna (che include racconti di Mario Desiati, Andrea Piva,  Gabriella Genisi, Francesco Marocco, Gianrico Carofiglio) ci vediamo l’11 Febbraio, alle 18, presso la libreria Laterza di Bari. Comprate il libro, contribuirete alla raccolta fondi per il canile comunale di Bari. Nella raccolta di racconti c’è “Bello ma non ci vivrei”(che non parla di amore per i cani ma della ormai rara capacità di amore tra esseri umani).

Questo è l’incipit.

Bello ma non ci vivrei

E neanche mai gli passa per la testa

che è la loro certezza di essere diversi

a renderli uguali.

DFW (“Brevi interviste con uomini schifosi”)

La prima cosa che lo scrittore mi chiede, entrando in studio, è: “Come si scrive la parola felice?”Ho l’età della morte di Benedetto. Quarant’anni e quella vocina scema che mi trapana la testa: Doriana, è giunto il tempo! È giunto il tempo, Doriana. Due giorni fa ho inaugurato un posto tutto mio.Studio di Psicoterapia famigliare. Dott.ssa Doriana Santacroce. Specialista in silenzi posturali.Lo studio è l’unico edificio dell’isolato senza toni di grigio. C’è il blu, il marrone e il giallo. Certe mattine, a guardarlo bene, con tutti questi colori sparati, annoia. C’è una stanza principale che si affaccia sulla spiaggia dove ogni giorno, nel mare, nasce il sole. Ho scelto l’appartamento per questo motivo: chi vede la luce prima degli altri arriva subito alle cose. Il fatto che il mio cognome contenga la parola “santa” e poi anche “croce” è l’aspetto meno misericordioso della mia vita. Misericordia maggiore contengono la marmellata di fichi e mio marito. Ho un debole per la marmellata di fichi anche se a quel frutto sono allergica, allora, di solito, almeno una o due volte al mese, la mangio dentro una crostata che io stessa preparo, o sulle fette di pane tostato. Poi mi ingozzo di medicine e aspetto che l’intolleranza faccia il suo corso. Mio marito dice che è un lato del mio carattere troppo infantile, andrebbe limato. Le debolezze sono tipiche dei bambini. Dice. Quanto si sbaglia. Ogni volta chiudo la questione rispondendo: quella brava sono io. Misericordia. La devozione professionale mi fa stare al mondo. Mi rende umana. Il lavoro è il nuovo piacere, l’ho letto da qualche parte a proposito della questione delle donne. Anzi no, l’ho detto proprio io. Sarà stato qualche tempo fa, durante una terapia di coppia: lui non accetta il fatto che lei possa lavorare (istruttrice di palestra) e per questo, dice, la tradisce. I miei pazienti pensano che sia l’amore quello di cui hanno bisogno, mentre invece è solo un relazione che cercano. Un gioco di potere come un altro. Negli anni precedenti ho lavorato per un grosso studio. È lì che ci siamo conosciuti. I primi tempi della psicoterapia, mio marito Gino aveva gli occhi sporchi di sonno con le caccole intorno alle pupille che mi invogliavano a spegnere la luce della stanza per il timore di restarci incollata. Gino aveva chiuso con la prima moglie. Durata del loro fidanzamento: otto mesi. Durata del loro matrimonio: quattro mesi. Durata della nostra terapia: trentasei mesi. Non per i ripensamenti, nemmeno per i soldi. Lui ne ha, ne aveva dovrei dire, tanti; lei non ne ha, non ne aveva dovrei dire. Mio marito quando si tratta di pagare: paga. Devi presentargli il conto, però. Altrimenti non si sente in dovere di nulla. Gino non è stupido, anzi è l’uomo più intelligente che conosco. Però, ammettere una responsabilità non è il suo forte. A quei tempi portava i capelli rissosi, non avevano una forma. Tra un ricciolo e l’altro galleggiavano entità non identificabili; poi il suo alito, ecco. Non ho mangiato spigola al sale per mesi, durante la terapia. Qualche tempo dopo le caccole non c’erano più. Arrivava un uomo con la barba in ordine, il profumo francese, addirittura la pashmina al collo che ogni tanto dimenticava sulla poltrona dello studio per ritornare il giorno dopo a riprenderla. E dirmi.– Sarebbe bello vedersi oggi, così senza appuntamento.

– Senza un appuntamento non è possibile. Ci sono due pazienti fino all’ora di cena.

-Potremmo vederci per quell’ora.

-Quale ora?

-L’ora di cena.

Andammo a cena. Lui divorziò. Noi ci sposammo.

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