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Scrivere storie fantastica – Laboratorio di scrittura sul racconto

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE

Laboratorio sul racconto

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere

relazioni là dove non ci sono.Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed  essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi).Il numero minimo di iscritti è 5 persone mentre il numero massimo è di 12 persone.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

  1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);
  2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);
  3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);
  4. La riscrittura (editing )

Per conoscere meglio questo percorso, potete contattarmi tramite la mia mail.

“2019 battute per un anno” – Il contest letterario dei Teatri di Bari

«L’appartamento si trovava in una piazza davanti al mare, 
all’ultimo piano di un palazzo 
che l’umidità aveva scorticato.
Per fortuna, nonostante le cicatrici sulla facciata, 
il vento e la salsedine non lo rendevano meno attraente.
Mi colpì subito, 
con quella finestra a tre vetrate 
che ogni giorno si illumina dentro i primi squarci di sole.
È questo il punto della città dove nasce il giorno 
ed è qui che le cose si realizzano più in fretta.
Chi vede il mondo prima degli altri, si sente sempre a casa».
Ho scritto questo incipit per il contest letterario che ogni anno viene indetto dai Teatri di Bari. Sono felice di averlo scritto, sono molto felice che sia stato selezionato e che ispirerà altre storie. Ho scritto questo incipit immaginando un luogo, che ho sempre visto e vissuto dall’interno, per la prima volta dall’esterno. Non esiste nulla di più magico nella scrittura. Aumentare le possibilità di sguardo e di inizio. Invito tutti a partecipare al contest per dare vita a una nuova storia a partire dalla mia.

Il contest si intitola “2019 battute per un anno di teatro”. Si rivolge a tutti gli autori e le autrici under 35 e scade il 3 dicembre. Aiutatemi a diffonderlo nei canali legati alla scrittura e ai racconti. Il regolamento per intero lo potete leggere qui: www.teatridibari.it

Goliarda Sapienza, una donna lavica

Tutto quello che le donne non scrivono, Goliarda Sapienza lo ha scritto. Quasi un anno fa, sempre dentro una cascante sera estiva (ed è simbolico perché lei proprio una desolante sera estiva morì, il 30 agosto), ho scritto una lettera a Goliarda Sapienza, si intitola L’odore dei limoni. Lei per me è aspra, avvolgente, dissetante e dissacrante come l’odore dei limoni specie di quelli buoni anche se in apparenza non sono ancora maturi. Non matureranno mai, non avranno l’aspetto giallo e teso del limone comune: resteranno limoni in apparenza diversi e, per chi si fida, più saporiti.

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Il mio racconto “Carote” pubblicato sulla rivista Carie

By alessandra Miei racconti

C A R O T E
di Alessandra Minervini

La prima settimana delle carote è autoreferenziale. Dieci. Venti. Trenta volte confermerò che non esiste altro cibo al di fuori delle carote. Deambulo davanti allo specchio del bagno, ripetendo il mantra d’istinto.
Esco poco per evitare gente che ingolla pizze e focaccine al sapore di grasso. Niente soldi in tasca, che nel periodo delle carote è un gran vantaggio. Un rapido giro in facoltà all’ora di pranzo, tanto non ho che fare.
Prima o poi verrà la sera.mana delle carote
La prima settimana delle carote è autoreferenziale. Dieci. Venti. Trenta volte confermerò che non esiste altro cibo al di fuori delle carote. Deambulo davanti allo specchio del bagno, ripetendo il mantra d’istinto.
Esco poco per evitare gente che ingolla pizze e focaccine al sapore di grasso. Niente soldi in tasca, che nel periodo delle carote è un gran vantaggio. Un rapido giro in facoltà all’ora di pranzo, tanto non ho che fare.
Prima o poi verrà la sera.

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(Illustrazione di Viola Gesmundo)

Cosa leggi questa estate? I consigli dall’universo «Altri Animali» 2018

Anche quest’estate i miei consigli (e non solo miei) di lettura per i mesi estivi.

Le letture estive sono quelle più importanti, le agogno per un anno intero in attesa di attenuare le letture professionali e concentrami solo su quelle che desidero. I desiderata di questa estate sono (e saranno) alcune recenti uscite: Parlarne tra amici di Sally Rooney; Come un giovane uomo di Carlo Carabba; Cosa faremo di questo amore di Gabriele Di Fronzo. I recuperi letterari adorati:Corpo CelesteL’iguana e Le piccole persone di Anna Maria Ortese; Inseparabile di Lalla Romano; La storia di un matrimonio di A. S. Greer. Una graphic novel: Limoni di Emanuele Rosso. E infine un saggio: L’amore rende liberi di Dan Savage. Se non affogo mi riprometto anche di rileggere Corporale di Volponi.

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Raccontare Jane Austen su ExLibris20

Jane Austen, una donna virale

Raccontare Jane Austen (16 dicembre 1775 – 18 luglio 1817) significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Se di Colette ho scritto che si trattava di una donna infinita, di Jane Austen posso affermare che si tratta di una donna virale. Proprio come l’influenza. Esiste la “austenite”, non è una malattia vera e propria e nemmeno un morbo. È una sorta di virus che possiede chi della scrittrice inglese ama non solo le storie, ma anche l’epoca e il punto di vista con il quale vengono raccontate.

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Colette, una donna infinita

Colette è stata una donna infinita. Questo è  il motivo per cui la amo e per cui la considero una donna che mi ispira. Mi piace leggerla, mi piace raccontare la sua vita e le sue opere, che poi sono spesso la stessa cosa, a chi non la conosce. Mi piace difenderla, anche se non ne ha bisogno, davanti a chi storce il naso considerandola una figura in fondo non poi così rilevante. Per via di quelle storie di sentimenti sfrenati e di quelle parole così intime da sembrare scontate. Se solo fossimo in grado di dare anche noi parola ai sentimenti che proviamo senza usare mai “amore” o “ti amo” o “anima nell’anima” e così via. Ma tratteggiando con uno sguardo che viviseziona il cuore umano. Forse ci accorgeremmo anche noi di averlo, il cuore. E che non è poi così male.

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“Scrivere storie fantastiche” alla Libreria Nuova Macelleria Patella di Altamura

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE
Laboratorio sul racconto a cura di Alessandra Minervini

“Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà. Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”
{Flannery O’Connor}

• DURATA e FREQUENZA
3 incontri:
– sabato 29 settembre dalle ore 14.30 alle 19.30
– sabato 6 ottobre dalle ore 14.30 alle 19.30
– domenica 14 ottobre dalle ore 10.30 – 13.30 alle 14.30 – 17.30

• IL CORSO
Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe.
In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.
Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.
Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi).

• NUMERO DI ISCRITTI
Il laboratorio è rivolto a un minimo di 5 iscritti e un massimo di 12.

• TEMI DEL CORSO
Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:
1. Il senso del narrare (i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);
2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);
3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);
4. La riscrittura (editing)

• MODALITÀ DI ISCRIZIONE E COSTI
Per iscriversi o ricevere informazioni inviare una mail a libreria.nuovamacelleria@gmail.com o telefonare al 3470012007.
Il costo dell’intero laboratorio è di 150 euro. Per gli iscritti entro il 31 agosto 2018 il costo sarà di 125 euro.

Verrà fornita una bibliografia di riferimento (da leggere prima dell’inizio del laboratorio) a tutti gli iscritti, dopo la conferma dell’iscrizione.

La Vita Inedita Di Una Scrittrice #28

Oggi ho tagliato una frase dal racconto che sto scrivendo, che devo finire in questi giorni. Questa frase è quella con cui ho iniziato a scrivere, se dovessi dire “di cosa parla” questa storia forse parla di questo: dei nostri nomi sordi. Fatto sta che, avviato il racconto, la frase adesso non serve più. Per cui eccola qui. La appunto per ricordarmi di quanto siano indispensabili, quando scrivo, le frasi tagliate.

Non serve imparare il nome di chi non si girerà a rispondere.

(Immagine presa da qui)

Il Punto più alto – racconto pubblicato da Pastrengo

By alessandra Miei racconti

Ci chiamano Sale e Pepe. Abbiamo diciotto anni. Io ho la testa che sputa forfora, Pepe ha un neo massiccio sulla guancia. È il mio migliore amico. Non ha la barca. Possiede altri benefit. Pepe è bravo a scuola. Io cesso. Se i prof scocciano, li invito in barca. Chi resiste? E poi c’è sua madre che è una bona mondiale. Un giorno diventerà mia.

La sera del diploma: festa in villa da me. Siamo organizzati così. Sale mette i dischi. Pepe dice quali. Funky, afro, una cosa che spinge. Pepe sa, ha groove. Sale ha i contatti. Cento invitati. Mi viene da dire: sballo!, non rende l’idea. Ci sono i soliti della scuola, i diplomati dell’anno scorso, gli amici del tennis, del calcetto, del campus estivo, quelli degli scacchi, la classe del Conservatorio.

Nel pomeriggio vado da Pepe. Onoro con gli occhi le tette della madre: santissime, sanno di ciambella. Lei mi chiama manidimerda: ogni volta che la vedo mi cade qualcosa. Mi imbarazzo. Pepe: andiamo in un posto e porta la musica.

Ci vogliono quarantacinque minuti a piedi e un poco di affanno toracico per raggiungerlo. La strada è tutta in salita. Una rarità: è una zona piuttosto piatta. Appena si scavalla il paese, spunta la chiesetta bianca. Il punto più alto. Il mare si conficca sulle distese di ulivi senza gradi di separazione tra acqua terra e aria.
Quando una cosa non esiste, diventa l’unica cosa da vedere.

Amo tua madre, confesso. E lui: sei pazzo. Va bene, gli dico. Come quando in salumeria abbondano i grammi del cotto: “Lascio?” E rispondo: “Va bene”.
Poi ripeto: amo tua madre, è mia. Lui sostiene lo sguardo, alza il volume. La musica si scatena. Muovo i fianchi, ballo, non capisco il testo. A cosa servono le parole quando c’è un suono che sale.

È qui che ti uccido, gli faccio. Il tramonto devasta la chiesetta, sulla croce s’infilza l’arancio. L’ingresso è spalancato. Le sedute sono abbattute, sull’altare è cresciuto un ulivo, le radici ci contemplano come fedeli incantati. La musica sconosciuta è l’unica cosa che vibra sul suo corpo. Le ferite in mezzo alla gola si muovono a tempo. Lecco un dito di San Michele su cui è finito del sangue. Sa di liquirizia.

Sulla strada del ritorno mi sento come gli ulivi che esplodono sputando fuori le vecchie radici. Invecchiando, invece di abbassarsi, le foglie sui rami si piegano verso il cielo, toccano il punto più alto. Eppure, non sono mai stato un albero.

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