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“Cosa c’è di nuovo, Gina?” parte in Francia

La Bibliothèque italienne è un osservatorio francese sulla produzione letteraria italiana contemporanea. Tra i vari progetti che coordina, grazie alla mente meravigliosa di Gessica Franco Carlevero c’è una raccolta di racconti bilingue, con il testo italiano e francese vis-à-vis. C’è anche un mio racconto, “Cosa c’è di nuovo, Gina” uscito anni fa su Effe – Periodico di Altre Narratività. Leggete il progetto di Gessica, che convolge anche tra gli altri Demetrio Paolin e Nadia Terranova, per capire quanto sia importante dare una mano per realizzarlo. 

Questa è la prima raccolta di racconti italiani contemporanei edita dalla Bibliothèque italienne. Si tratta di un libro che raccoglie sei racconti, un intermezzo poetico e sette illustrazioni. La partenza è il filo comune.

L’dizione sarà bilingue, con il testo italiano e francese vis-à-vis.

Nella versione originale, i racconti sono comparsi sulle riviste letterarie italiane cartacee o online minima&moralia, EFFE, L’inquieto, Nazione Indiana, Carie.

Questo è il link: https://it.ulule.com/partir/

“Stellario” – Un racconto pubblicato su CrackRivista

Cosa succede dentro una storia mentre la scrivo? Più o meno ciò che accade nelle mie tasche. Non lo so.
A differenza del detto popolare: “ti conosco come le mie tasche”, per quanto mi riguarda è vero il contrario. Non so mai cosa ci trovo nelle mie tasche. Questo più o meno accade quando scrivo. So dove mettere le mani (nelle tasche, appunto) ma quello che ci troverò e quando e se mi piacerà e se saprò cosa farne di quello che ci trovo, non lo so.
Scrivere è svuotarsi le tasche.  (E questo, almeno nel mio caso, è vero due volte.) 
“Stellario” è un racconto nato così. Un anno fa avevo solo il desiderio di ispirarmi al periodo universitario che ho vissuto a Siena. Inventando completamente e mischiando e barando e mettendo le mani più volte in più tasche, è spuntata Nina. Ma da che tasca l’abbia presa, ancora me lo chiedo. Questo racconto da oggi è possibile leggerlo nella rivista Crack.
Leggetelo ascoltando Make Up, la canzone di Lou Reed da cui è nata Nina.

“Attenti al cane!” – Storie e scrittori pugliesi Lunedì 11 febbraio alle 18 – Libreria Laterza

Per raccontare l’antologia di racconti “Attenti al cane”, edita da Laterza, pensata e realizzata dallo scrittore barese Marcello Introna (che include racconti di Mario Desiati, Andrea Piva,  Gabriella Genisi, Francesco Marocco, Gianrico Carofiglio) ci vediamo l’11 Febbraio, alle 18, presso la libreria Laterza di Bari. Comprate il libro, contribuirete alla raccolta fondi per il canile comunale di Bari. Nella raccolta di racconti c’è “Bello ma non ci vivrei”(che non parla di amore per i cani ma della ormai rara capacità di amore tra esseri umani).

Questo è l’incipit.

Bello ma non ci vivrei

E neanche mai gli passa per la testa

che è la loro certezza di essere diversi

a renderli uguali.

DFW (“Brevi interviste con uomini schifosi”)

La prima cosa che lo scrittore mi chiede, entrando in studio, è: “Come si scrive la parola felice?”Ho l’età della morte di Benedetto. Quarant’anni e quella vocina scema che mi trapana la testa: Doriana, è giunto il tempo! È giunto il tempo, Doriana. Due giorni fa ho inaugurato un posto tutto mio.Studio di Psicoterapia famigliare. Dott.ssa Doriana Santacroce. Specialista in silenzi posturali.Lo studio è l’unico edificio dell’isolato senza toni di grigio. C’è il blu, il marrone e il giallo. Certe mattine, a guardarlo bene, con tutti questi colori sparati, annoia. C’è una stanza principale che si affaccia sulla spiaggia dove ogni giorno, nel mare, nasce il sole. Ho scelto l’appartamento per questo motivo: chi vede la luce prima degli altri arriva subito alle cose. Il fatto che il mio cognome contenga la parola “santa” e poi anche “croce” è l’aspetto meno misericordioso della mia vita. Misericordia maggiore contengono la marmellata di fichi e mio marito. Ho un debole per la marmellata di fichi anche se a quel frutto sono allergica, allora, di solito, almeno una o due volte al mese, la mangio dentro una crostata che io stessa preparo, o sulle fette di pane tostato. Poi mi ingozzo di medicine e aspetto che l’intolleranza faccia il suo corso. Mio marito dice che è un lato del mio carattere troppo infantile, andrebbe limato. Le debolezze sono tipiche dei bambini. Dice. Quanto si sbaglia. Ogni volta chiudo la questione rispondendo: quella brava sono io. Misericordia. La devozione professionale mi fa stare al mondo. Mi rende umana. Il lavoro è il nuovo piacere, l’ho letto da qualche parte a proposito della questione delle donne. Anzi no, l’ho detto proprio io. Sarà stato qualche tempo fa, durante una terapia di coppia: lui non accetta il fatto che lei possa lavorare (istruttrice di palestra) e per questo, dice, la tradisce. I miei pazienti pensano che sia l’amore quello di cui hanno bisogno, mentre invece è solo un relazione che cercano. Un gioco di potere come un altro. Negli anni precedenti ho lavorato per un grosso studio. È lì che ci siamo conosciuti. I primi tempi della psicoterapia, mio marito Gino aveva gli occhi sporchi di sonno con le caccole intorno alle pupille che mi invogliavano a spegnere la luce della stanza per il timore di restarci incollata. Gino aveva chiuso con la prima moglie. Durata del loro fidanzamento: otto mesi. Durata del loro matrimonio: quattro mesi. Durata della nostra terapia: trentasei mesi. Non per i ripensamenti, nemmeno per i soldi. Lui ne ha, ne aveva dovrei dire, tanti; lei non ne ha, non ne aveva dovrei dire. Mio marito quando si tratta di pagare: paga. Devi presentargli il conto, però. Altrimenti non si sente in dovere di nulla. Gino non è stupido, anzi è l’uomo più intelligente che conosco. Però, ammettere una responsabilità non è il suo forte. A quei tempi portava i capelli rissosi, non avevano una forma. Tra un ricciolo e l’altro galleggiavano entità non identificabili; poi il suo alito, ecco. Non ho mangiato spigola al sale per mesi, durante la terapia. Qualche tempo dopo le caccole non c’erano più. Arrivava un uomo con la barba in ordine, il profumo francese, addirittura la pashmina al collo che ogni tanto dimenticava sulla poltrona dello studio per ritornare il giorno dopo a riprenderla. E dirmi.– Sarebbe bello vedersi oggi, così senza appuntamento.

– Senza un appuntamento non è possibile. Ci sono due pazienti fino all’ora di cena.

-Potremmo vederci per quell’ora.

-Quale ora?

-L’ora di cena.

Andammo a cena. Lui divorziò. Noi ci sposammo.

“Cosa c’è di nuovo, Gina” su Hoppipolla – Cultura indipendente

Questo racconto, di cui pubblico un pezzetto, si intitola “Cosa c’è di nuovo, Gina?”. Fa parte di una antologia dedicata alle voci femminili, pubblicata dalla rivista EFFE. In pratica, adesso, il racconto è introvabile. Ma dal 31  gennaio sarà presente nella prossima box di HOPPIPOLLA. Disponibile solo fino al 31 gennaio. L’illustrazione è quella originale de IL PISTRICE

«Sono un adultero lascivo. Nero. Non nero di natura, sono nero di cultura».

«Forse è meglio se giochiamo un’altra volta al “cosa vuoi essere nella vita”», dice, senza darmi il tempo di una replica.

Le forme rotonde del volto di Gessica sono in armonia con il suo confortevole posteriore e il suo confortevole posteriore è perfetto per i miei occhi che sono stati creati per guardarle il sedere. Il nostro amore è un circolo vizioso.

Gessica esce e mi lascia da solo al bar, il bar dove lavoro.

La cosa che mi piace di più di questo mestiere è che le donne se ne vanno senza che tu debba inventare scuse. La seconda cosa che mi piace di più, invece, è che per ogni donna che esce dal locale ne entrano almeno altre cinque.

Nell’ora universale dell’aperitivo, il neon del locale lampeggia. È una luce traviata. Una luce livida, un pugno nell’occhio. Che poi, a dirla tutta, se il neon mi colpisce in una certa direzione, sono pure bello. Non bellissimo, ma bello. Quasi quanto le ragazze che invece sono sempre belle. La cassiera è bella. Le fidanzate dei fornitori sono belle. Le fidanzate dei clienti sono belle. Le nuove clienti, quelle sono bellissime e poi c’è Gessica che è la più bella dello sciame. Ho un’indole caduca io, non riesco a dire di no a nessuna, e sento che questa arrendevolezza sentimentale mi fa bene. È la storia della mia vita: un po’ di piacere e un po’ di sofferenza. Il primo, il piacere, è maschio, la sofferenza invece è sintatticamente femmina.

Mi chiamo Gervasio. Sono nato in un paese in provincia di Parma dove fanno il vino buono e le donne belle. Al mio paese abbiamo tutti la erre allungata, tipo un brodo annacquato, e riflettiamo con la mente girovaga, tipo un vento caldo che risveglia il can che dorme.

Come tutte le donne del mio paese, anche mia nonna da ragazza era bellissima e faceva il vino buonissimo. A quindici anni lavorava in una vigna, vendemmiava. Un giorno il fattore le si avvicinò e le offrì seimila lire per assaggiarla, dietro la vigna. Mia nonna gli disse che non era per seimila lire che gli avrebbe fatto vedere il suo boschetto. Il fattore rispose che per seimila lire se ne sarebbe portate due, non una, dietro la vigna. «Vai», le aveva risposto lei. Lui restò, immobile. C’è una sua foto sul caminetto a casa di mia nonna che lo ritrae come quella mattina: paralizzato dentro. Mi somigliava molto, mio nonno. Anche io resto immobile dietro il bancone del bar: mi viene un buco al cervello che non si sposta né troppo di lato né troppo al centro.

A quel tempo non avevo ancora capito a cosa servono le donne, che sono un telescopio vivente a cui devi togliere il tappo, prima di tutto, per vedere le stelle. Ora attraverso gli occhi delle donne vedo cose del mondo che da solo proprio non riesco. Vedo me, per esempio. Vedo le cose belle di me, cose che davanti allo specchio non sono così belle.

Scrivere storie fantastiche – Laboratorio di scrittura sul racconto

SCRIVERE STORIE FANTASTICHE

Laboratorio sul racconto

Bari, 6 febbraio – 27 marzo 2019

Ore 19.00 – 21.00

Da oggi fino al 31 dicembre chi si iscrivere al laboratorio “Scrivere storie fantastiche” riceverà in regalo l’editing di un racconto 

Anche quando si scrive narrativa fantastica, la base giusta da cui partire è la realtà.

Una cosa è fantastica perché è tanto reale e tanto reale da essere fantastica.”

Flannery O’Connor

STRUTTURA E TEMI DEL CORSO

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Scrivere storie fantastiche significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più preciso possibile; riuscire ad attrarre il lettore in poche righe. In un racconto fantastico, l’abilità sta nel vedere

relazioni là dove non ci sono.

Un racconto è una storia fatta di tempi rapidi e precisi; con un numero limitato di parole e di conseguenti immagini; con pochi personaggi ma indimenticabili.

Imparare a scrivere un racconto breve significa poter allenare la creatività, indirizzare il talento, liberare e poi arginare la fantasticazione per scoprire cosa ci piace scrivere ed essere.

Questo corso è pensato per chi si approccia alla scrittura non con una vera teoria ma con una attenzione al “gesto spontaneo” dell’essere creativi.

Il laboratorio si svolgerà alternando letture, teorie e tecniche narrative con una parte pratica di osservazione e creatività, di scrittura e di invenzione di storie brevi. Sempre in un’atmosfera di confronto collettivo.

Al termine del laboratorio gli iscritti, guidati dalla docente, produrranno un racconto fantastico di massimo due cartelle (max 3600 caratteri spazi inclusi) da proporre alle più note riviste letterarie indipendenti.

Nel corso saranno affrontati i seguenti macro argomenti:

1. Il senso del narrare ( i temi, le motivazioni per cui nasce una storia);

2. La struttura narrativa (incipit, trama, titolo, finale);

3. Il dettaglio fantastico (come si struttura e come entra in relazione con gli altri elementi della storia);

4. La riscrittura (editing )

5.  Il lavoro di selezione delle riviste letterarie

Bibliografia minima:

  • Sessanta racconti, Dino Buzzati

  • Le più belle pagine, Tommaso Landolfi

  • Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese

  • Tutti i racconti, Flannery O’Connor

  • Da dove sto chiamando, Raymond Carver

  • Nove racconti, J. D. Salinger

  • Bestiario, Julio Cortazar

“2019 battute per un anno” – Il contest letterario dei Teatri di Bari

«L’appartamento si trovava in una piazza davanti al mare, 
all’ultimo piano di un palazzo 
che l’umidità aveva scorticato.
Per fortuna, nonostante le cicatrici sulla facciata, 
il vento e la salsedine non lo rendevano meno attraente.
Mi colpì subito, 
con quella finestra a tre vetrate 
che ogni giorno si illumina dentro i primi squarci di sole.
È questo il punto della città dove nasce il giorno 
ed è qui che le cose si realizzano più in fretta.
Chi vede il mondo prima degli altri, si sente sempre a casa».
Ho scritto questo incipit per il contest letterario che ogni anno viene indetto dai Teatri di Bari. Sono felice di averlo scritto, sono molto felice che sia stato selezionato e che ispirerà altre storie. Ho scritto questo incipit immaginando un luogo, che ho sempre visto e vissuto dall’interno, per la prima volta dall’esterno. Non esiste nulla di più magico nella scrittura. Aumentare le possibilità di sguardo e di inizio. Invito tutti a partecipare al contest per dare vita a una nuova storia a partire dalla mia.

Il contest si intitola “2019 battute per un anno di teatro”. Si rivolge a tutti gli autori e le autrici under 35 e scade il 3 dicembre. Aiutatemi a diffonderlo nei canali legati alla scrittura e ai racconti. Il regolamento per intero lo potete leggere qui: www.teatridibari.it

Goliarda Sapienza, una donna lavica

Tutto quello che le donne non scrivono, Goliarda Sapienza lo ha scritto. Quasi un anno fa, sempre dentro una cascante sera estiva (ed è simbolico perché lei proprio una desolante sera estiva morì, il 30 agosto), ho scritto una lettera a Goliarda Sapienza, si intitola L’odore dei limoni. Lei per me è aspra, avvolgente, dissetante e dissacrante come l’odore dei limoni specie di quelli buoni anche se in apparenza non sono ancora maturi. Non matureranno mai, non avranno l’aspetto giallo e teso del limone comune: resteranno limoni in apparenza diversi e, per chi si fida, più saporiti.

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Il mio racconto “Carote” pubblicato sulla rivista Carie

By alessandra Miei racconti

C A R O T E
di Alessandra Minervini

La prima settimana delle carote è autoreferenziale. Dieci. Venti. Trenta volte confermerò che non esiste altro cibo al di fuori delle carote. Deambulo davanti allo specchio del bagno, ripetendo il mantra d’istinto.
Esco poco per evitare gente che ingolla pizze e focaccine al sapore di grasso. Niente soldi in tasca, che nel periodo delle carote è un gran vantaggio. Un rapido giro in facoltà all’ora di pranzo, tanto non ho che fare.
Prima o poi verrà la sera.mana delle carote
La prima settimana delle carote è autoreferenziale. Dieci. Venti. Trenta volte confermerò che non esiste altro cibo al di fuori delle carote. Deambulo davanti allo specchio del bagno, ripetendo il mantra d’istinto.
Esco poco per evitare gente che ingolla pizze e focaccine al sapore di grasso. Niente soldi in tasca, che nel periodo delle carote è un gran vantaggio. Un rapido giro in facoltà all’ora di pranzo, tanto non ho che fare.
Prima o poi verrà la sera.

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(Illustrazione di Viola Gesmundo)

Cosa leggi questa estate? I consigli dall’universo «Altri Animali» 2018

Anche quest’estate i miei consigli (e non solo miei) di lettura per i mesi estivi.

Le letture estive sono quelle più importanti, le agogno per un anno intero in attesa di attenuare le letture professionali e concentrami solo su quelle che desidero. I desiderata di questa estate sono (e saranno) alcune recenti uscite: Parlarne tra amici di Sally Rooney; Come un giovane uomo di Carlo Carabba; Cosa faremo di questo amore di Gabriele Di Fronzo. I recuperi letterari adorati:Corpo CelesteL’iguana e Le piccole persone di Anna Maria Ortese; Inseparabile di Lalla Romano; La storia di un matrimonio di A. S. Greer. Una graphic novel: Limoni di Emanuele Rosso. E infine un saggio: L’amore rende liberi di Dan Savage. Se non affogo mi riprometto anche di rileggere Corporale di Volponi.

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Raccontare Jane Austen su ExLibris20

Jane Austen, una donna virale

Raccontare Jane Austen (16 dicembre 1775 – 18 luglio 1817) significa stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo sta per la scrittrice inglese e la gallina per la letteratura moderna. Se di Colette ho scritto che si trattava di una donna infinita, di Jane Austen posso affermare che si tratta di una donna virale. Proprio come l’influenza. Esiste la “austenite”, non è una malattia vera e propria e nemmeno un morbo. È una sorta di virus che possiede chi della scrittrice inglese ama non solo le storie, ma anche l’epoca e il punto di vista con il quale vengono raccontate.

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